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Non ci piove: i toni aspri e taglienti con cui alcuni nostri collaboratori in questa pagina parlano del nascente governo 5 Stelle-Lega ( Franco Vianello Moro e Davide Meggiato) e del loro brodo di cultura improntato a una demagogica e populista democrazia diretta ( Bruno Gerolimetto ) è giustificato e comprovato dalle scelte programmatiche e dalle espressioni anche verbali dei loro protagonisti. Nulla da dire.  Guardiamo il tutto come minimo con apprensione; non fosse altro che per le conseguenze economico-sociali derivanti dalla necessità di ‘onorare’ impegni non sostenibili: lo sprofondamento del nostro debito pubblico; e, per tutta una serie di concause…. le nostre sostanze reali: Grecia docet. Altro che ‘prima gli italiani’.

Eppure.

Eppure dobbiamo renderci conto che le due forze che si sono sposate in un patto di governo ( anche se al momento non è detto che il matrimonio riesca) rappresentano qualcosa come quindici milioni di cittadini elettori.

Renderci conto che, se il loro affermarsi è stato dovuto, schematizzando, alla percezione di uno scontro tra popolo e cittadinanza da una parte ed establishment e casta dall’altra, questo deriva dall’incapacità di chi ha governato prima , non solo del PD, a non farsi catalogare come establishment e casta. E ciò che ha pesato di più nella sconfitta, ben di più dei positivi e tangibili effetti economici di chi ha governato, coperti dalla cortina fumogena dell’essere al potere, vero o non vero che sia, in modo opaco ed elitario.

Renderci conto che se PD e Forza Italia non entreranno in maggioranza e voteranno contro il nuovo governo, sarebbe miope e veramente perdente, in vista di un processo ‘istituzionale’ di questa legislatura, l’essere sempre minoranze ‘separate’. Lo stesso dicasi se una nuova formazione politica nascerà scissa dal PD. Il ‘federarsi’ di tutte le minoranze è d’obbligo, ma tutte di volta in volta, occasione per occasione e, come vdremo dopo, tema per tema.

Renderci conto che non possiamo permetterci una legislatura intera che non sia profondamente riformistica e che le riforme si fanno in parlamento proponendole e andando a cercare i voti volta a volta in tutto l’arco parlamentare con una logica “istituzionale”. Prima di proporle non si è mai in minoranza e men che meno, proponendole, si è opposizione.

Renderci conto che, in una logica “istituzionale”, l’unica che può rimettere in piedi un rapporto costruttivo tra minoranze e maggioranze, con queste culture politiche che andranno forse adesso in maggioranza con i quindici milioni di persone che le esprimono, dovremo in futuro fare i conti sforzandoci ( lo so è difficile) di non demonizzarle per principio e cercando di insinuarsi tra le maglie di qualcosa di potabile che si riesca a trovare nelle loro linee programmatiche.

E riporto la riflessione su un mio costante pallino che vedo non essere mai troppo considerato. E mi sono convinto che non è considerato perchè crea imbarazzo a chi è abituato alla normale liturgia della politica e non vuole metterla in discussione.

Con il matrimonio Lega-5 Stelle al governo non saremo davanti ad una maggioranza ‘blindata’, se non nella primissima fase iniziale che corrisponde alla “luna di miele” con gli elettori. Loro hanno molta comunanza culturale e antropologica di stampo populistico, ma troppe sono le distanze su molti temi e in ciò che rappresentano socialmente e anche politicamente come provenienza dei loro elettori. A parer mio non saranno ‘blindati’ in maggioranza soprattutto in ‘parlamento’ e nelle commissioni dove la natura di alcune personalità legate al mandato più ancora che al loro partito, può emergere.

