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I postumi del 4 Marzo.

Il risultato delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, ormai storicizzate (con i tempi convulsi della comunicazione social contemporanea), è la fotografia di un Paese strano, inconsueto, differente. Difficile, però, dichiararsi sorpresi: la metamorfosi era ampiamente annunciata e attesa da anni: da tempo infatti l’ondata populista attraversa il mondo e si accresce grazie alle contraddizioni e alle fratture che pervadono economia e società, allo smarrimento causato da troppi cambiamenti non adeguatamente compresi (innovazioni tecnologiche, globalizzazione, migrazioni di massa …).

Come i processi economici e sociali, le idee politiche, gli usi e costumi dei popoli, anche la psicologia delle masse (e i correlati orientamenti del consenso) scavalcano oceani e continenti, manifestandosi nei vari luoghi in modo originale e inedito. Da noi, in questa tormentata Penisola in perenne crisi di identità, lo tsunami ha assunto la forma di due movimenti complementari: quello nazional-leghista e quello pentastellato: il primo si propone di assorbire e rappresentare tutta la destra, mentre il secondo sembra aver fagocitato una parte consistente del voto di sinistra.

Nel momento presente è arduo prevedere ciò che accadrà nelle prossime settimane: nessuno è chiaroveggente, e si prepara un percorso complesso (istituzionalmente e politicamente); la fase di stallo potrebbe forse sfociare in un esecutivo di scopo finalizzato a compiere la riforma elettorale (l’obiettivo appare estremamente ambizioso da raggiungere, alla luce delle deludenti esperienze pregresse).

L’invasione barbarica.

Gli “opposti populismi” italiani sono dislocati territorialmente in un determinato modo, come espressioni di consenso che rispecchiano a Nord la paura per il diverso, ma anche il senso di minaccia per la propria identità e il residuo benessere, e a Sud la paura di un futuro incerto e privo di opportunità. Certo questa è una semplificazione, che potrebbe essere contestata da chi ha consapevolmente votato Lega o Cinquestelle: a mio avviso, però, non è azzardato pensare che questi due movimenti complementari debbano il proprio successo al fatto che hanno ascoltato una forte richiesta proveniente, come suol dirsi, dal basso, e sono intervenuti fornendo ai postulanti (seppure a livello immaginario) ciò che veniva richiesto.

Il sistema elettorale sarà pure difettoso perché non consente la formazione di un governo autorevole, omogeneo e stabile, ma gli Italiani si sono espressi, e di questo occorre prendere atto. Se concordiamo sulla legittimità del gioco e delle sue regole, ogni diversa considerazione passa in secondo piano. È un fatto che gli Italiani (il popolo sovrano), nella complessità delle varie posizioni e in base a una serie di posizioni differenti, per i motivi personali più disparati, hanno dato fiducia a partiti e a movimenti che non c’entrano nulla con quello che un tempo veniva detto l’“arco costituzionale”, cioè a forze rappresentative di istanze anche molto radicali, come la Lega di Salvini, soprassedendo rispetto a considerazioni di tipo etico o formulando comunque su queste forze un giudizio globalmente positivo.

Per quanto riguarda i Cinquestelle, ciò che maggiormente mi inquieta in quel movimento, al di là degli inattuabili programmi (chi li legge e li prende sul serio, i programmi?), è il modo in cui si atteggia, le sue regole di funzionamento interne, lo statuto, la sua bizzarra concezione della democrazia (“diretta”, ma dall’alto) e la dipendenza di questa sedicente democrazia 4.0 da una struttura – la piattaforma Rousseau – che è di fatto di proprietà di una società a responsabilità limitata (in definitiva, di un padrone). Il movimento in questione, mi pare, non ha neppure quei requisiti minimi di reale democrazia che qualsivoglia partito strutturato e organizzato deve avere, con assemblee e congressi, delegati e così via. Capisco che si tratta di qualcosa mai visto prima, di un diverso pianeta politico – digitale, ma ciò non mi tranquillizza: perché, fino a prova contraria, esso si innesta in un contesto ordinamentale, giuridico e politico, di tipo rigorosamente “tradizionale”, nel quale esiste ancora (per fortuna) una Costituzione, ed operano ancora gli organismi tipici di una democrazia rappresentativa di tipo occidentale (in attesa di essere guidati da un perfettissimo algoritmo universale).

Questo strano movimento, come un replicante dei “vecchi partiti” che apertamente contesta, si sta però rapidamente istituzionalizzando. La rilevante percentuale da esso ottenuta alle elezioni del 4 marzo ha fornito legittimazione e fiducia al suo “capo politico”, che ora cita De Gasperi e cerca di ingraziarsi persino gli ambienti ecclesiastici.

Per quanto riguarda la coalizione che ha prevalso al Nord (e che, come rassemblement, guida la classifica dei consensi, anche se non ne ha avuti a sufficienza per poter governare), ad essa disconosco quel carattere di “centrodestra” che si volle dare in campagna elettorale.

Quella del centrodestra, di ispirazione berlusconiana, era già una formula caduta in disuso, anche per il suo riferimento al centro che in una competizione tra forze politiche in un agone proporzionale non ha più grande importanza. Ciò è tanto più vero ora, per questa coalizione “vincente”, così sbilanciata verso le forze “estreme” (xenofobi, nazionalisti / sovranisti, antieuropei). La destra è proprio una destra “e basta”, con rappresentanti e leader imbarazzanti, agitatori come Salvini, che come i Cinquestelle si alimentano di propaganda diffamatoria. Ciò nonostante, resta un avversario in qualche modo conosciuto, che in una certa misura accetta le regole del gioco e condivide il terreno di scontro (nonché la “lingua ufficiale” di riferimento) con la parte “democratica”.

