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LUMINOSI GIORNI fin dal suo esordio, e sono ormai quasi otto anni, ha avuto la dichiarata ambizione, e si è presa l’impegno, di fare cultura politica. A volte diretta e altre volte prendendola più alla larga, attraverso il costume, la cultura generale, la storia, i temi della città e del territorio. Ha onorato questo impegno, che compare anche come sottotitolo, con centinaia di articoli e interventi. Ma, doppiato il secondo mese dalle elezioni nazionali del 4 marzo e nello stallo della situazione italiana senza governo e apparentemente senza prospettive, la nostra testata si trova afona, perché ha subito il colpo; o meglio per un attimo non ha trovato più argomenti – e non era mai capitato – che le consentissero di mantenere lo spirito dell’origine: e cioè essere sempre e comunque propositiva e, nomen omen, illuminata. Nel senso del lume della ragione.

Eppure. Eppure nelle condizioni più difficili forse si trova l’energia per voltare a favore una situazione che sembra senza sbocchi. A favore e in positivo almeno nel ritrovare il bandolo delle idee, beninteso, perché poi poter incidere è un altro conto. Ma non è neppure il nostro compito.

Una prima considerazione va fatta sul clamore mediatico che lo stallo sta generando, con decine di editorialisti a stracciarsi le vesti e ad essere indignati con i protagonisti o presunti tali dello stallo (salvando sempre e solo il povero Mattarella).

Lo scenario di stallo era invece tutto ampiamente previsto, fan finta di dimenticarselo; e si era capito dalla composizione delle alleanze pre elettorali e dal posizionamento degli schieramenti che ci sarebbero voluti mesi per avere un governo. Era anche previsto il possibile epilogo in cui ci siamo ridotti: o nuove elezioni o governo Istituzionale, questa la definizione più neutra, Istituzionale e a termine; ma non a termine immediato, a termine anche con molti mesi davanti. Perché a nostro parere in questo momento ci sono solo queste due possibilità in campo e non ve n’è una terza ora, come mai effettivamente c’è stata.

Dobbiamo anche aggiungere che questa continua accusa di irresponsabilità che ancora e sempre i media e gli opinionisti lanciano dall’alto dei loro scranni ai partiti e alle formazioni politiche più o meno coinvolte sembrano una forzatura sproporzionata. Nei confronti del PD sicuramente; come se un partito che si è trovato a subire un ridimensionamento dovuto anche ad una campagna contro condotta dagli stessi media ( direttamente contro il partito e indirettamente contro il governo) non dovesse poi trovarsi in una condizione come quella, ovvia e spiegabilissima, in cui si trova: certamente indeciso e combattuto sul da farsi di fronte ad una scelta e ad un aut aut difficili da affrontare per le conseguenze che in ogni caso, sposando una posizione di parte, governo o opposizione che sia, gli si torcerebbero contro. E come se non fosse invece proprio da responsabili prendere atto della sfiducia ricevuta ed evitare, in una situazione ‘di parte’, di assumere ruoli di un potere che è stato negato dagli elettori.

Ma accuse sproporzionate anche nei confronti dei 5 Stelle e della Lega e della sua alleanza. Che cosa dovrebbero fare delle formazioni politiche se non ribadire le loro convinzioni, di contenuto e per le partnership, giuste o sbagliate che siano? I loro veti incrociati sono la proiezione delle loro convinzioni politiche e degli umori della base che li ha votati. Per ora. E’ del tutto normale che in questa fase restino ancora fermi sulle loro posizioni. Meglio dei media, l’opinione pubblica e la gente che senti in giro è molto meno scandalizzata di ciò che sta accadendo, che viene accettato con maggiore pazienza; anche perché non è che le condizioni della dialettica politica con i governi in carica fossero chissà quanto più edificanti. Nell’opinione pubblica sembra piuttosto che una sincera curiosità prevalga su una inutile e moralistica indignazione. Anche questa è una novità.

