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Tanti anni fa, più o meno una trentina, successe un fatto che sconvolse l’opinione pubblica. Un signore di Limbiate portò la propria figlia di due anni al Pronto Soccorso per delle lesioni all’ano. Subito si urlò al mostro e si accusò il padre di violenza, senza indagare sulla vera natura di quelle lesioni. Una carriera stroncata (era un onesto professore di scuola media), una vita stroncata dalla tenaglia della vergogna e della condanna unanime e inappellabile. Ma, soprattutto, una vita distrutta da un male che aveva colonizzato il corpo di una bambina e che cresceva indisturbato, mentre si crocifiggeva un padre disperato. Quello stesso male non tardò molto a mostrare il proprio volto e la bambina morì dopo poco tempo con una diagnosi di tumore. Di lì a poco la seguì il padre, con un carico di vergogna e di dolore per il quale non ricevette mai alcun risarcimento.

È una storia tristissima. Come tante. Ma, che all’epoca, aveva fatto molto scalpore. La giustizia mediatica faceva le sue prime comparse nella vita della gente e molti di noi, tranne qualche intellettuale illuminato, non ne avevano ancora intuito la potenza e la pericolosità. Sono passati trent’anni da quel fatto. Tanti mostri, un po’ ovunque e per ragioni diverse, sono stati sbattuti in prima pagina e il potere dei media si è allargato, ha assunto nuove forme e ha conquistato una forza sconfinata e inquietante. C’è da dire poi che la velocità con cui viaggiano oggi le notizie ha trasformato le pagine dei giornali, i servizi televisivi, i siti internet, i post dei social, in vere e proprie aule di tribunale. In virtù di questo fatto è cambiato anche il modo di fare informazione. Si riscontra spesso un approccio aggressivo, violento, intimidatorio e per nulla rispettoso della vita della gente che, da un momento all’altro, può scivolare nell’abisso, sol perché internet e la televisione hanno emesso la loro sentenza. Senza contraddittorio, per giunta.

Si sono verificati negli ultimi tempi casi di denunce per molestie. Niente di più apprezzabile, soprattutto se sono le donne a fare luce su un costume retrivo e oscurantista che le vuole a un tempo vittime, consenzienti e maliziosamente seduttive, anche quando di consenso non ce n’è. E se questo può servire a smovere le coscienze, a produrre dei cambiamenti, ad eradicare dei pregiudizi inammissibili, che ben venga. Non trovo nobile, però, che la denuncia, per farsi strada, debba passare per Twitter o Facebook o per un servizio di televisione commerciale che fa del sensazionalismo e del pubblico ludibrio la propria ragion d’essere.

La calunnia, si sa, dalla notte dei tempi, è un venticello che, se disperso, non è più possibile riportare nell’otre dal quale è uscito. E una volta diffuso, il danno è bell’e che compiuto. I processi mediatici sono di sicuro più veloci, definitivi e inappellabili dei processi veri, ma moralmente dannosi e, talvolta, sono frutto di strumentalizzazioni che mirano ad annientare i propri imputati. Processi, dove la presunzione di innocenza è una categoria astratta e sconosciuta. Sono macchine messe in moto scientemente per distruggere. Nell’aula chiusa di un tribunale sarebbe tutto più lento e dal risultato non così scontato.

La storia del professore di Limbiate, avvenuta in un’epoca in cui la dittatura dei media non si era ancora del tutto compiuta ma era in divenire, ci insegna che la gogna mediatica non è prerogativa solo degli uomini di spettacolo. Certo, questi sono più esposti di altri, ma ciò non esclude che chiunque possa essere attaccato con quegli strumenti tanto facili quanto esplosivi che sono i mezzi di informazione. Una denuncia messa in piazza con spregiudicatezza, può restituire notorietà, successo, denaro (e non occorre scomodare Clinton e la Lewinsky per dimostrare la veridicità di tale affermazione), ma può distruggere una vita. Una denuncia può essere sì uno strumento di giustizia, ma non deve essere uno strumento di vendetta. In era digitale tutto è possibile. E i rischi non devono essere sottovalutati.

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.
  • Lorenzo Colovini

    tutto, purtroppo, molto vero