Tramonto democratico?

In questa cornice, il mondo “istituzional – costituzionale”, legato alla Carta Fondamentale, fiducioso nelle magnifiche sorti progressive della democrazia e dei diritti civili, politici, sociali, si ferma più o meno a un quinto dei voti validi. Ciò non significa, probabilmente, che la popolazione italiana nel suo complesso non apprezzi il fatto di godere delle libertà e dei diritti sanciti dalla Costituzione, ma semplicemente che in fondo queste libertà, questi diritti, vengono dati per scontati. Né si ritiene che essi siano in qualche modo posti in discussione, e forse per molti (che una volta si sarebbero classificati in un vasto “proletariato” della precarietà e delle competenze) sono questioni soverchiate da problemi più pressanti di vita pratica. In breve: se mi tocca adattarmi a una vita grama, faticando tutto il giorno, rendendomi ricattabile, soggetto a spostamenti geografici stressanti a fronte di un contratto di lavoro povero e precario, è difficile che mi appassioni per la libertà di espressione. A questo punto, anche se la mia situazione dipende più da fenomeni sovra e internazionali, o da criticità pregresse (irrisolte dai governi di ogni colore), divento facile preda di chi strumentalizza il mio malcontento contro il “timoniere” presente e mi rendo disponibile ad offrire il voto a chi mi promette migliori condizioni di vita, un miglior lavoro, maggiori garanzie, se non addirittura un assegno periodico “a perdere” (leggi “reddito di cittadinanza”) in sostituzione del lavoro.

Nell’immediato “ieri”, il PD renziano rappresentò qualcosa, un progetto in divenire, non delimitato dall’alveo tradizionale della sinistra. Per tale ragione, ritengo, fu gradito quasi al 41 per cento del corpo elettorale, in occasione del voto per le elezioni europee del 2014: vi si intravvedeva il c.d. “partito della Nazione”, cioè una forma di partecipazione post ideologica (“alla Macron”, con il senno di poi), che aveva intercettato il consenso di molti nella prospettiva di riforme condivise pro sviluppo. Quella forza politica stava diventando qualcosa di simile a un progetto social – liberale europeo a vocazione maggioritaria. Poi la personalizzazione del progetto e il naufragio della riforma costituzionale, grazie anche all’opera determinante della sedicente sinistra identitaria (trinariciuta), fece crollare tutto. Il disegno riformatore è stato quindi prontamente azzerato, a partire dal 4 dicembre 2016.

Da allora, come si è visto, il voto trinariciuto si è riposizionato anche sotto l’ala del Movimento 5 Stelle, che ha saputo toccare le code più sensibili per l’emotività postcomunista (anche dando voce e importanza a strani economisti neokeyesiani).

In queste elezioni 2018 è apparsa molto ridotta l’area del consenso elettorale del PD, che evidentemente era anche espressione di voto mobile e non identitario. Questo deficit di consensi non sembra doversi attribuire a una mancanza di contenuti e proposte “di sinistra”, cioè radicali in senso (diciamo) laburista, o di attenzioni all’eredità del comunismo europeo o della socialdemocrazia: tant’è che le formazioni esplicitamente vicine a questi lasciti ideali hanno avuto risultati elettorali risibili (subendo, come accennato sopra, la competizione del M5S).

Nella nuova geografia politica italiana, tuttavia, il PD viene suo malgrado fatto corrispondere a quello spicchio che rappresenta la “sinistra”. Ma è una visione corretta?

Senza nulla voler togliere alla gloriosa storia del movimento operaio, socialista, e financo al “comunismo” italiano (per il suo concorso alla democrazia e alla libertà), ciò non equivale a confinare quella forza, già dotata di un formidabile potere espansivo, in uno spazio angusto e identitario? Da tale spazio appunto il PD renziano (“partito della Nazione”) fuoriuscì, guadagnando consensi esterni al campo tradizionale del progressismo. Se il PD tornerà ad essere “solo” sinistra, sarà molto probabilmente condannato a rappresentare tutt’al più un quinto dell’elettorato.

È chiaro che bisogna (convintamente) essere ciò che si è, che non si può essere qualcos’altro: tuttavia, ritengo, la fuga identitaria uccide l’area democratica: è perdente in partenza, in un contesto pervaso dalla paura e dal ripiegamento su sé stesse delle comunità nazionali e locali. Forse, quest’area (più o meno, in questo momento, stretta intorno al PD, con tutti i suoi limiti e le sue tare) dovrebbe ripartire dalle cose, da una dimensione pragmatica e civica, più che dai massimi sistemi: dalla pratica più che dalla teoria.

La condivisibile linea del PD è in questo momento di fare opposizione: tale partito sarà pure in una difficile impasse, ma ancora rappresenta un baluardo di “istituzionalità” democratica in una specie di nuovo Medio Evo della politica e del diritto: potrà pure passare il testimone ad altri, o rinascere sotto mutata forma, ma sarebbe grave se cedesse ora, smarrendo la propria identità e la propria ispirazione riformista.

Funzionario presso l’amministrazione finanziaria, esperto in fiscalità delle imprese, pubblicista, autore di numerose pubblicazioni monografiche e di articoli in materia fiscale, docente e relatore in convegni. Laureato in scienze politiche e specializzato in studi sulle pubbliche amministrazioni; sposato con due figlie e residente a Mestre dalla nascita.