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Venezia, 1741: «Nù soli crederemo d’essere così fortunadi, che speremo esser intangibili e sacri, benché soli e distaccadi da tutti.»[1]

Venezia, 1781: «(Si corre a, N.d.R.) …nascondersi come i fanciulli che hanno vergogna di comparire fra gli uomini.»[2]

In questi due brevi scritti, rispettivamente di Bernardo Nani e Davide I Andrea Dolfin e il secondo in una lettera da Parigi indirizzata ad Andrea Tron, si sintetizza il cambiamento avvenuto in quattro decenni nella percezione di sé del patriziato di governo nella Repubblica Serenissima. La svolta è netta: se al termine del primo anno della Guerra di Successione Austriaca prevale ancora lo stupore verso i frutti sperati dalla neutralità decisa da Venezia, in seguito il sentimento diventa di radicale scoraggiamento per i suoi esiti concreti.

L’esempio serve a chiarie un equivoco ancora diffuso: la società lagunare del Settecento non è affatto, a dispetto delle apparenze, la quieta e pigra realtà votata ai piaceri di certi resoconti, bensì una caldera pronta a esplodere.[3]  Soprattutto è laboratorio d’idee e piani politici spesso sorprendenti per originalità e chiaroveggenza.

Proprio negli anni Ottanta del XVIII secolo, quando sembra prevalere l’autocommiserazione per la propria agonia crepuscolare, la Repubblica Serenissima produce, a sorpresa, un audace progetto geostrategico. L’obiettivo è ambizioso: provare a invertire il corso della Storia, esplorando una prospettiva a un tempo nuova e tradizionale. Noi conosciamo quanti lo condivisero come Geniali di Moscovia.

Chi sono? Che cosa propongono? Perché la loro visione è così attuale per l’Italia di oggi? Prima di entrare nel merito, una premessa.

Venezia nasce ad Altino sulle rive del Sile, là dove il ramo principale del fiume conduceva nella Laguna Nord e il secondario nell’allora delta del Piave. Altino è la città-matrice, l’originale di cui l’erede conserva tracce architettoniche e identico impianto urbanistico: canali come strade, fondamenta, case-fondaco sull’acqua, la medesima tecnologia costruttiva Antico-Veneta che i Romani avevano conservato.

Le due città condividono, in particolare, stesse posizione geografica, conformazione fisica ed estensione di territorio.[4] Si trovano, infatti, sulla costa euromediterranea del Rimland;[5] nell’angolo nordorientale dell’autostrada liquida chiamata mare Adriatico; all’incrocio degli assi terrestri Baltico-Mediterraneo, l’odierno Corridoio 1, e Ucraina-Iberia, cioè Corridoio 5. Nord-Sud ed Est-Ovest. Nel tempo mitico degli Dèi e degli Eroi conosciuti quali via dell’Ambra e via di Eracle, rispettivamente.

Questa la fortuna di Venezia. Al resto pensano gli abitanti. Numerosi. Perché la città sin dall’Alto Medioevo è una metropoli. Nell’Età Moderna resta una città importante. Geografia e demografia sono le basi della potenza veneziana. Cioè le due leve mosse senza esitazioni da una serie di formidabili uomini di stato, che fanno uso spregiudicato di forza economica, diplomatica, militare.

Geografia, demografia e intelligenza creativa determinano il miracolo dell’Arsenale, fucina del potere marittimo veneziano. Perché fornisce agli uomini le navi e le armi di cui hanno bisogno. In ogni circostanza, qualità e quantità.

Riassumendo: posizione geografica, carattere nazionale, carattere del governo, popolazione, infrastruttura industriale, marina mercantile che si trasforma in combattente e, presto, integra vere unità specializzate da guerra. I fattori per puntare al dominio del mare ci sono tutti.

Per ottenerlo, però, serve una strategia in grado di utilizzarli e sfruttarne le potenzialità. Non solo. La popolazione è sì in quantità tale da permettere di equipaggiare su base volontaria flotte numerose e di alto livello marinaro, ma alimenta anche un sistema di leva, basato sulla divisione in parrocchie della città, che funziona benissimo. Al reclutamento non si sfugge. Del resto, quasi nessuno vi si sottrae: in guerra si va a fare bottino e la prospettiva stimola.[6]

La macchina militare veneziana si dispiega in pieno a Durazzo, nel 1080-81, quando la Civitas Rivoalti smette di essere una semplice provincia occidentale bizantina e diventa sul serio indipendente sul piano politico. La svolta conclusiva, però, avviene durante l’epopea del 1202-04. È in occasione della Quarta Crociata, infatti, che agli ordini del maggior stratega veneziano di sempre, l’allora doge Enrico Dandolo, gli uomini di San Marco fondano un impero.

Si tratta di una costruzione politico-militare particolare: lo Stato da màr si presenta come una catena di basi navali scaglionate con la funzione di mantenere il controllo delle vitali rotte commerciali.[7] Queste ultime escono dai terminali terrestri delle vie della Seta, nel Mar Nero e nell’Asia mediterranea, e hanno il mercato di Rialto quale centro di scambio e smistamento.

