By

Qualcuno storcerà la bocca: che cosa avranno mai in comune le elezioni appena svoltesi nel Bel Paese e la «più grande battaglia navale del Rinascimento»?

Nelle acque greche all’imboccatura del Golfo di Patrasso quel giorno di ottobre le squadre riunite della Lega Santa, a grande maggioranza veneziana, inflisse una dura sconfitta alla flotta ottomana. Ancora oggi in molti ricordano l’evento, celebrandolo quale lo scontro decisivo che fermò l’avanzata turca in Europa.

Quindi, Lepanto fu una «vittoria decisiva» per tutti costoro. Peccato che i turchi, nel 1573, imposero a Venezia una pace umiliante con la quale si presero tutto ciò che all’inizio della guerra avevano intenzione di conquistare. Inoltre, la loro avanzata in Europa continuò ininterrotta fino al 1683: ricordo che è la data del grande assedio di Vienna. Il terzo subito dalla capitale asburgica sul Danubio a opera degli ottomani.

Ergo: di quale «vittoria decisiva» parliamo? Se il concetto di “vittoria” prevede come corollario la conclusione di una pace che ratifichi il raggiungimento dei nostri obiettivi è evidente che la Guerra di Cipro, iniziata per il possesso dell’omonima isola mediterranea, di cui la battaglia di Lepanto fu un episodio, venne vinta dagli ottomani.

Visto, poi, che questi proseguirono nei loro progressi fino al 1683, allora ci tocca declassare Lepanto al rango di «più grande battaglia navale del Rinascimento», ininfluente però sull’esito del conflitto e sui rapporti politici di lungo periodo tra Europa cristiana e Turchia ottomana.

Il modo con cui si conclude la pace e gli sviluppi successivi, insomma, fanno la differenza tra “cogliere un successo” e “vincere”. A volte sono gli sconfitti, come i turchi a Lepanto, a risultare nel medio-lungo periodo i veri vincitori.

Veniamo a noi, adesso. Il risultato elettorale ha messo alle corde il PD. Ridotto drasticamente la sua rappresentanza parlamentare. Costretto Matteo Renzi alle dimissioni. Tutti parlano di un partito in sostanza annientato. Per converso, esultano M5S e Lega: hanno ottenuto più voti e più eletti di chiunque altro. I Pentastellati da soli, la Lega riducendo gli alleati della coalizione a mere comparse.

Ergo, Luigi di Maio e Matteo Salvini hanno “vinto”. Al punto che il primo si autoincorona e Alessandro di Battista proclama sicuro «adesso tutti dovranno venire a parlare con noi». E Salvini reclama per sé il diritto di ricevere l’incarico di formare il nuovo governo. Peccato che nessuno dei due “vincitori”, in realtà sia in grado di passare dalle parole ai fatti. Entrambi, semplicemente, sono distantissimi dal possedere una maggioranza, per quanto risicata, in grado di far partire qualsiasi esecutivo.

Di Maio proclama che il M5S adesso è «il pilastro» della politica italiana: in quanto partito più votato: più del 30%. Peccato che il 70% degli elettori abbia scelto qualcun altro. Dal canto suo, Salvini vuol far pesare il 37% ottenuto dalla coalizione e il fatto che la Lega abbia surclassato Forza Italia. Parliamo sempre di un 18% scarso, comunque.

E se io dicessi che mai come oggi è il PD il vero “pilastro” della politica italiana? Perché senza il PD non nasce proprio nessun governo. Di alcun tipo. A meno che M5S e Lega non si alleino tra di loro, è chiaro. Ipotesi altamente improbabile, a mio giudizio. Se non altro perché sono concorrenti.

Quindi, i cosiddetti “vincitori” si trovano nelle mani dei “vinti”. Lo ha capito benissimo Matteo Renzi. Il quale, sapendo di avere dalla sua la maggior parte dei parlamentari eletti nelle file Dem, nonché l’Assemblea Nazionale del partito e di non avere al momento alcun serio competitore all’interno, ha calato l’asso: posizionando il PD all’opposizione e negando di essere disposto a qualunque alleanza con chicchessia.

Geniale. Scriveva nel VI secolo a. C. lo stratega cinese Sun Tzu che «risulterà vittorioso il generale che occupa per primo il campo di battaglia»: infatti costringe gli altri a combattere sul terreno da lui scelto e alle sue condizioni. Questo ha fatto Matteo Renzi.

Di Battista, al solito, fatica a capire: non sono gli altri a doversi muovere per «parlare» con il M5S, bensì l’esatto contrario. E se Salvini vorrà evitare di bruciarsi, sarà costretto a fare altrettanto. Solo che nessuno dei due, Pentastellati e Lega, sono preparati a uno scenario del genere. Strano, avrebbero dovuto prevederlo. Almeno come simulazione di studio.

Sosteneva Bettino Craxi che con l’8% si poteva fare davvero molto in uno scenario proporzionale. Con più del 18% le munizioni a disposizione sono persino in abbondanza. Credo che ne vedremo delle belle. La guerra, infatti, è appena all’inizio: si è combattuto a Lepanto, appunto, ma la strada verso la vittoria, quella vera, è lunga e accidentata.

Ps. Ricordava un altro classico del pensiero strategico, von Clausewitz, che un successo non sfruttato con prontezza si trasforma regolarmente in una catastrofe: Lepanto, ancora una volta, insegna.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.