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Ogni anno quando vengono pubblicate le graduatorie sulla qualità della vita, in questi giorni quelle più affermate e affidabili del SOLE 24 ORE, le sorprese non mancano e i dati inevitabilmente aprono nuovi interrogativi su che interpretazione dare.

Premetto che da sempre ritengo che i numeri e le statistiche a conforto di situazioni socio economiche sono fondamentali e correggono molte percezioni opposte, così come avviene il contrario: vale a dire che si deve tener conto anche delle percezioni, perché se un fenomeno c’è scientificamente con i numeri, ma non si vede, qualche domanda bisogna indubbiamente farsela.

Ma insomma i numeri contano e per ciò che riguarda le statistiche ci si augura che la si faccia finita con la più banale e disarmante delle obiezioni alle statstiche: quella che ogni dato ‘medio’ (‘guaivo’ si direbbe a Venezia) è inattendibile se non falso perché c’è chi mangia un pollo e chi nessuno e poi vien fuori che tutti ne mangiano uno. Altrettanto semplice la contro obiezione: le medie non servono quasi a niente, o a poco, se si vuol leggere un fenomeno in assoluto, cioè solo in una situazione, ma servono eccome per fare confronti di qualsiasi tipo. Se la media di qualcosa è 4 da una parte e 7 dall’altra il dato serve eccome perché la questione dei polli mangiati o non mangiati c’è in entrambe le situazioni e l’indice medio è sin troppo eloquente.

Per la graduatoria della qualità della vita bisogna certamente tenere conto che il dato si riferisce ai territori provinciali (o oggi anche a Città Metropolitane) e non alle città capoluogo che spesso se ne appropriano il merito. E a ragione, soprattutto se la provincia è grande, perché nella media la città capoluogo ha di solito una situazione migliore specie nel reddito. Le sorprese semmai stanno nel chiedersi come mai da un anno all’altro ci sono clamorose rimonte e sprofondamenti in classifica.

E le sorprese poi stanno anche in situazioni che i detrattori di un qualsiasi luogo a caso, e nei salotti ci sono sempre, continuano a descrivere come un inferno che dai numeri non appare tale. E’ per esempio, ma non è il solo, il sempiterno caso di Venezia. I detrattori della città, descritta appunto come un girone infernale dantesco sia in acqua che in terra anche se con narrazioni diverse per acqua e terra, si affrettano a far notare che Venezia nella classifica del SOLE 24 è, naturalmente, penultima nel Veneto. Facendo finta di non vedere che lo scarto è minimo, che c’è stata una risalita da un anno all’altro (anche se questo fa parte dei misteri) e soprattutto che il dato è superiore a molte città del nord Italia e che Venezia si colloca comunque nel primo terzo della graduatoria italiana (anche qui è probabile comunque che il sud della CM di Venezia, il poco metropolitano cavarzerano, quantomeno nel reddito e in certi servizi, ‘droghi’ un pò verso il basso la posizione).

Su Belluno prima in classifica in Italia le considerazioni sono su come si può utilizzare il dato per leggere quel che sta succedendo da quelle parti. Certo la provincia è grande e diversificata e va detto che una cosa è risiedere in Valbelluna, popolosa e florida, più mite nel clima, con terreni più propizi per tutte le attività economiche nei tre canonici settori; che una cosa è stare a Cortina e non solo, ma anche ovunque nel bellunese il turismo tira (e a Cortina anche il lusso): e che una cosa è invece risiedere nel paesino di montagna o peggio di mezza montagna (senza neppure il turismo, né invernale né estivo), abbarbicato su erti pendi e dimenticato da Dio e dagli uomini. Da cui giovani e non giovani emigrano regolarmente e se stessero così bene come dice il dato bellunese non lo farebbero, a meno che non giochino altre ragioni su cui si può tornare. Sicuramente dunque Belluno città sta ancora più in alto della sua provincia. E Cortina pure.

Domanda: ma se si sta così bene, per esempio a Cortina ma non solo, come mai si allunga la lista dei comuni che vogliono passare alle Regioni a Statuto speciale? Risposta semplice: per soldi, tramutati in servizi e in PIL e per ottenere se possibile una qualità della vita ancora più alta.

Insaziabili allora.

Sulla palese ingiustizia data dalla ormai anacronistica condizione delle Regioni a Statuto Speciale, che inevitabilmente attraggono gli insaziabili bellunesi, si può concordare, ma non sul malessere strumentale, smentito dai dati, di chi, quelle regioni, le reclama anche per sé; senza contare l’iniquità nell’iniquità del fatto che i richiedenti l’annessione alle regioni a Statuto Speciale si avvalgono di una condizione del tutto casuale, quella della contiguità territoriale con le suddette regioni; che, dico a caso, Grisignano di Zocco o anche Bondeno nel ferrarese non hanno: possono sbraitare quanto vogliono, ma un’enclave di Trentino in pieno Veneto e in piena Emilia non gliela darà mai nessuno.

