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A Venezia, In Italia, in Europa da oltre settant’anni dall’ultimo conflitto, viviamo in una condizione ufficialmente di pace, ma sostanzialmente siamo in una condizione di guerra civile permanente nella società e di conseguenza nella politica.

Guardiamo alcuni esempi di politica cittadina.

“Abbiamo in buona parte risanato un bilancio che nel 2015 quando siamo arrivati avevamo trovato in rosso con un buco pazzesco” dice chi è oggi al governo della città di Venezia“. “Non è vero che noi abbiamo lasciato un buco di bilancio, il nostro era un bilancio già risanato e non in rosso” dice invece chi governava prima e oggi è, come si dice, all’opposizione. Quindi su una robetta da niente come un bilancio a dieci cifre di una città da niente come Venezia persone, si presume adulte, responsabili, oneste dicono due verità o due menzogne assolutamente contrapposte.

Come comunicano questa ‘robetta’? Ma attraverso i giornali si capisce e come se no? E sempre attraverso i giornali anche i cittadini ricevono le stesse informazioni, se così si possono chiamare perché alla luce delle due letture contrapposte sembrano piuttosto disinformazioni. E pazienza per la maggioranza dei comuni cittadini che sovente si disinteressano di tutto ciò che non sia il proprio privato e che in gran parte non vota alla elezioni. Ma anche chi vorrebbe occuparsi della politica della città, come per esempio questa testata, alla fine certe cose le viene a sapere e a conoscere attraverso un virgolettato a mezzo stampa dell’una o dell’altra fazione. Uso volutamente questo termine, fazione, perché il caso del bilancio si ripete in moltissime altre circostanze e sui più svariati temi. Se ne ricava la sensazione che nella dialettica politica tutti i protagonisti recitino in realtà quella che si dice una parte in commedia. Dettata da ragioni ‘altre’ rispetto all’oggetto in questione. Quando ci sono giudizi così diametralmente opposti su dati di fatto che dovrebbero essere oggettivi non si può che pensare a ragioni ‘altre’ che orientano i giudizi e le parole.

Mi chiedo: su questa commedia dovremmo basarci per le nostre opinioni, per fare le nostre analisi, per contribuire con un’agenda di priorità al dibattito cittadino?

Si consideri che da un dato di fatto come quello che ci sia o ci sia stato o meno un buco nel bilancio cittadino possono derivre tutta una serie di valutazioni che possono essere diametralmente opposti a seconda che si valuti una ragione o l’altra. Per esempio tutta la politica di messa in vendita del patrimonio immobiliare pubblico fatta della giunta veneziana in carica, tutta la politica di tagli al decentramento, di accorpamenti di servizi e di ristrutturazioni assume un valore o non lo assume diventando giustificata o ingiustificata a seconda di come si valuti la ragione sempre invocata per cui questa azione viene fatta: sempre il risanamento del bilancio.

Logica vorrebbe che uno si fidasse di più della versione di coloro a cui ha dato il voto a suo tempo. Ma si può semplificare così? Riflettiamo sul fatto che i voti ancora e nonostante tutta l’acqua passata sotto i ponti, vengono dati per appartenenza, per scelta di campo a prescindere. Ci si arrovella, ma alla fine è ancora così: si vota, una volta si sarebbe detto “per partito preso”.

Guardiamola una volta di più con disincanto questa scena. Per chi si libera delle appartenenze, richiamandosi ad un’etica laica, libera da miti e sacerdoti, la scena appare surreale.

Quando si parla, e se ne parla tanto, dei limiti o dei difetti della politica si arriva quasi sempre subito alla mala-politica e quindi alle degenerazioni di corruzione e di abuso di potere e di tutto quello che riempie la nostra giornata quotidiana di scandali e di disonestà attraverso la politica. E quando non si arriva a queste forme degenerate si constata comunque che la politica è soprattutto una palestra in cui si cimentano molte ambizioni personali che la usano per emergere. Non c’è nessuno però, dico, nessuno che, cercando di guardare le cose dall’alto con il necessario distacco, riesca a vedere che è lo schema stesso con cui si muove la politica a consentire, soprattutto nelle situazioni più deboli, e una certa Italia è tra queste, che ci siano le note degenerazioni, quelle più appariscenti. Il malaffare, la corruzione, anche solo l’interesse personale o di gruppo si muovono a loro agio in questo schema che ha nel conflitto, nella contrapposizione di principio e di appartenenza la sua ragion d’essere.

