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La conferma del fatto che oltre alle beghe politiche interne, avvilenti, demagogiche e superficiali, c’è di più, arriva nella vita quotidiana, dall’impatto che la Giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha, ogni giorno di più, nella vita dei cittadini Europei.

Un recente caso giudiziario europeo in tema di lavoro, descrive con molta concretezza la percezione di questo fenomeno.

Due società aeree irlandesi avevano assunto, tra il 2009 e il 2011, alcuni lavoratori di cittadinanza portoghese, spagnola e belga in qualità di personale di cabina.

I contratti di lavoro, redatti in inglese, contenevano una clausola che attributiva ai giudici irlandesi la competenza della risoluzione di eventuali controversie , considerando le prestazioni dei lavoratori svolte in Irlanda trattandosi di personale operante in cabina, sebbene gli stessi contratti contenessero l’indicazione dell’aeroporto di Charleroi, in Belgio, come punto di servizio per i lavoratori.

Nel 2011, sei lavoratori dipendenti hanno proposto ricorso in Belgio, ritenendo che le società irlandesi fossero tenute a rispettare il diritto belga e le pronunce dei giudici di quel Paese.

Il Tribunale del lavoro investito del ricorso, ha deciso di rinviare gli atti della causa alla Corte di Giustizia UE, per ottenere un chiarimento, in tema di competenza, sull’interpretazione del concetto di luogo in cui il lavoratore svolge abitualmente la propria attività contenuta all’art. 19 del Regolamento CE n. 44/2001, e sulla possibile equiparazione di questa con il punto di servizio.

I giudici Comunitari, esaminando la questione, hanno ricordato in particolare che il considerando art. 13 del Regolamento europeo in materia di controversie di lavoro persegue lo scopo di tutelare la parte più debole, consentendo così al lavoratore di adire il Giudice che egli considera più vicino ai propri interessi, ex art. 19 del medesimo Regolamento.

Entrando nel merito della decisione, la Corte ha fatto riferimento ad una consolidata giurisprudenza per la definizione di luogo in cui il lavoratore svolge abitualmente la propria attività (luogo nel quale il lavoratore, di fatto, adempie la parte sostanziale dei propri obblighi) e ha precisato che, con riferimento al caso esaminato, ossia un contratto eseguito in più Stati membri, occorre stabilire in quale Stato membro si trovi il luogo a partire dal quale il lavoratore effettui le sue missioni di trasporto e quello in cui rientri dopo aver svolto queste ultime.

In altre parole, il principio affermato in ambito comunitario è che i lavoratori possono decidere di promuovere un giudizio sia davanti ai giudici dello Stato membro nel quale il datore di lavoro ha il suo domicilio sia dinanzi al giudice del luogo in cui il lavoratore svolge abitualmente la propria attività, non potendosi ritenere legittima l’imposizione dell’Irlanda quale luogo dove dover incardinare eventuali azioni giudiziarie, indipendentemente da dove i dipendenti vivono e lavorano.

Di conseguenza, la sentenza del Tribunale del lavoro di Mons in Belgio, ha constatato che, ai sensi del regolamento (CE) n. 44/2001, un membro di equipaggio può citare il proprio datore di lavoro davanti al giudice del lavoro nel Paese in cui presta la propria attività.

L’aspetto più interessante di questa sentenza, al di là delle componenti tecniche e delle possibili ulteriori rivendicazioni che da essa potrebbero derivare, è la presa di coscienza concreta di una realtà ormai transnazionale non solo di molte aziende ma soprattutto dei molti diritti.

 

 

 