Un breve inciso: qui sicuramente c’è materia per la questione che sta sollevando Zaia per il Veneto dopo il Referendum sull’autonomia. Una battaglia se si vuole anche giusta come principio e per tutte le ragioni dette, ma che si avvale della celebrazione di un costoso inutile referendum fatto solo come propaganda e per rafforzare ancor di più politicamente il suo protagonista. La consultazione (solo ‘consultiva’ appunto, bisticcio voluto) ha detto quello che si sapeva già senza dover spendere i soldi e anzi ha fornito un dato anche più basso della realtà. Chi scrive per esempio, che è non andato a votare al Referendum autonomista, è favorevole certamente in linea generale a una situazione che riequilibri i privilegi delle regioni a statuto speciale, assegnandoli con equilibrio e ragionevolezza a tutte le regioni e facendoli cessare di essere privilegi, quali al momento attuale in tutta evidenza sono.

Quanto ai giovani che nel bellunese emigrano da comuni ridotti a poche decine di abitanti ( Zoppè di Cadore per esempio, pur a 1400 metri di altezza, ma privo di impianti di risalita per lo sci, per una congiuntura negativa e positiva solo, ma non è poco, per la salvaguardia ambientale ), lo fanno sicuramente per una condizione peggiore, come già detto, rispetto al capoluogo; acuita però dalla percezione di essere in una dimensione provinciale e periferica insieme ( “dove non succede niente” e dove “hanno chiuso anche l’ultimo bar”). Ecco: questa condizione della percezione di stare ‘tagliati fuori’ nessuna classifica è in grado di fotografare, perché ci si sente provincial-periferici e si scappa poi anche dai luoghi del bellunese dove i bar e tutti i servizi ci sono, belli ed efficienti. E anche da Belluno città stessa, la punta di diamante: appena c’è la scusa dell’iscrizione all’università si coglie l’occasione al volo e si scappa dalla città più benestante d’Italia. In definitiva questa situazione di percezione dell’essere esclusi da flussi vitali, che porta al sentirsi provincial-periferici, dovrebbe trovare dei dati che la rappresentino e suggerisco la densità della popolazione. Infatti laddove si sta in molti e ravvicinati, su una dimensione sufficientemente vasta – non bastano due case- si ha un effetto di vitalità complessiva, banalmente raffigurata dalla gente che circola per strada ma meglio rappresentata dalla diversificazione dell’offerta di tutti i beni e i servizi a 360°, che i numeri bassi e soprattutto rarefatti non danno, al di là che ci sia un asilo nido che funziona benissimo. Numeri bassi e rarefatti al netto dei turisti, laddove ci sono, turisti che sono considerati, e, ancora una volta, percepiti, come alieni utili al reddito e al PIL, ma trasparenti e ininfluenti per chi pretende una vitalità propria autosufficiente, soprattutto se i turisti sono stagionali e relegano una località a mortorio nelle basse stagioni.

 

 

Lascio la chiusura a quello che però in tutto questo è il dato più appariscente anche se purtroppo non nuovo e che la cartina tematica scelta, che compare nell’immagine a corredo di questo tentativo di articolata riflessione, esprime con nettezza.

Fa sempre impressione – ma la grafica aiuta a vedere ancora di più la cruda realtà – il sempiterno divario tra le due Italie con proporzioni che in Europa esistono solo e soltanto da noi. Nel senso che Grecia e Portogallo hanno condizioni economiche e sociali dappertutto al loro interno spostate verso il basso, senza però rilevanti squilibri interni se non quello tra la città capitale, sempre in condizioni più alte (Atene soprattutto), e il resto del territorio. Gli stati del centro nord hanno squilibri interni (e chi non li ha?) ma con divari minimi tra il basso e l’alto e nulli in Germania tra il nord di Amburgo e il sud bavarese; e semmai pesa lì ancora il divario con l’est ex DDR. In Italia il divario nord sud resta netto; lo si sapeva ma a vederlo raffigurato fa sempre molto effetto. Si osservino infatti le dimensioni dei circoletti che appaiono sulla carta. Sono istogrammi circolari con diametro rapportato al numero, in questo caso al numero del punteggio nella graduatoria del benessere (malessere..). Partendo dal nord fino a una certa latitudine (Lazio meridionale) i circoletti si equivalgono e sono quelli più grandi, rappresentando una situazione in cui quell’Italia del centro nord non è poi così disomogenea con l’Europa del centro nord. Poi a sud di quella latitudine i circoletti quantomeno si dimezzano in diametro, se non di più; fa eccezione la Sardegna, molto più ‘nordica’ ( e chi è stato in Sardegna se ne è accorto), ma i circoletti si rimpiccioliscono anche sul versante adriatico in cui la percezione (mia, tanto per dire, essendoci stato più volte) registrava, per esempio in Puglia e nella sua orbita lucana (Matera), una situazione di ordine, bellezza ( monumenti, cura dei palazzi, vetrine, vestiario, linde zone pedonalizzate) ed anche efficienza che evidentemente mascheravano dell’altro, meno buono e meno appariscente. E c’è poco da raccontare il peggio possibile anche di Roma città (e con delle buone ragioni sia ben chiaro): lo si osservi bene sulla cartina, il vero baratro che separa le due Italie corre a metà di quei poco più di duecento chilometri che separano Napoli, nell’inferno del sud, dalla Città Eterna; del tutto agganciata questa al nord Italia nella sua qualità complessiva, a dispetto tra l’altro delle storie di mafia che stanno emergendo anche lì.

