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Un inequivocabile sintomo di invecchiamento è il rimpianto dei tempi andati che sorge spontaneo a chi è testimone di un mutamento di costumi nel quale stenta a riconoscersi. Non conosco nessuno, che abbia accumulato un certo numero di anni, cui non sia capitato di ricorrere, almeno una volta nella vita, ad espressioni quali “Ai miei tempi…”, “Non c’è più rispetto”, “Si sono persi i valori di una volta”, e via di questo passo. Pensavo che non ci sarei mai cascata, nell’erronea convinzione che tali espressioni facessero parte di un cliché trito e ritrito al cui fascino molti cedono. Ho scoperto, però, con la saggezza che solo un congruo peso di anni sulle spalle dà, che non ne sono esente. E che, anzi, certe frasi non sono il segnale di un anacronismo o di un semplice spaesamento. Sono piuttosto l’effetto di riflessioni amare e, di sicuro, non prive di cognizioni di causa.

Vengo al dunque. Lavoro da tanti anni nella scuola e svolgo un mestiere che mi serba ancora occasioni di fascinazione e di stupore. Malgrado tutto. Malgrado le riforme aggressive e i tagli chirurgici. Malgrado l’aumento esponenziale delle difficoltà. Malgrado la diminuzione degli stipendi. Malgrado l’indigenza strutturale con la quale ci si confronta tutti i giorni. Malgrado le violenze alle quali gli insegnanti sono di frequente esposti.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che vorrei soffermarmi. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di bullismo a danno degli insegnanti. Un fenomeno inverosimile fino a qualche lustro fa. Oggi è quasi la norma. Un tempo (e qui scatta imperioso il confronto col passato) i genitori “consegnavano” i propri figli a delle figure ritenute autorevoli, nei confronti delle quali si nutriva la massima fiducia. Cieca acquiescenza? Saggio pragmatismo, direi, e riconoscimento di un ruolo delicato e decisivo che contribuiva allo sviluppo armonico di tanti giovani.

Oggi, stima e fiducia si sono dissolte, mentre animate chat di genitori su WhatsApp ne celebrano i funerali, puntando il dito su professori che assegnano troppi compiti, attuano diversi trattamenti, redarguiscono indebitamente, pretendono troppo nelle interrogazioni. Professori inclementi, ingiusti, intolleranti. Per non dire impreparati, superficiali, fannulloni, morti di fame. Sono queste e altre le accuse che vengono mosse agli insegnanti. Nel migliore dei casi si rimprovera loro di essere poco carismatici. Non v’è dubbio che ogni anno eserciti di insegnanti imperfetti salgano sulle cattedre delle nostre scuole. Ma una cosa è certa: è assai improbabile che un insegnante, oggi, venga abilitato al proprio mestiere senza una robusta preparazione di materia e pedagogica. E ancora: il carico di lavoro è talmente ingente, che l’ozio e la noia diventano per i malcapitati categorie vuote e prive di senso.

Ma perché questo accanimento nei confronti degli insegnanti? Quale la ratio? La scuola non favorisce più quella mobilità sociale di un tempo. Il traguardo della formazione non è più viatico di successo e di affermazione sociale. La grammatica, la storia, l’arte, la filosofia, come affermano anche alcuni politici, non arricchiscono. Con la cultura non si mangia. E se con la cultura non si mangia, possono gli insegnanti, sacerdoti e vestali della cultura, avere presso i giovani e le loro famiglie, credibilità? E ancora: può un insegnante, con la sua scarsa contrattualità, pretendere dai propri studenti, piccoli Budda in libertà abituati a dettar legge, rigore e impegno? Un professore che sanziona prestazioni inidonee nei propri studenti rivela delle inadeguatezze educative di famiglie che, spesso, non sono pronte a fare ammenda di ciò. È più facile allora inveire e attaccare. Costa meno. È più facile proteggere dalle frustrazioni scolastiche ricercando negli altri le origini dell’errore, anziché ripartire dall’insuccesso per aiutare a crescere.

Tutti denunciano ma tutti tacciono, soprattutto i benpensanti, che regalano smartphone di ultima generazione e tablet ai propri figli, nell’assurda convinzione che il restare sempre connessi dia contenuto e sostanza. “Dio ci guardi dalla gente per bene”, diceva Benedetto Croce e, forse, una riflessione adeguata a giovani generazioni di genitori rampanti, diventati grandi in una società consacrata al denaro e a una tecnologia che inghiotte conoscenze senza elaborarle, non guasterebbe di certo.

 

 

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.