Il sistema elettorale vigente è un sistema proporzionale. La scelta è caduta lì e in assenza di un sistema elettorale con ballottaggio pensiamo che sia anche il più rappresentativo. Questo sparare ad alzo zero sul sistema elettorale vigente è un altro corollario all’accusa di irresponsabilità e ovviamente il ‘non detto’ è che il peccato originale della ‘pessima’ legge è ancora una volta in capo al PD. Diremmo piuttosto: anche in questo caso calma e gesso invece nel valutare sommariamente questa legge. Vediamo prima che governo ne esce, anche dopo la seconda tornata di eventuali nuove urne che, come probabile, ridarebbe la stessa scomposizione in tre blocchi di oggi.

Se dopo la prima o anche dopo la seconda tornata, alla fine delle fini ci sarà un governo istituzionale ciò che sarà partorito dalla legge sarà invece un risultato positivo, tenendo conto del contesto complicato in cui ci si trova; sempre che poi quel governo non sia continuamente sotto ricatto. Davide Meggiato su questa stessa pagina titola questa possibilità come un “lo famo strano?”. Strano potrebbe sembrare per l’abitudine ormai secolare della politica ad uno schema maggioranza-opposizione in conflitto. Ma strano non dovrebbe essere se la politica ha come obiettivo l’accordo più che il disaccordo.

Se andrà così infatti si sperimenterà una condizione in cui si è obbligati ad andare d’accordo su programmi di mediazione. Sarebbe sperimentare una politica alta. Ma non sarà la prima volta.

Si consideri infatti che ciò è già successo nel remoto 1947, quando si fece e si approvò quel capolavoro di programma politico che è la Costituzione Italiana. Non semplicemente una somma di regole per la convivenza come qualcuno sempre tenta di definirla per ridimensionarla. Perché ha invece obiettivi tutti pienamente politici votati allora dal 90% dei membri dell’assemblea costituente. Obbligati ad andare d’accordo anche allora dalla stessa regola che si erano dati; e cioè che la Carta Costituzionale fosse approvata da una maggioranza qualificata, ben più larga del 50%.

Se allora si trovò mediazione su temi decisivi, scuola, lavoro, libertà d’impresa e suoi limiti a favore degli interessi generali, solo per citarne alcuni, perché mai non si dovrebbe trovare un’intesa programmatica per un governo di cui si accetti un ruolo di transizione per una profonda fase riformistica guidata dal Parlamento, la vera e più appropriata sede delle riforme? Vuoi abolire la Fornero? Ci accordiamo invece non per abolirla ma per ritoccarla anche di sostanza, venendo incontro ad alcune esigenze che esprimi. Vuoi il reddito di cittadinanza? Estremo come lo proponi tu no, ma vediamo di trovare una via mediana con il reddito d’inclusione che c’è già e che potrebbe avvicinarsi un po’ di più alla tua proposta: E così via. Oppure rimanendo anche più fermi sulle proprie proposte con minori mediazioni e accettando di volta in volta su ogni tema minoranze e maggioranze più secche in Parlamento: sono quelle “maggioranze variabili” che anche Davide sembra nel suo articolo prefigurare e che possono convivere con un governo che ne prenda atto. Su uno dei macigni del disaccordo politico, L’Europa, potrebbe andare così. Dividiamoci ma accettate il verdetto.

In definitiva poi saremmo propensi a vedere non negativamente un’altra conseguenza della fase politica incerta ma rigeneratrice che stiamo vivendo. Il risultato del 4 marzo ha costretto ad una riconsiderazione della tradizionale dialettica conflittuale tra destra e sinistra, che in LUMINOSI GIORNI da anni abbiamo sempre giudicato, per come si è posta fino ad ora, obsoleta e inadeguata a interpretare le dinamiche sociali ed economiche del terzo millennio.

Ma il rimescolamento delle carte della contrapposizione politica aiuta, superato quello storico sinistra-destra, a definire un nuovo fronte; il fronte a cui dovremmo rifarci per il futuro e da cui invece non derogare mai. E’ Il fronte della democrazia dei diritti di cittadinanza, dello stato di diritto, dell’uguaglianza delle opportunità sociali, cioè il fronte dei valori costituzionali da una parte; e dall’altra l’incostituzionalità di chi vi si oppone cercando di sovvertirli, non riconoscendosi e avversandoli nei fatti. E’ la dialettica amico-nemico che preferiamo. Sia come sia, da oggi andrà sempre più così, e anche questo non è un risultato da buttare: aver ritrovato la bussola di un orientamento su cui giudicare le azioni politiche e i loro strumenti.

 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.