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Consiglio vivamente la lettura del libro di Alessandra Sardoni, la brava giornalista di La7, intitolato “Il fantasma del leader – D’Alema e gli altri capi mancati della sinistra” che ripercorre le vicissitudini alla sinistra in tutto l’arco della Seconda Repubblica fino all’epopea di Veltroni. Molto istruttivo perché evidenzia una malattia endogena della sinistra post PCI: l’incapacità (o meglio la non volontà) di dotarsi di un “capo”.
Impressiona la narrazione del sistematico boicottaggio di tutti i leader potenziali, delle manovre di palazzo, di posizionamenti tattici e pretestuosi per logorare chi anche fosse solo sospettabile di ambizioni da tiranno. Pratica di cui i vari protagonisti sono stati di volta sia vittima che carnefice, avendo tentato essi di imporsi quand’era il loro turno e non avendo esitato a fare sgambetti dietro le quinte quando a cercare l’incoronazione a leader era il loro competitore. E la totale strumentalità dei temi come il bombardamento in Kossovo, il caso Unipol e il famoso “abbiamo un banca” di Fassino, l’articolo 18 e lo stolido conservatorismo della CGIL.. tutti usati di volta in volta per mettere in difficoltà l’avversario.5450vign
Il fatto chiaro è che nella sinistra post PCI esiste un patto di sindacato non scritto per cui la massima forma di leadership tollerata è quella di un amministratore delegato, che distribuisca (appunto!) deleghe tra i maggiorenti. Insomma un potere, uno spazio e un potere di proposta (e di interdizione) spartiti con cura. Un po’ come la vecchia DC. Con due paradossi: il primo è che i dirigenti del partito erede morale del PCI provengono da una tradizione del tutto opposta, quella in cui il Segretario del Partito (carica che era sostanzialmente a vita!!) era oggetto quasi di idolatria, basti pensare alle scene di delirio alla morte di Berlinguer (francamente incomprensibili a chi, come chi scrive, non è mai stato comunista). Il secondo paradosso è che la sinistra non ha mai smesso inconsapevolmente di cercarlo, il leader, e ha regolarmente guardato con invidia oltre frontiera agli esempi degli altri partiti di sinistra, incensando di volta in volta i vari Blair, Zapatero, Obama.
Ma poi, per caso, è irrotto sulla scena un fatto nuovo: le Primarie. Dico per caso perché le Primarie sono state un’invenzione nata da una necessità contingente, ovvero la pretesa di Prodi, scottato dalla prima “trombatura” subita nel 1998, di un mandato forte che rafforzasse la sua posizione in occasione della sua seconda discesa in campo nel 2005. Quelle Primarie furono una scontata ratifica di una decisione già presa ma il seme era gettato. Da quel momento il PD (nato nel frattempo) diventava scalabile. Dal basso. In barba ed in contrapposizione alla nomenklatura del Partito. E questo ha permesso ad un Carneade del tutto inorganico alla dirigenza storica, Matteo Renzi, di prendersi il Partito. Ed il bombardamento ad alzo zero verso l’intruso è cominciato alla grande, con modalità evidentemente più esplicite dei giochi di palazzo precedenti ma il peccato originale di Renzi era quello di sempre: volersi prendere il potere senza spartirlo con i maggiorenti. Se leggiamo gli avvenimenti degli ultimi anni sotto questa prospettiva capiamo che l’arroganza dell’ex Sindaco di Firenze, il suo spostamento al centro, il suo flirtare con ambienti non canonici per la sinistra, il suo sprezzante atteggiamento verso la CGIL (certo non nuovo: si pensi all’asperrima contrapposizione di D’Alema con Cofferati) sono puri pretesti: la colpa di Renzi è stata volersi prendere tutto. E questa non gliel’hanno perdonata. Ma siccome il voto delle Primarie pesa, il giochino di lento logoramento del leader di turno non ha funzionato (o perlomeno non ha funzionato del tutto) e i maggiorenti se ne sono andati in Liberi e Uguali (rieccheggiando il motto della Rivoluzione Francese ma con l’apprezzabile pudore di non citare anche la fraternité..).

che avranno da sorridere...

