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Si era provato a discettare sugli esiti possibili di questa tornata elettorale e si pensava che il portato dell’azione di Governo, della pacatezza e affidabilità di Gentiloni potevano essere un valore aggiunto che avrebbe potuto fare da cuscinetto e da ammortizzatore di una sconfitta preconizzata dai sondaggi.

http://www.luminosigiorni.it/2018/02/disastro-pd-e-coalizione-il-4-marzo-siamo-proprio-sicuri/

Non è andata così, è andata molto peggio di come era stata prevista, esattamente come è andata molto meglio per i vincitori (M5S e Lega). Ma mai che questi sondaggi ci becchino? Mistero.

Allora viene da riflettere sulla prospettiva dell’agire politico di questo PD.

Ma sarà ancora “questo” il PD che avremo di fronte da qui a qualche mese?

Perché se è vero che le dimissioni del Segretario erano inevitabili, non è altrettanto certo il punto di caduta e il riflesso di queste dimissioni.

Non lo è per la ragione che si è chiusa una fase che era iniziata con la segreteria di Veltroni, alla nascita di questo partito, e che Matteo Renzi più di ogni altro ha provato a perseguire: uscire dal recinto della sinistra e allargare al centro.

A differenza di Veltroni che, ritenendo di aver fallito la sua missione già alle politiche del 2008, diede le dimissioni da Segretario, Renzi ha incassato nel breve volgere di un anno e mezzo due sconfitte strategiche: quella referendaria e questa di oggi.

Strategiche perché nel frattempo il quadro di riferimento è cambiato: la grande crisi economica parte proprio nel 2008, la globalizzazione dispiega i suoi effetti sulla precarietà del lavoro con maggior forza proprio a partire da quel momento, la spinta all’immigrazione conosce il suo boom dopo il 2010 e si impenna fino ai giorni nostri.

La necessità di modificare la struttura della Costituzione, ammodernandola e l’imperativo di riuscire ad allargare il bacino di riferimento del proprio elettorato, per arrivare ad un sistema e ad un partito “maggioritario” facevano il paio e hanno costituito il target sul quale misurare la capacità di stare in campo.

Sconfitta su tutta la linea.

Le ragioni dell’esito referendario sono state largamente esaminate. Lo saranno per queste elezioni anche se vien da dire di primo acchito che le paure, l’insicurezza e la precarietà hanno fatto da piedestallo alla demagogia e al populismo.

Con buona pace della “responsabilità”. Profusa a piene mani e dimostrata dai risultati del Paese.

Che adesso probabilmente qualcuno vorrà invocare per spingere il PD “questo” PD ad assumere il ruolo di stampella di un Governo indifferentemente che questo sia a trazione leghista (la coalizione di CentroDestra) o a trazione grillina. Purchessia.

E allora varrebbe la pena ricordare come appunto la responsabilità non paga e non ha pagato il PD fin dal 2011 (Governo Monti) e poi dopo le elezioni “vinte ma perse” del 2013 con i Governi del Presidente (Letta, Renzi e Gentiloni). Tutti a dare addosso, tutti a sparare a palle incatenate sull’illegittimità del Governo non eletto dal “Popolo”, alzando canee contro qualsiasi atto legislativo di qualsiasi natura (economica, fiscale, sociale e persino sui diritti civili).

E i frutti di quell’opposizione dura e pura adesso c’è chi li trae con il massimo beneficio.

Ma reggerà “questo” PD alle spinte esterne, molte delle quali verranno dai massimi livelli dell’establishment politico, economico nazionale?

Reggerà alle pulsioni interne di chi non si abitua a stare all’opposizione (parola dimenticata oramai da 7 anni) ed è disposto a “combinare il diavolo e l’acqua santa” – altro che inciucio -pur di governare?

Perché gli scenari sono appunto quelli di offrire un appoggio (esterno o interno fa poca differenza) a una di quelle due formazioni che non solo fino a ieri hanno usato tutte le armi lecite e illecite per minare il terreno sul quale poggiavi i tuoi fondamenti, ma hanno programmi e proposte politiche antitetiche, divergenti e contraddittorie.

Qualcuno dirà “… ma in Germania hanno fatto un patto governativo fra CDU e SPD”. Sì, ma quelli non solo ci hanno messo 6 mesi, ma l’esperienza l’avevano già vissuta e la base dell’accordo è strettamente e “calvinisticamente” programmatica. Prima le basi, e poi i numeri per formare la maggioranza.

Qui da noi si sta giocando col pallottoliere: prima i numeri e poi, molto poi, (forse) le basi programmatiche.

Ma di che cosa stiamo parlando? Come si può pensare di mettere assieme il programma del M5S o quello della Lega con quello del PD.

Ma li avete letti? Anche solo per sommi capi?

E allora lo scenario si complica, non solo per la formazione del Governo “se sono capaci che lo facciano” ma anche per l’impianto del PD stesso.

Che dovrà ricostruire la propria strategia, le proprie rappresentanze sociali e le proprie alleanze politiche.

“Questo” PD non è attrezzato per rivedersi radicalmente, “questo” PD è figlio di un pateracchio fin dalla sua fondazione, “questo” PD ha navigato in brutte acque per quasi 10 anni, ha galleggiato, non ha mai volato sulle onde.

C’è stata solo una parentesi breve, brevissima, in cui sembrava che potesse farcela a portare a casa la sua missione. E’ stato il biennio 2013/14, fino alle trionfali Europee, grazie alla sfrontatezza, alla brillantezza, alle idee nuove e dirompenti, alla capacità di comunicare, di entrare in sintonia del suo leader che però adesso ha finito la sua parabola, drammaticamente discendente, e non potrà più ambire a nessun ruolo decisivo in questo scenario.

Solo se ci sarà chi si farà carico di mettere in campo un nuovo progetto e un rinnovato soggetto politico non ideologico, senza essere “necessariamente” di sinistra, ma ben ancorato ai valori della sinistra storica, e a quelli della miglior cultura cattolica, pragmatico e sognatore, laico e progressista potremo sperare di vedere realizzata la missione che originariamente era del PD di Veltroni ed è stata dal 2013 fino a ieri del PD di Renzi.

Partendo dallo stare all’opposizione che ti dà lo spazio e il tempo per riflettere senza gli obblighi della responsabilità di Governo.

Perché anche fare bene l’opposizione significa essere responsabili.

 

 

 

 

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia) e ora presidente dell’Associazione VeneziaUnited il Supporters Trust dei tifosi arancioneroverdi.