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.
  • Lorenzo Colovini

    interessante. Però confuso. Perlomeno per me non sono un tecnico. Se avrai la cortesia di chiarire i miei dubbi te ne sarò grato.
    Vado per punti:
    1) nei contratti sottoscritti era indicato il luogo della risoluzione delle dispute (se capisco bene si parla di Arbitrato). Ora in tutti i contratti è indicato il luogo, che è predefinito (tipico wording “All disputes controversies or claims arising out or in connection with this Agreement (..) shall be submitted to the review of an arbitral tribunal consisting (..) The seat of the arbitration shall be ____ and the language of the arbitration shall be __.” ). Quindi tutto normale
    2) da quanto scrivi (correggimi se sbaglio) sembrerebbe che questa indicazione in realtà confligga coll’art. 13 del Regolamento europeo. Perché in materia di controversie di lavoro è tutelata la parte più debole, “consentendo così al lavoratore di adire il Giudice che egli considera più vicino ai propri interessi”. Da come è scritta, sembra dunque che l’indicazione della sede della risoluzione della controversia sia nulla perché illegittima e che il lavoratore posso rivolgersi a qualsiasi Giudice (= quello che ritiene più a lui favorevole) anche un giudice di un Paese del tutto terzo.
    3) proseguendo nella lettura si capisce che in realtà non è nemmeno così, ovvero il luogo della risoluzione della controversia non è né quello indicato dal contratto né uno scelto liberamente (perché ritenuto più favorevole) dal lavoratore bensì uno tra i seguenti: 1) il Paese sede dell’attività prevalente del lavoratore o 2) il paese di domicilio del lavoratore. Esempio un lavoratore portoghese la cui sede operativa è in Belgio può chiedere che l’arbitrato si svolga a Lisbona o Bruxelles (ma non, per esempio, a Roma) e l’aerolinea non può pretendere che sai Dublino
    4) a me tutto questo sembra abbastanza illogico ma va bene. Ma, come dicono gli americani.. so what? Tutto questo cosa comporta? A me pare che la sede dell’arbitrato sia abbastanza un fatto secondario e impatti su una questione solo pratica (il portoghese che lavora a Bruxelles non dovrà trovarsi un avvocato irlandese..) ma non mi sembra una grande conquista di principio. Non parliamo di Diritti particolari. O no?
    5) Domanda a latere: nel contratto è certamente indicata un'”applicable Law”. Questa vale comunque oppure la sede dell’arbitrato determina anche la giurisprudenza sulla quale basata l’arbitrato stesso?

  • Bruno Gerolimetto

    Rispetto alle osservazioni che ho letto con interesse, ritengo utile svolgere alcune considerazioni.
    1. I contratti di lavoro in questione, redatti in lingua inglese, e disciplinati dal diritto irlandese contenevano una clausola attributiva della competenza a favore dei giudici irlandesi.
    In tali contratti veniva stabilito che le prestazioni lavorative, si consideravano effettuate in Irlanda, atteso che le loro funzioni erano esercitate a bordo di aerei immatricolati in tale Stato membro.
    Attenzione però, nei contratti non si faceva riferimento allo strumento arbitrale, ma di fatto si imponeva il giudice irlandese anche ad operatori che svolgevano la maggior parte del loro lavoro altrove cioè non in Irlanda.
    Sull’arbitrato in materia di lavoro almeno per come funziona in Italia ci sarebbero molte cose da dire ma andrei fuori tema e non risponderei alle domande, quindi mi fermo.

    2 e 3. Rispetto ai punti 2 e 3, probabilmente hai colto una contraddizione che cerco di risolvere con il principio che intendevo esprimere.
    Infatti, ho riportato l’orientamento della Corte, chiamata a risolvere un dubbio interpretativo posto dal giudice belga.
    La questione posta è, se sia giusto considerare come svolte in Irlanda prestazioni che per quanto stabilito nel contratto venivano svolte prevalentemente in Belgio.
    Sul punto, per l’Avvocato Generale che ha istruito la causa per conto della Corte, il giudice competente, dovrebbe essere quello nel quale o a partire dal quale il lavoratore adempie principalmente le sue obbligazioni nei confronti del datore di lavoro, quindi non si tratta di un qualsiasi giudice ma di un giudice chiaramente identificato dal contenuto della sentenza che di fatto ha recepito le conclusioni dell’Avv. Generale.

    4 e 5. Anche in questo caso cerco di trattare i due punti insieme. Sempre sgombrando il campo dall’arbitrato, che non è oggetto della sentenza, il principio interessante e se non proprio nuovo almeno di raccordo e a difesa del diritto comunitario( effettivamente hai ragione per certi versi la notizia sarebbe stato forse il rigetto del ricorso) è che per la Corte, non è opponibile ai lavoratori una clausola attributiva di competenza stipulata anteriormente al sorgere delle controversie e volta ad impedire di adire i giudici che sarebbero tuttavia competenti in base alle norme europee in materia.
    Se ciò avvenisse, verrebbe violato il regolamento comunitario che cito nell’articolo (il 19 del reg. 44/2001) il quale è direttamente applicabile in tutti gli stati membri, con conseguenti perdite di garanzia per i contraenti più deboli.
    Ripeto, stiamo parlando di contratti di lavoro, non di clausole arbitrali eventualmente contenute in essi che aprirebbero altri scenari e temi.

    Da ultimo eccoci alla chiosa finale, volta solo a dire che l’opera della Corte è proprio quella di fare in modo che i diritti, in questo caso dei soggetti più deboli, trovino riconoscimento uguale in tutti gli stati membri in conformità alle leggi europee (nel caso specifico il regolamento citato), evitando che, per l’appunto, alcune multinazionali possano decidere, si badi decidere, non concordare insieme come teoricamente potrebbe avvenire in sede arbitrale, quale debba essere il giudice di una eventuale controversia giudiziaria.