Ogni schieramento politico quando può enfatizza il ruolo del popolo, della gente, della cittadinanza attiva, se ne fa paladino e se ne intesta la rappresentanza. Non solo. Una volta eventualmente al potere pomposamente la forza politica vincente o l’uomo politico vincente, forte della sua elezione vinta, continua a intestarsi la rappresentanza della gente e anzi dichiara che lui è il sindaco, il governatore, il premier di tutti e che l’intera comunità è il suo interlocutore. Facendo finta di non vedere che quasi sempre la sua vittoria si è basata sui voti della minoranza degli eventi diritto e soprattutto è una vittoria ottenuta della guerra civile quotidiana che la politica mette in scena con le sue faziosità, con le sue menzogne, con il suo gioco delle parti, con il suo essere di parte, che ha nel termine ‘partito’ la sua sublimazione. Tutto il contrario di una comunità.

A tutte le scale, cittadina in primis per noi, ma anche nazionale, si hanno davanti delle scelte da compiere che sono enormi, c’è da riprendere una progettualità riformatrice in tutti i settori della vita civile. C’è da scommettere su un rilancio che inverta la deriva di un declino sempre in agguato.

Tutto ciò avrebbe bisogno di una forte coesione sociale.

E’ pur vero che la guerra civile permanente della politica è l’esatta rappresentazione della guerra civile che spacca in mille pezzi ogni giorno quella che dovrebbe essere una comunità e la spacca in micro e macro conflitti che sono un mix di interessi contrapposti e di ideologie contrapposte in un combinato disposto che poi determina una situazione che un tempo si sarebbe detta libanese (a suo tempo la guerra in Libano si manifestava con una sorta di ‘tutti contro tutti’). Ma proprio perché è la società ad essere divisa si vorrebbe dalla politica un colpo d’ala, la proposta con forza di un modello diametralmente opposto: una cessazione della guerra civile a favore della pacificazione civile rappresentata in politica da uno schieramento in grado di essere baricentrico per un consenso vasto e inattaccabile.

Come? O attraverso l’egemonia di una forza politica in grado di essere plurirappresentativa delle diverse pulsioni della società, o in assenza di questa forza, di necessità, attraverso un sistema di alleanze che copra una fascia di consenso solida ma soprattutto vasta, realmente rappresentativa di un’intera comunità o comunque di una sua parte maggioritaria. Utopia, si dirà, in un sistema che a livello nazionale si presenta tripartito e che a livello cittadino e comunale, forzato dal ballottaggio, è un sistema che produce vittorie quasi sempre di minoranza. Chiamiamola pure utopia, va bene, ma non rinunciamoci.

Leggendo oggi un articolo di Giuseppe De Rita sul “Corriere della Sera” mi chiedevo se questa stessa utopia stesse anche nelle sue conclusioni. Lui, nell’articolo, prende atto di una società italiana rancorosa e frustrata, alludendo anche alle forze politiche che cavalcano con successo rancore e frustrazione. Conclude però: ”…non è azzardato dire che una esperienza di nuovo ciclo (parola da tempo desueta) sarebbe cosa utile da tentare. “

Il “nuovo ciclo” potrebbe essere quello di una ritrovata politica di unità nazionale o, se si vuole, cittadina, come se fossimo nella lunga fase dal ’43 al ’47 quando, di fronte alle emergenze del paese, tutte le forze politiche collaborarono alla prima ricostruzione italiana. O come se fossimo nel ’78 quando stava andando in porto un’alleanza storica tra la DC e il PCI che avrebbe potuto dare una svolta alla società italiana se non fosse stata fermata dall’omicidio Moro.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.