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In attesa dei risultati elettorali di Domenica 4 marzo si possono ormai fare solo cazzeggi di contorno perché, se anche i giochi non sono ancora già fatti del tutto, poco si riuscirà ad incidere in meno di una settimana. Del resto alcune considerazioni di contesto possono avere valore generale e prestarsi allo scenario politico che avremo di fronte anche in seguito.

 

INDECISI. La sorte delle elezioni, ormai lo si è capito, è in mano agli indecisi, come in fondo è giusto e normale che sia. E gli indecisi stanno decidendo o non decidendo in queste ore, e non attraverso l’ultimo talk show sentito o visto dal divano ieri sera, ma perché il loro arrovellarsi si sta sciogliendo in una decisione che va verso il “meno peggio”, ai loro occhi ben s’intende meno peggio. Questo fatto degli indecisi si presta appunto al cazzeggio di contorno che in questi giorni si può fare per capire il contesto della politica di casa nostra anche sul piano antropologico, se non proprio sociologico.

Se gli indecisi ci sono e rappresentano stabilmente un terzo dell’elettorato, anche quando poi sceglieranno perché il loro DNA resta comunque quello, vuol dire che le ideologie e i campi contrapposti in fondo in fondo non piacciono a tutti e l’indeciso vorrebbe anche politicamente una rappresentazione della sua indecisione. Cosa vuol dire? Che per una parte almeno di questi indecisi la trasversalità politica non è una bestemmia

 

TRASVERSALITA’. Noi oggi siamo di fronte dopo il 4 marzo a diversi scenari. Tra i molti che in questi giorni riempiono le pagine dei giornali ve ne sono due che si prestano a qualche considerazione sulla trasversalità.  Uno scenario non facile ma concretamente possibile ed uno forse solo virtualmente possibile, ma altamente improbabile. Quest’ultimo è quello fantascientifico dei 5 Stelle al potere da soli. Ebbene qualora lo fossero, ma anche se poi finissero come sono ora all’opposizione, in entrambi i casi per come si sono manifestati fino ad adesso costituiscono veramente una trasversalità politica non di facciata; di tutte le cose che vengono loro addebitate e a cui di solito mi unisco, questa invece è una caratteristica che li rende interessanti, anche se giocata sulla trasversalità dell’antipolitica populistica (“tutti uguali” “tutti ladri”). Il fatto che ci siano delle scelte addirittura fondative dei 5 Stelle per cui poi mi colloco personalmente al polo opposto al loro, come un certo ambientalismo radicale e ideologico ( di solito categoria ascrivible alla sinistra) o come l’antieuropeismo sovranista ( di solito, soprattutto il sovranismo, ascrivible alla destra) dimostra che in ogni caso non esistono più temi, se mai veramente sono esistiti, assegnabili solo a un campo piuttosto che ad un altro e che possono convivere; condizione che i pentastellati, anche se per quanto mi riguarda in negativo, rappresentano perfettamente.

L’altro scenario, per la verità anch’esso difficile per i numeri che forse non si troveranno, ma di cui si parla con insistenza, vale a dire le “larghe intese”, dimostra che alla fine c’è una parte di mondo politico, ancora probabilmente non maggioritaria ma influente, disponibile a far stare insieme da una parte riforme sociali e attenzione all’interesse collettivo, la salvaguardia dell’ambiente e lo stato sociale, dall’altra il mercato e la libertà d’impresa come volano dell’economia e l’attenzione agli eccessi della spesa pubblica. D’altra parte entrambe le opzioni da far stare insieme derivano dall’ evoluzione del pensiero liberaldemocratico, all’origine, ormai quasi tre secoli or sono, ascrivibile ad un’idea societaria di sinistra e che nella sua parabola è stato o si è autorelegato in una nicchia considerata di destra: sia come sia questa fisionomia delle “larghe intese” , pur manifestando un trasversalismo di segno totalmente opposto al primo, indubbiamente converge verso la stessa conclusione di quello pentastellato: è possibile rendere compatibili temi un tempo visti come inconciliabili.

 

SINSTRA DESTRA. Il fatto che si facciano strada possibilità trasversali non significa però che le resistenze in senso opposto, solitamente molto emotive e poco razionali, non ci siano e anzi persistano diffuse con un’inflessibilità inadeguata ad una società aperta e sempre più liquida. C’è una polemica ormai pluridecennale verso chi ha cominciato già diversi lustri fa a mettere in discussione le categorie storiche della dialettica politica, sinistra e destra. Ma i fatti dimostrano che gli argomenti contro quantomeno la messa in discussione di tali categorie storiche abbiano armi sempre più spuntate. Categorie che andavano bene forse quando si era in assenza di garanzie democratiche e per poterle conquistare fino in fondo come poi è avvenuto; che andavano bene quando i soggetti sociali e le classi sociali in campo erano poche e inequivocabili e lo stesso per gli interessi contrapposti ben individuabili. Oggi la complessità della società , la trasversalità e la scomponibilità degli interessi stanno strette dentro allo schema di schieramenti, alcuni dei quali ancora con pervicacia continuano a far riferimento a categorie politiche obsolete. Chi “si sente” di sinistra accusa questa visione di qualunquismo e soprattutto sostiene che di solito la esprime chi è “di destra”. Personalmente ritengo questa notazione frutto invece della supponenza di chi non ha il coraggio di mettersi in discussione e di scalfire le sue granitiche certezze. E infatti continua ad essere esclusa dal gioco la condizione di chi in politica si sente veramente “apolide”. Un banale e giornalistico luogo comune interpreta l’astensione alle elezioni come l’atteggiamento di chi è schifato dai partiti, dalla corruzione etc. e insomma assegna l’astensione al campo della cosiddetta “antipolitica” che a parer mio è solo una ma non l’unica motivazione. A nessuno viene in mente che possa esistere invece una motivazione più responsabile dell’astensione o dell’indecisione in politica, che nasce da una condizione “apolide” che nessuno riesce a rappresentare.