E quando penso all’insinuarsi tra le maglie di qualcosa di potabile che si riesca a trovare nelle loro linee programmatiche penso proprio al fatto che su molti temi la maggioranza ufficiale si potrebbe spaccare per trovarne un’altra volta per volta e tema per tema. Sono le maggioranze e le minoranze ‘variabili’. Se sull’immigrazione per esempio venissero avanti proposte di legge ancora più dure di quelle attuali potrebbero essere bocciate con una maggioranza creata sul momento. Se sulla TAV si proponessero scelte abrogative da sottoporre alle camere ecco che potrebbero essere bocciate con una maggioranza che si ricompone in altro modo diversamente da quella ufficiale. Ma non solo nel bocciare anche nell’approvare leggi ciò è sempre possibile. Nella Prima Repubblica questo avveniva con una certa regolarità. Se i partiti laici di centro non avessero votato in Parlamento insieme alle sinistre sulle leggi per Divorzio e Aborto anziché insieme ai loro ‘formali’ alleati, quelle Leggi non sarebbero mai passate, come in seguito sarebbero invece passati i due referendum abrogativi, bocciati proprio per la scomposizione della maggioranza ufficiale. Senza contare che avvenivano anche approvazioni di leggi con maggioranze super qualificate come nel ’78 accadeva per la Riforma Sanitaria che assorbiva totalmente la precedente cosiddetta Legge Basaglia, di cui ricorre il quarantennale: fu approvata con il solo voto contro di Liberali e missini, schegge che non arrivavano al 10%. Anche questo potrebbe accadere e se si verificheranno voti a maggioranza qualificata, molto ampia cioè, si renderà visibile in questo modo il tanto invocato senso di Responsabilità che veniva preteso per il centro sinistra a priori per fare il governo.

In definitiva l’artificioso schema governo-opposizione che da sempre ingessa la dialettica politica dei sistemi democratici potrebbe in questo modo presentare un inedito nuovo metodo per ‘fare’ democrazia. L’opposizione, termine assente da tutte le carte costituzionali dell’Universo globo, che in pratica significa votare contro una proposta di legge, se ha un senso, non lo dovrebbe avere a-priori in partenza per cinque anni, ma pragmaticamente volta per volta e legge per legge, soltanto in quel momento che non pregiudica il successivo. In definitiva le minoranze votano solo la sfiducia al governo, ma la legislatura al momento di quel voto deve ancora cominciare e quel voto dunque non pregiudica i successivi nel merito di ogni legge.

Ovvio però che questa possibilità sta in piedi solo se le due Camere torneranno ad essere politicamente centrali e unico luogo di indirizzo politico, con un governo realmente esecutivo e non legislativo ( vedi ‘decreti legge’). E’ ciò che da sempre sbandierano i paladini della democrazia populista oggi in maggioranza e in questo caso si che il contraddire questa centralità parlamentare può essere con profitto rinfacciato ogni qual volta si presentasse il caso.

Resta l’antieuropeismo, per il quale almeno sulla carta le forze politiche che stanno, o meglio stavano, andando in maggioranza sembrano piuttosto in linea tra di loro. Ma anche su questo si può iniziare una lunga politica ‘istituzionale’ che ha rappresentato il Presidente Mattarella opponendosi, come gli spetta di diritto, a figure apertamente euroscettiche nei dicasteri economici nel governo in formazione. E questa ‘garanzia istituzionale’ dal Colle, non solo sull’Europa ma soprattutto sull’Europa, potrebbe accompagnare tutta la legislatura. Unendosi ad un processo politico che, attraverso le attuali minoranze, si facesse maggioranza tra i cittadini e nell’opinione pubblica con una mobilitazione sociale permanente. In questo caso sarebbe l’attuale maggioranza ad andare all’opposizione regolarmente su questo tema. Quello che per l’Europa non è mai stato fatto, essendo stata vista sempre come una scatola vuota estranea agli interessi diretti , potrebbe per la prima volta trovare un sostegno di massa dal basso. Per far questo sarà necessario far crescere una coscienza e una cultura in cui l’apertura mentale, l’incontro tra diversità, la solidarietà, interculturalità siano la cifra dominante.

Oggi l’Europa, al di là dell’istituzione che è indiscutibile, ha dunque questo valore simbolico e diventa sinonimo di universalità. E da questo simbolo, anche visivamente esponedolo, vogliamo ricominciare. E’ difficilissimo ma non impossibile. Penso infatti ad un verso poetico contenuto in un brano musicale, splendido, a parer mio, quanto non poi così noto:

“...e il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. ***

E anche qui si usa il termine ‘difficile’ per lanciare il messaggio: ‘non impossibile’. Se la sensazione del crepuscolo oggi ci avvolge non c’è che usare nuovi valori e nuovi simboli per cercare l’alba dentro al crepuscolo.

 

*** da“La prospettiva Nevskij” in album ‘Patriots’, Franco Battiato 1980

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.