Venezia fornisce il trasporto, le navi di cui garantisce la sicurezza, e l’insieme dei servizi finanziari necessari alla movimentazione delle merci. Lungo gli assi Nord-Sud ed Est-Ovest.

La premessa generale è la libertà di navigazione. Senza la quale non esiste quella di commercio, cioè del motore del Mondo.[8] I problemi per la Repubblica iniziano quando le vitali rotte cominciano a chiudersi. Vale a dire a partire dal 29 maggio 1453, data in cui Mehmet II Fatih entra a Costantinopoli. Subito dopo Dardanelli e Bosforo anche l’intero Mar Nero diventa ottomano. Nel giro di un secolo e mezzo il potere della Mezzaluna si estende all’intera sponda meridionale del Mediterraneo. Con essa agli sbocchi delle vie della Seta.

Non basta. Il Quattrocento è pure il secolo in cui Enrico il Navigatore getta le basi della prodigiosa espansione portoghese in Africa e nell’Oceano Indiano. Quando i cannoni lusitani tagliano la rotta del Golfo Persico/Arabico, con una squadra navale basata a Hormuz, e quella del Mar Rosso, con l’equivalente a Socotra, in Laguna si sparge il panico.

I veneziani arriveranno a sostenere niente meno che gli odiati ottomani, impegnati in disperate offensive contro i portoghesi in quelle acque. A palazzo Ducale si penserà anche allo scavo di un canale nella zona di Suez, in Egitto. Tanti i progetti, pochi i risultati. Poi nel Pacifico si vedranno olandesi e inglesi, oltre a portoghesi e francesi, mentre alla Spagna si dischiudono gli orizzonti atlantici. Per Venezia è la fine di una posizione privilegiata.

Negli anni Ottanta del Settecento ogni e qualunque danno alla libertà di commercio veneziana e al suo potere marittimo è ormai un dato di fatto acquisito. La decadenza di Rialto non è in cifra assoluta quanto piuttosto in termini percentuali sul totale del movimento merci mondiale. È diventato un mercato regionale, il porto della sua Terraferma. Il traffico ad alto valore aggiunto e bisognoso di costosi servizi finanziari accessori è andato altrove. A questo si aggiunge la perdita di prestigio della bandiera veneziana. Invano si cercherà di restituirle peso con ripetute spedizioni in Nord Africa, i cosiddetti Cantoni Barbareschi, nel tentativo di arginare la pirateria musulmana.[9] Consapevoli del problema, bisogna risolverlo.

[1] Bernardo Nani, Orazioni, BMC, ms. Cicogna 2111, c.85.

[2] Davide I Andrea Dolfin, Lettere ad Andrea Tron, Lettera 14 maggio 1781, BMC, ms. P.D. 903.

[3] Cfr. Federico Moro, Venezia Neutrale- la fatale illusione, Padova, Linea Edizioni, 2017.

[4] Tre dei sei fattori del potere marittimo individuati da Arthur T. Mahan, ai quali Venezia aggiungerà anche gli altri tre e cioè carattere nazionale, carattere del governo, popolazione. Cfr. L’influenza del potere marittimo sulla Storia, Gaeta, Ufficio Storico della Marina, 1984.

[5] Non mi sembra che l’intuizione di Spykman sia stata considerata nella giusta misura per valutare le ragioni del successo plurisecolare della Repubblica Serenissima. Cfr. Nicholas J. Spykman, America’s Strategy in World Politics: The United States and the Balance of Power, Piscataway, New Jersey, Transaction Publishers, 2007.

[6] È piuttosto curioso constatare come, ancora oggi, ci siano autori che ignorano l’esistenza della leva nella Venezia comunale e altri che le neghino, addirittura, l’esistenza di sviluppate e ben strutturate Forze Armate.

[7] «Il potere navale è composto dalla flotta e dalle basi. Queste ultime dovrebbero potersi difendere da sole.» Mahan, L’influenza, p.20; di conseguenza, «(…) è il sistema delle basi quello più importante per l’applicazione del potere navale.» Ivi, p. 22. Da Cittanova a Rovigno, Pola, Lussino, Zara, Sebenico, Traù, Spalato, Càttaro, Corfù, Zante Modone, Corone, Malvasìa, Napoli di Romania, Negroponte da un lato; giù verso Canea, Suda, Candia, Spinalonga dall’altro si sviluppa una serie ininterrotta di «basi navali». Vale a dire il fondamentale «elemento difensivo della forza navale.» Ivi, p. 522. Chi le riduce a meri scali commerciali, da un lato fa torto alla realtà, dall’altro omette di ricordare che per costruire un reale potere marittimo serve il potere navale: il quale è dato dall’insieme inscindibile rappresentato da struttura politico/economica, industria, marina militare e mercantile di un paese. Cfr, ivi, p. 8.

[8] Cfr. Halford J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, in “The Geographical Journal”, Vol. XXIII, n. 4, aprile 1904, pp. 421-444.

[9] Alla problematica ho dedicato un volume, Angelo Emo, eroe o traditore? La rivoluzione fallita dell’ultimo dei veneziani, Venezia, Lt2, 2012, al quale rimando.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.