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Non è mio compito commentare i risultati di quest’ultima tornata elettorale, ma due parole vorrei spenderle. Posto che ci siano molti trionfatori ma nessun vero vincitore, a causa di una legge elettorale tanto sconclusionata quanto offensiva della sovranità del popolo, ci troviamo in un’ormai accertata situazione di stallo. E, paradossalmente, c’è qualcuno che, senza allontanarsi troppo dalla realtà, sostiene che con questa legge ha vinto chi ha perso, perché chi ha perso fa da “boccino”, da elemento, cioè, decisivo delle sorti di un popolo, sia pure da fermo e da spettatore passivo.

Non scopro l’acqua calda e mi scuso per le ovvietà. Quest’ultima tornata elettorale mi ha confermato, però, un’altra verità. Che la politica è il territorio del paradosso e che le combinazioni alle quali i suoi attori riescono a dar vita sono infinite e mutevoli. E soprattutto imprevedibili. Tanto imprevedibili che, pur assumendomi la responsabilità di queste mie brevi righe, non so quanto il loro contenuto sia superato da qui a qualche giorno. E dunque, irrimediabilmente obsoleto.

Una cosa è certa: il vero trionfatore di queste elezioni è stato il luogo comune. Oggetto di attacco sconsiderato di stereotipi è stato il Sud, vittima di un celato – ma non troppo – pregiudizio che si fa beffa oltre che del buon senso, anche delle ragioni storiche che sempre dovrebbero illuminare qualunque analisi politica. Da quella dei più fini analisti a quella che si fa tra quattro amici al bar, davanti al bigliardo e a un boccale di birra.

Cattiva e inelegante, ma soprattutto miope, è stata l’alluvione di insulti nei confronti di un Sud privo di coscienza e di pensiero critico, che si è consegnato a chi gli ha promesso un’assistenza prolungata nel tempo. Le battute sul reddito di cittadinanza, accompagnate dalle leggende circolate sul web circa le code di tanti meridionali presso gli uffici dei vari Caf, pronti ad impugnare il modulo di circostanza, dovrebbero far riflettere, anziché far sorridere.

Tutto molto grave ma, per tornare alle ragioni che hanno spinto tanti meridionali a votare Cinque Stelle, prima di pronunciare condanne, sarebbe opportuno conoscere o, quanto meno, non negare una difficile realtà da sempre sovrastata da un ottuso, inaccettabile, colpevole silenzio. Perché, si sa, il pre-giudizio prevale sempre sui fatti. È più comodo e più indolore.

Il Sud che è venuto fuori da queste elezioni è, invece, un Sud pulito, che ha voglia di lavorare, che spera, che non accetta il voto di scambio né la cultura del privilegio, che vede nei benefici del welfare una condizione transitoria, propedeutica all’acquisizione di un diritto sacrosanto, che è quello di contribuire alla crescita generale. È un Sud che chiede aiuto, sì, ma che non vuole più essere abbandonato nelle mani della criminalità organizzata e che rifiuta la pratica dell’abusivismo e della sopraffazione. È un Sud stanco dell’assenza delle istituzioni.

E mi chiedo: dov’è stato lo Stato finora? Che cosa ha fatto per combattere la criminalità organizzata? Quali politiche per il lavoro? Le periferie suburbane, e non solo, sono popolate da predestinati, da dannati senza speranza, da giovani in preda a un analfabetismo di ritorno, insidioso e pericolosissimo. Che cosa è stato fatto per prevenire e curare il loro malessere?

La classe dirigente della sinistra che ha governato, purtroppo, ha creato dei principati che hanno pensato solo a salvaguardare i propri interessi. Attitudine, quest’ultima, antico patrimonio della destra, che si è progressivamente travasata in una sinistra di potere.

Il dileggio stavolta è provenuto anche da chi invece avrebbe dovuto fare ammenda delle proprie colpe e stare dalla parte di chi ha bisogno. Non ci meravigliamo allora se la gente ha preferito chi si schiera dalla parte del popolo. Ma non  è peggio il contrario, e cioè abbandonarlo al proprio destino, il popolo? Berlinguer non si sarebbe mai sognato di fare ironia sulla massa che chiede aiuto.  All’abbandono si risponde con la ribellione. All’indifferenza con il rifiuto. All’irrisione con il disprezzo. Se c’era qualcosa da imparare dalle elezioni del 4 marzo forse è proprio questo.

 

 

 

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.