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La campagna elettorale è partita e non voglio, come sarei sempre tentato, far finta di niente; anche perché oggi sulla pagina di LUMINOSI GIORNI non si sottraggono Davide Meggiato e Franco Vianello Moro. Il primo valutando la strategia renziana, il secondo analizzando i risvolti dell’antirenzismo odierno che la sta caratterizzando e che, pur non essendo l’unica, sarà la colonna sonora dominante per tutto il mese che verrà fino al 4 marzo. In più Luigi Marchetti ci aiuta con dati e strumenti per cercar di capire che cosa ci aspetterà dopo. Non faccio finta di niente, ma per ora mi sento di fornire, attraverso una personalissima e del tutto autoreferente riflessione, solo alcuni spunti sul contesto politico-sociale che vedo attorno a questa scadenza. Non so quanto possa servire agli altri; quanto a me posso solo dire che costituiscono un pensiero permanente più ancora che di come orientarsi.

E’ partita la campagna elettorale, ma la precedente e prima di questa la precedente ancora non sembrano essere mai finite e tutte si sono disposte in continuità nel lungo periodo tra una scadenza e l’altra. Perché sembra essere questa la condizione permanente del dibattito politico nel nostro paese: una campagna elettorale continua e senza fine. La propaganda politica che vige in “campagna elettorale”, quindi più o meno sempre e non solo sotto elezioni, di fatto altera i contenuti, li deforma, li rende solo strumentali e funzionali ai progetti futuri di quella che per taluni viene sperata come un’alternanza e che dovremmo chiamare con il suo nome: vendetta. Per altri è una furiosa difesa di Fort Apache. Chi cerca così di farsi un’idea oggettiva dei contenuti attraverso ciò che sente dalla propaganda dei protagonisti diretti – non solo nel frangente elettorale ma sempre –  o è un ingenuo o anche lui è un consapevole partecipe del gioco e “vuole” sentirsi dire quello che ha già deciso essere la versione del tal argomento.

Sta creando tanto scalpore la direttiva di parlare il peggio possibile degli avversari impartita dai “5 Stelle” veneti ai propri candidati. Lo dico francamente: stupisce lo stupore e stupisce soprattutto l’indignazione. Certo questi, tracotanti e primitivi, l’hanno pure messo per iscritto, ma è semplicemente la regola, la normalità del dibattito politico nel nostro paese. Non solo la propaganda di parte ci ammorba ogni giorno con il suo teatrino, ma da parte di tutti, dico di tutti, PD compreso, c’è sempre costantemente una campagna al negativo. Si fa tanto parlare delle promesse roboanti e irrealizzabili di tutti i partiti, ma a me pare che, a parte queste buttate che quantomeno sono spinte dall’idea di proporre qualcosa, domini la campagna al negativo. Ogni protagonista sbircia continuamente nel campo avverso e imposta i ragionamenti sulle colpe presunte dell’altro. C’è un folle che spara agli immigrati e invece di farsi qualche domanda su chi alimenta questi, chiamiamoli, comportamenti, che cosa dicono Salvini e Meloni? “Certo è colpa del buonismo degli avversari che tiene aperte le frontiere, fa venire l’immigrato qui e scatena la reazione” ( dicono la reazione non la “giusta reazione”, omettono per pudore l’aggettivo e però lo pensano). Che è come dire che la causa prima di una violenza sessuale è l’esistenza provocatoria in sé stessa del genere femminile a cui è concesso, oibò, di andare in giro per la strada (e questa non è solo una metafora, perché anche nell’argomento specifico costoro questa cosa la pensano proprio e a volte la dicono).

Propaganda al negativo è però anche l’attribuzione preventiva delle colpe che mette le mani avanti sugli esiti elettorali. Dice Renzi a quelli di LEU: “è colpa vostra se vince la destra”. Mi verrebbe da dirgli “ma lasciali stare, pensa a dire le tue cose e a cercare di favorire quelle per catturare voti che compensino quelli fuoriusciti e magari andar oltre, cosa che per ora non ti è proprio riuscita”. Certo queste schermaglie non arrivano al punto di gettare fango, anche se nel PD c’è sempre la tentazione di utilizzare, amplificandolo, lo “scandaletto” che ogni tanto emerge in campo avverso per coprire i propri. Capisco la reazione. Dice: “mi vieni proprio tu a parlare di onestà quando anche i tuoi in qualche bella illegalità ci cascano”. E però se in quest’ultimo decennio ci fosse stata un’immagine un tantino meno opaca di ciò che ruota intorno al PD forse la sua virtù si staglierebbe nitida senza neanche bisogno di utilizzare lo scandalo degli altri. Insomma è tutto un rinfacciarsi ‘pagliuzze e travi’ e onestamente non se ne può più.

Le appartenenze contano ancora molto; per i politici è comprensibile perché trovano una giustificazione nell’essere espressione di partiti (il nome stesso evoca ‘parte’, ‘fazione’ e i partiti faziosi sono, per costituzione, per la loro stessa ragion d’essere); ma anche la gente comune vi si riconosce perché troppo abituata allo schema partitico della politica. Può in effetti sembrare curioso che queste continue schermaglie fra appartenenze avvenga in piena fase storica post ideologica che ormai dura almeno da una generazione. E ciò sembra avvalorare il fatto che non erano allora le ideologie a determinare i partiti, vuol dire che c’è qualcosa di più forte che spinge alla fazione, qualcosa che recupera l’aggressività sociale, la incanala. L’astensionista alle elezioni dice: “non mettetemi nel mazzo delle fazioni, io infatti non vado a votare”, senza accorgersi di sostenere a sua volta quella fazione che si ingrossa ancor di più e che ha la sua stessa ragion d’essere nel parlar male e in negativo di tutti, senza neppure il conforto di una proposta che l’astensionista rifiuta per principio di avere.