che avranno da sorridere…

Anche qua naturalmente facendo credere che il problema sia lo ius soli, l’art. 18, la disoccupazione, la Costituzione e il parere della Camusso. Ancora una volta: tutte balle! L’articolo di Filippo Cusumano su Luminosi Giorni http://www.luminosigiorni.it/2017/12/acclamanti-e-acclamati/ descrive benissimo il vuoto pneumatico della kermesse che ha incoronato Grasso leader della neonata formazione (ennesimo Quisling di cui a tempo debito sarà facile sbarazzarsi). Il disegno è uno solo: fare perdere le elezioni a Renzi, farlo fuori e rientrare nella cittadella espugnata da padroni. Se nel frattempo si avrà consegnato il governo alle destre o ai cinquestelle interessa poco. I posti al sole nel consiglio di amministrazione della Ditta, quello conta, mica il destino del Paese.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.
  • Sandro Moro

    Ti ringrazio per la segnalazione, anche se non condivido molto i ragionamenti che sintetizzi. E’ vero che il segretario del PCI (40 anni fa…) rivestiva l’aura derivante dalla storia politica comunista, dove l’unità era valore supremo. Non è vero però che fosse un monarca assoluto, tanto è vero che – sia pur nel chiuso delle Direzioni – la discussione, soprattutto da Berlinguer in poi, era molto libera, e le “ali” contrarie a Berlinguer si facevano sentire. Ma già al famoso CC del 1961 Ingrao a Amendola proponevano strategie del tutto opposte. Il segretario era tanto riconosciuto in quanto riusciva a lasciar esprimere pienamente tutti e costruire sintesi (o compromessi) che tenessero assieme il “perimetro” del partito.
    Esattamente ciò che è cambiato con Renzi, per la prima volta: una visione “ipermaggioritaria” del Partito Democratico per cui chi vince “prende tutto” e chi dissente (esprimendo ideali e interessi di parte importante degli iscritti e degli elettori) viene sbeffeggiato, marginalizzato e infine accompagnato alla porta. E’ questo che ha devastato il partito e il centrosinistra, perché il PD – a differenza di altri – non può esser trasformato in un “partito personale-cesaristico”.

    • Lorenzo Colovini

      grazie dell’attenzione. leggo con interesse il tuo punto di vista tuttavia più che la differenza tra il PD di Renzi e il PCI di un tempo mi piacerebbe sapere la tua opinione sul tema fondante dell’articolo: ovvero che la sinistra post PCI il leader “tanto riconosciuto quanto capace di fare sintesi” come dici tu non se lo è mai voluto (o potuto?) dare

      • Sandro Moro

        L’unica leader di quel tipo in giro da più di qualche mese in Europa è Angela Merkel. A sinistra nulla, dopo Mitterrand, Blair, Schroeder. Nella cultura politica della sinistra (anche italiana, sia di origine PCI che DC), il leader è sempre stato un federatore, un primus inter pares, non un Capo. Abbiamo vinto con Prodi due volte, che non era né carismatico né provvisto di seguito personale organizzato. E come ricordavo, persino nel PCI c’era un gruppo dirigente ampio, autorevole e plurale (e un dibattito STELLARE, comparato con quello odierno). Opterei quindi per il “non se l’è mai VOLUTO dare”, perché il cesarismo non è nella sua cultura (per fortuna). Per queste ragioni la questione (che vedo peraltro molto dibattuta) mi sembra un po’ “acqua calda”.

  • Luigi Marchetti

    La discussione sotto Berlinguer sarà stata molto libera nel chiuso delle Direzioni, non molto libera però in tante occasioni di dibattito pubblico, in quanto chi osava criticare Berlinguer – dentro e fuori il partito – per le sue posizioni piuttosto assolutistiche, si prendeva la sua buona dose di insulti e di disprezzo.
    Detto questo, la tendenza al “partito personale”, come è stata definita dai politologi, è una tendenza che si è manifestata già da tempo e in vari partiti, connaturata ai fenomeni di visibilità prodotta dai mass media e alla crisi degli apparati intermedi. Non parlerei di cesarismo, ma di leadership riconosciuta, di cui il partito ha enormi difficoltà a dotarsi, anche perchè le varie posizioni interne, in aspra contrapposizione tra di loro, non sono il prodotto della leadership di Renzi o di chi altro, ma della cristallizzazione di tante problematiche non risolte negli utlimi decenni: in quanto l’importante era ribadire la propria “diversità”.