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Non ha senso neppure far finta di niente, far spallucce, adattarsi alla filosofia della esopiana ” Volpe e l’uva”, che con sufficienza se ne andava dalla vigna dicendo “nolo acerbam sumere, nondum matura est”, a proposito dell’uva che con i suoi salti insufficienti la volpe non riusciva ad afferrare. Per chi ha sostenuto il Partito Democratico, la crisi determinata dal voto del 4 marzo è un tema da affrontare senza infingimenti, anche se con non troppe chance di venirci a capo subito e presto. A maggior ragione per chi, come questa testata, ha sostenuto il PD ma anche e soprattutto l’indirizzo datogli dall’ultimo segretario e leader Matteo Renzi.
 
Dico subito che il calo drastico di consensi per il PD, proprio nel momento in cui si sarebbero dovuti invece ampliare, e di molto, per svolgere un’egemonia sulla società italiana, non significa che quella linea fosse sbagliata. Molte delle scelte del PD renziano personalmente continuo a condividerle in toto, per ciò che si è realizzato attraverso la maggioranza in parlamento e attraverso le scelte governative e per ciò che si poteva, e forse si può, ancora fare. Non tutte le scelte, sia chiaro, e aver per esempio in buona parte ‘toppato’ sulla riforma scolastica non è stato secondario, se si pensa che lì, nella scuola, si annida da sempre uno zoccolo a favore del centro sinistra. Ma a parte questo punto dolens ( ma sulla scuola quale ministro della Repubblica Italiana c’è riuscito in 70 anni?), a parte questo, la linea complessiva del PD renziano aveva un senso e un’identità riconoscibile, senza contare che i risultati, cifre sonanti alla mano, cominciavano a vedersi eccome, e anche dal vivo, non solo in numeri. E’ mancato invece clamorosamente il rapporto con il corpo sociale italiano che è enormemente diversificato e che ha problemi, da nord a sud, a volte diametralmente opposti. La incapacità di parlare, capire, adattare, un eccesso di elitarismo un pò inutile e sterile, hanno totalmente vanificato la giustezza di molte scelte. L’avevo già detto in tempi non sospetti: il fallimento renziano è una mancata empatia con quel vestito d’arlecchino che è la società italiana con la quale bisogna saper parlare cento lingue e, al momento giusto, una sola e chiara. Se poi ti identificano con il palazzo e i suoi intrighi, di questi tempi in Italia sei finito. Di questi tempi, perchè nella tanto menzionata Prima Repubblica al contrario un popolo italiano meno disincantato e un pò più ingenuo si faceva garantire dalla regina degli intrighi di palazzo qual’era la DC della nostra infanzia e prima giovinezza. Ma le cose e i tempi cambiano e ora va così ed è anche giusto che vada così.
Non mi dilungherò in altre analisi, evitando di scimmiottare la pletora di opinionisti, analisti, editorialisti, pontificatori nei talk show che in questi giorni emettono le loro dotte sentenze sul Partito Democratico, tracciandogli la strada che secondo loro dovrebbe prendere.
 
Mi avanzano solo un paio di considerazioni di contorno.
 
Che il PD sia in uno stato d’incertezza e di afonia, anche di divisione interna, in questa fase mi pare un fatto scontato ( stupisce lo stupore), fatto che può certo preoccupare, ma assolutamente comprensibile dopo quel che è accaduto; e che il ‘tirarsi fuori’ dai giochi sia per il PD solo una logica quasi per non morire subito, conseguenza di questo stato che per ora non possiede scelte facili e in grado di ribaltare la situazione. E’ una reazione insufficiente, per carità, quanto obbligata e senza alternative, probabilmente provvisoria, difensiva, ma non certo così stravagante come i soloni mediatici ci vogliono far credere, dal momento che lo scenario è ancora indecifrabile e non solo per il PD, visto l’empasse in cui si dibattono i sedicenti vincitori.
 