Poi però in massa a stracciarsi le vesti per come si sono scelte le candidature da parte dei partiti, “blindate”, come si dice, di ‘fedelissimi’ dei leader e senza rapporti con i territori e qui a stracciarsi le vesti sono gli altri i vessati dai partiti e “nei” partiti. Gli esclusi naturalmente, ma anche “laggénté” che, dimenticandosi per un attimo la propria faziosità, si è messa a fare la “ciittadinanza indignata” per questi metodi. Dimenticandosi che è la logica stessa della politica come scontro di partiti e appartenenze a dettare questi metodi, quella a cui anche il “cittadino indignato” si adatta senza porsi troppi problemi. Metodi che ci-so-no-sem-pre-stati, anche nella Prima e nella Seconda Repubblica, persino con il tanto rimpianto ‘Mattarellum’ ( scusate, ma chi li decideva i nomi nei collegi uninominali allora, tanto per dire?).

La sensazione che ho è quella che la “guerra civile” che mette in scena la politica ogni giorno sia la rappresentazione pubblica di una guerra sociale sotto traccia che qualche volta emerge e molto spesso no. Non mi riferisco tanto al sin troppo evidente fenomeno legato all’immigrazione e a quel che ne consegue sul piano sociale perché questa è ormai una manifestazione pubblica e collettiva, appartiene al dibattito politico, con tutte le “fake” che ne seguono. Neppure penso alla società nostrana emarginata economicamente alle soglie della povertà o dentro la povertà, una società che vive i fatti suoi molte volte in silenzio e senza un rancore che sarebbe quantomeno comprensibile. No, mi riferisco piuttosto al meno comprensibile rancore sordo e costante della società che sta ben distante e ben sopra la soglia della povertà o comunque se la svanga bene fuori, quella che è pur sempre anche in Italia, alla faccia del tanto conclamato ”declino italiano”, la società dei due terzi. E mi riferisco piuttosto a quel “male di vivere” nelle relazioni, frutto di interessi e di sentimenti poco nobili, invidia, egoismo individuale o familiare o di gruppo, mi riferisco piuttosto all’aggressività repressa anche nelle situazioni apparentemente normali, all’infelicità percepita da molti e che spesso è procurata da sé medesimi con certosino autolesionismo. E’ l’insoddisfazione permanente che mette tutti contro tutti in uno scenario paradossale e surreale nel quale una società che continua ad essere del benessere non lo percepisce e si sfoga con le categorie della politica, addossando le colpe a questo moloch anonimo che è incarnato da chi governa in quel momento ( non solo Renzi, potrebbe essere “Pippo” o “Pluto”).

L’Italia è poi perfetta per consacrare questo scenario sociale in cui i “si dice’ della stampa e della TV forniscono ragioni a profusione per essere delusi e scontenti e per proiettare la delusione e scontentezza sociale e relazionale di ciascuno sulla politica. Con il convincimento (ancora e sempre alimentato dal sensazionalismo della stampa) di sentirsi tutti parte di quel “ceto medio che la crisi – il passepartout causale di ogni malanno contemporaneo – ha devastato (dicono proprio così “devastato”)”; è quel malessere inafferrabile sintetizzato dalla lapidaria frase: “i nostri figli per la prima volta staranno peggio di come siamo stati noi”, messaggio futurologo che dovrebbe far fare ai figli gesti scaramantici e che invece, sentendolo, annuiscono. ((( INCISO: forse annuiscono convinti del sinistro presagio perché così hanno un alibi pronto per un eventuale insuccesso, oppure, meglio, per andarsene al più presto all’estero con la benedizione della famiglia e con i soldi della famiglia stessa che glieli dà a fondo perduto per metter su casa; famiglia, neanache a dirlo, di quel ceto medio che sarebbe”devastato dalla crisi” e che “devastata” mette su casa al figlio in centro a Londra…..)))

Tutto questo è rappresentato dalla politica della fazione e del messaggio negativo, della “guerra civile” mascherata da “politica” che si basa sulla negatività altrui cercata e resa pubblica. Mai un messaggio positivo. Tutto nero, tutto sempre notte, l’hegeliana “notte in cui tutte le vacche sono nere” che non fa distinguere il bene dal male. Alibi per tutti quindi.

A me pare che sia questo è lo scenario nel quale vivremo questo mese e in quelli successivi; io quantomeno lo vedo così e alla toscana posso solo dire che, personalmente, “non mi garba punto”.

Mi accorgo piuttosto che, siccome lo scenario non mi piace e non lo vorrei mai, in qualche modo così dicendo mi adeguo ad un pensiero anch’esso in negativo, al montaliano “ciò che non vogliamo”. Uno scenario opposto al “ciò che non vogliamo”, l’utopia di una pacificazione generale nella società e nella politica, oggi sarebbe irriso e dileggiato, ma da tutti, proprio tutti, anche dagli amici.

Meglio non approfondirlo troppo, ne va della mia reputazione.

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.