Dunque questa condizione del centro nord Italia qui raffigurata è sicuramente assimilabile alle condizioni dell’Europa più sviluppata di cui personalmente non conosco graduatorie, se ci sono, sulla qualità della vita; ma di cui si sanno i dati di PIL e reddito pro capite e disoccupazione. Confermano questi l’omogeneità dell’Italia centro settentrionale con il centro nord Europa. In barba alle amenità conformistiche e spesso strumentali sul declino italiano (che se c’è, per esempio sul piano demografico o di peso politico, anche conseguente, è semmai, ed è tutto da dimostrare, un declino europeo e quindi anche italiano).

E’ del tutto evidente allora che la condizione al ribasso dell’Italia anche nel contesto europeo dipende primariamente da questa surreale condizione di divario nord sud. Che sta prima di tutto nel reddito pro capite. Tra Lombardia e Calabria il reddito pro capite si colloca ancora in un rapporto di 1 a 3 (a favore della Lombardia ben s’intende) e nello stesso rapporto anche nell’occupazione; e sono i dati a cui verosimilmente viene assegnato un coefficiente più alto e che incidono sul punteggio nella graduatoria del SOLE 24, più che i dati circa le frequenze dei Cinema e dei Teatri. Certo, si può supporre che nel sud ci sia un sommerso economico e sociale che maschera una condizione statisticamente più bassa di una realtà un po’ meno drammatica. E sicuramente un reddito non dichiarato e una rete familiare che funge da ammortizzatore alla disoccupazione alleviano il disagio meridionale. Ma di quanto?

Le emergenze in Italia non mancano per la politica, ma questa dello squilibrio interno resta il banco di prova assolutamente più importante. Si possono analizzare all’infinito le cause di questo vulnus storico che ci portiamo avanti dall’Unità d’Italia ad oggi e che pesa come un scacco, un fallimento permanente. E non si finirà mai però lo stesso di conoscere, capire, studiare, darsi ragione. Per provare a sferrare un attacco al problema. Ma come? Io, e chi come me, posso osservare riflettere, darmi ragione, ma lo sforzo per il cambiamento ha dimensioni titaniche. Di tanto in tanto si invoca anche il cambiamento culturale, di mentalità, una modernizzazione degli stili di vita che al sud non ci sono mai stati definitivamente. Lo dice uno come me che ha un nonno di Castrovillari in provincia di Cosenza e che può dire di conoscere quella mentalità diffusa. Ma il cambiamento culturale non basta.

Certo ha inciso e incide su questa situazione di stallo permanente di fronte al caso sud la dialettica (chiamiamola così nobilitandola) della politica italiana; da sempre, si potrebbe dire, improntata al più radicale guelfoghibellinismo viscerale ed emotivo, improntata a una partigianeria che si maschera di politica ma che esprime in realtà un atteggiamento irrazionale e a volte isterico che con la politica centra poco; da sempre condizionata da sovranità extraterritoriali ( leggi: chiesa cattolica apostolica romana, nonostante Bergoglio, argentino, in controtendenza si, ma, come tutti i papi soprattutto per l’età che ha, di passaggio) altro ostacolo fondamentale, ieri più di oggi, ma ancora oggi. Un emergenza nazionale come quella nord-sud richiederebbe una razionale distesa coesione sociale nazionale, con grande sostegno nel consenso, e richiederebbe nella politica istituzionale strumenti decisionali più efficienti ( bocciati dal masochismo italico un anno fa quando prevalsero astratti principi su un urgente realismo).

Lo stato che più di tutti a buon diritto può permettersi di dare lezioni a tutta Europa, si dica quel che si vuole, è la Germania, che legittima i suoi successi non solo economici, ma anche sociali e culturali, con una governance, basata su un ampio consenso; rappresentato questo da un’alleanza politica ampia che relega i populismi e i radical-demagogico populismi a ululati alla luna. Perché laggiù hanno compreso che la sorte del paese e il suo futuro ha costantemente bisogno di tutti. E lo esprime questo bisogno anche sposando le due grandi tradizioni politiche, la liberaldemocratica e la socialdemocratica, chissà perché da noi considerate incompatibili, pur avendo matrice comune. E, finite un po’ di dovute schermaglie, passaggio obbligato per andare a mediazioni virtuose, dopo le elezioni si stanno avviando sul loro sentiero di sempre, quello di unità nazionale, anche per la responsabilità che da quelle parti esprime la sinistra che conta.

Mutatsis mutandis, tornando all’Italia, chi vuol capire capisca

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.