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Intervistato sul fenomeno delle baby gang che a Napoli, in particolare, e in molte altre città d’Italia si sta ripetendo con raccapricciante frequenza, lo scrittore Saviano ha affermato che, per combatterlo, occorre affidarsi all’azione educativa di maestri e professori. Sante parole quelle dello scrittore. Anche il Ministro dell’Istruzione manifesta la medesima fiducia nel valore educativo della scuola e dei suoi lavoratori, mentre tanti altri sostengono che se a scuola si facesse più educazione civica, se si ascoltassero di più gli alunni in difficoltà, se si prestasse più soccorso ai soggetti deprivati, tante cose non succederebbero.

Come insegnante, mi sento quasi lusingata nel constatare quanta importanza viene assegnata al ruolo che ricopro. E quanto carente, frammentario e approssimativo, sul piano dei valori morali e della convivenza civile sembra ciò che facciamo quotidianamente nelle nostre classi. Sono abbastanza adulta, però, e ho abbastanza esperienza per potermi assolvere. Certo, non lavoro a Scampia o a Ballarò. E questo, già, mi regala un notevole vantaggio nel compito educativo che sono chiamata a svolgere. Tuttavia, posso affermare con sicurezza che la scuola non perde mai di vista le priorità educative. Non nego che ci piacerebbe fare di più. Preferiremmo essere più incisivi. Saremmo contenti se riuscissimo a prevenire gli episodi sempre più diffusi di violenza che branchi di minorenni alla deriva perpetrano nelle nostre città. Ma tant’è, non ci riusciamo.

È di sicuro un insuccesso della scuola: siamo abituati ormai ad addossarci le croci di tutti i mali sociali, perché non addossarci anche questa? Ma non basta. Con gli anni ho imparato a non prendermi troppi meriti dei successi scolastici dei miei studenti. Analogamente, dovrei imparare a non addossarmi la responsabilità dei fallimenti, soprattutto in campo educativo. Ho imparato, cioè, che un insegnante semina, di solito, su un terreno già arato. Naturalmente non credo di avere a che fare con dei predestinati né ritengo che una buona scuola non possa offrire gli stimoli giusti per diventare un buon cittadino. Ma la scuola da sola non ce la fa. È triste, amaro, avvilente, ma non ce la fa. È la famiglia a giocare un ruolo di primo piano.

Più di trent’anni fa, quando iniziai questo mestiere, andava di moda la parola “sinergia”. In particolare, nella scuola, per sinergia s’intendeva quella comune progettualità che dovrebbe unire (o che avrebbe dovuto unire), con armonia ed equilibrio, tutte le componenti interessate alla crescita di un cittadino. Scuola e famiglia dovevano rappresentare un unicum che avesse uno scopo fortemente sentito. Con gli anni ho assistito (e mi riferisco a fenomeni che si verificano su scala nazionale) a episodi di contrapposizione, di antagonismo spinto e, nel peggiore dei casi, di abbandono, da parte delle famiglie, di ragazzi a rischio, che hanno poi ingrossato fila di branchi impazziti in ogni dove. Leggo tutti i giorni di insegnanti minacciati dai genitori per aver commesso la colpa di sanzionare comportamenti scorretti, o di genitori (il caso di Avola ne costituisce un esempio significativo) giunti alla violenza fisica per dei rimproveri dei professori subiti dai propri figli.

Il vandalismo, l’aggressione, la violenza di gruppo sono i segnali di un profondo malessere. Urla silenziose di un disagio che parte da lontano. Ben vengano gli inviti dello scrittore Saviano che non manca mai di valorizzare il ruolo degli insegnanti. Ma una scuola che lavora in solitudine gioca una partita persa. È l’appoggio costante, attento e mirato della famiglia che fa la differenza. Ne sono fermamente convinta. E non è solo un luogo comune.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.