Che però i siano proprio questi soloni mediatici più ancora che le forze politiche coinvolte, come i 5 Stelle, a fissare l’agenda del PD, a fargli la morale, a chiamarli alla responsabilità, mi pare obiettivamente uno spettacolo un tantino indecente. Tutti gli apparati mediatici a tutti i livelli ogni santo giorno all’unisono hanno bombardato per anni ad alzo zero il PD e il suo segretario e quando potevano anche il governo, minimizzandone scientemente i risultati. Hanno fattivamente contribuito al tracollo elettorale unendo le loro forze agli errori e alle debolezze intrinseche al partito, dando una mano alla spallata che molto probabilmente ci sarebbe stata lo stesso, ma non di queste proporzioni; hanno agito come forza politica occulta, mascherata da informazione ed ora ricominciano a fare altrettanto con supponenza perchè il PD rientri  in una maggioranza di governo. Beh. Ripeto: indecente.
 
Infine una parola sullo ‘sconfittismo’ che attanaglia il mondo che, più che nel PD, in questi lunghi anni si è riconosciuto bene o male nel centro sinistra, il mondo degli elettori sconfitti cioè. Sul piano, per parlar ‘alto’, antropologico, lo stato d’animo è ovviamente comprensibile, tanto lo è quello, che s’è detto, dei dirigenti.
Rispetto, cioè, da parte mia.
Eppure questa sindrome tra il melanconico e lo sconfortato, a dir poco, se ci si  pone su un piano razionale andrebbe evitata, potendo, già sul nascere.
Perchè è conseguente a come un certo diffuso tipo di personale sociale, fatto anche di nostri amici, gente che sta accanto a noi, interpreta la politica. Cioè ancora una volta come appartenenza, nonostante la tanta acque passata sotto i ponti in un mondo ormai nettamente post ideologico. E gli stessi termini bellici, vittoria, sconfitta, nascono dalla logica dell’esser o sentirsi bene o male, di parte in un gruppo simbolico e sintetico visto fine se stesso e in permanente conflitto con i nemici; e che paradossalmente non è neanche il partito srtrutturato, ma l’area geografica e spaziale in cui ci si sente, nel nostro caso nata dalla posizione dei banchi dei primi eletti nelle assemblee francesi seguite all’ormai lontanissimo 1789.
Se però si riflette che il prender parte dovrebbe riguardare le scelte, i singoli contenuti, uno per uno, più che i soggetti o le aree che li promuovono con i loro vessilli e le loro bandiere, allora tutte le sensazioni di sconfitta possono assumere un significato un pochino diverso fino a evaporare del tutto. I partiti e le loro aree di riferimento in definitiva dovrebbero essere considerati dei mezzi e non dei fini assoluti, per cui se prendono meno voti si è sconfitti. Possono cambiare i partiti, elidersi, rifondarsi, non arrivo a dire ‘cancellarsi’, come l’alfiere della campagna ‘contro’, vale a dire il settimanale l’Espresso questa settimana con cinico disincanto propone in quanto “soluzione finale” per il PD. Insomma dovremo comunque pensare che questi ‘rassemblament’ che sono i partiti sono strumenti, mezzi, transeunti, demitizzandoli, sia che vincano, sia che perdano.
La misura della valutazione dell’andar male o dell’andar bene in politica dovrebbe essere un’ altra. Infatti dovremmo preoccuparci piuttosto di cose di fondo, per esempio se queste elezioni come conseguenza potrebbero portare a riduzioni di libertà e diritti. Allora si, se così fosse, con nuovi strumenti e con nuove alleanze, avremmo molto da dire e non dovremmo stare zitti. Ma per ora nulla di tutto ciò dopo il 4 marzo è accaduto, nè mi pare possa accadere. La situazione è apparentemente in stallo ma in realtà in gran  movimento. In queste situazioni sarebbe opportuno stare accorti, senza fughe emotive e nostalgiche, evitando la soluzione apparentemente più semplice: cercar di resuscitare aggrappandosi a quella parola magica, ‘sinistra’, che molti hanno ancora nel cuore e che li appaga come appartenenza in quanto tale, a prescindere dai contenuti. Nel nuovo millennio non ha più spazio, mentre ce n’è per le idee e i valori che sono stati e che sono ancora della sinistra.
Può sembrare un gioco di parole, ma non è la stessa cosa.
 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.