 

VOLTAGABBANA. Comunemente c’è una reputazione pessima verso coloro che, una volta seduti in parlamento ma non solo, anche individualmente, cambiano nel tempo la loro collocazione, riposizionandosi nel campo avverso o quantomeno favorendo il campo avverso a quello delle proprie origini. (a volte addirittura con andata e ritorno). Ora li si chiama con una certa dose di ironia e di dileggio “responsabili”, e una volta erano semplicemente dei “voltagabbana”. C’è una gogna giustificata e comprensibile per questi salti di campo e la stampa di solito ci dà dentro e ci inzuppa il pane perché fanno notizia e anche folclore. Ma siamo proprio sicuri che sempre 100 volte su 100 si tratti di mero e bieco opportunismo da parte di questi soggetti? Siamo sicuri che il prevalente opportunismo di tali cambi di casacca non celi invece in alcuni casi drammi etici e interiori autentici da parte di chi, eletto o anche semplicemente autodefinitosi da cittadino in un certo campo, poi non sia lacerato realmente perché vede e ascolta anche le ragioni della parte avversa, condividendole almeno in parte se non tutte? Ricordo la deputata di Rifondazione Marida Bolognesi che, trasgredendo la linea dell’allora Rifondazione Comunista, in lacrime diede il voto di salvataggio al governo Dini ( Diniii) nel ‘95. Quelle lacrime erano autentiche e dimostrano che anche sui cambiamenti di casacca il giudizio dovrebbe essere un po’ più cauto. La domanda resta volutamente sospesa e la risposta, come diceva il cantautore, “caduta nel vento”, ma mi permetto di porla anche in anticipo su ciò che accadrà dopo il 4 marzo. Se ci saranno dei “responsabili” che tradiranno le loro segreterie politiche per dare un governo al paese lo faranno solo per bieco opportunismo?

 

MA ANCHE. Si diffuse una certa ironia dieci anni or sono quando Walter Veltroni era sulla breccia come primo segretario del PD e poi oppositore perdente di Berlusconi. Il suo tentativo di parlare a molti anche fuori dal suo campo di gioco per allargare l’egemonia del nascente partito portò a definirlo l’uomo del “ma anche”. Walter infatti teneva molto a rappresentare una visione ampia e nazionale della politica che tenesse conto della pluralità e della complessità di interessi e bisogni, una visione costituzionale, che si può per esempio sintetizzare in una frase tipo che avrebbe benissimo potuto esprimere e che dico a caso ” E’ importante favorire le imprese che investono, producono, danno lavoro e fanno girare l’economia, MA ANCHE è altrettanto importante che la loro azione sia compatibile con gli interessi collettivi, con i diritti di chi lavora, e con la salvaguardia dell’ambiente e del territorio”. I suoi “ma anche” sono probabilmente gli stessi che in questi giorni stanno nella testa di un certo numero di indecisi di cui s’è detto e che quando cercano di capire per chi votare si trovano di fronte – non sempre come s’è visto ma spesso – a posizioni in assenza di “ma anche”; e invece spesso in presenza di “aut aut”. Ecco la filosofia del “ma anche” e quella che dichiara guerra agli “aut aut” e pensa che per coprire gli interessi dell’intera nazione ci vogliano piuttosto gli “et et”; congiunzioni latine queste che come tutte le congiunzioni sono dei ponti lessicali che uniscono e non dividono. E il costruire ponti è quello che ancora troppo pochi nell’agone della politica pensano di fare, se non quei ponti effimeri delle alleanze elettorali fatte solo per provare a vincere. Alleanze che sono poi tra simili, bella forza, mentre nessuno pensa agli “et et” tra diversi veramente, cioè a linguaggi che parlino ai diversi da sé. I ponti dovrebbero essere quelli che invece uniscono sponde diverse sull’esempio dei grandi ponti, quelli veri e fuor di metafora, tra Asia ed Europa sul Bosforo ad Istambul.

 

ET ET COSTITUZIONALI. Ci si sciacqua frequentemente la bocca con la nostra Costituzione, definita “la più bella del mondo”, ma mai nessuno che faccia caso che quel testo è il trionfo del “ma anche”. Prova ne sia che il virgolettato che ho attribuito sopra a un’ipotetica e virtuale frase di Veltroni altro non è che la parafrasi dell’art. 41 della Costituzione Italiana e che riguarda la libertà d’impresa. Ritengo falso perciò sostenere che la Costituzione sia solo un ‘insieme di ottime e nobili regole e quindi solo una alta e approfondita metodologia democratica, in assenza di contenuti e soprattutto di precisi obiettivi da perseguire per ogni azione politica e sociale. Al contrario la Costituzione è un vero e proprio manifesto politico. E infatti se un cittadino dovesse far proprio fino in fondo lo spirito costituzionale dovrebbe sempre astenersi alle elezioni perché non troverebbe mai nessun schieramento in grado di rappresentare totalmente e integralmente l’equilibrio, la pluralità e le compatibilità anche di interessi diversi che la Costituzione prevede o la disponibilità a farli incontrare dialogando con uno schieramento diverso.

E comunque se un cittadino di fronte a questo vuoto non volesse proprio ricorrere ad una pilatesca astensione, è sicuramente messo nelle condizioni di far precedere il voto da una lunga e combattuta indecisione.

E si torna al punto da cui si era partiti.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.