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La tesi secondo cui uno vale uno è, per dirla brutalmente, una boiata pazzesca.

Peggio, è un’idea falsa e pericolosa, da contrastare in ogni modo, affinché non attecchisca mai nell’Europa di oggi nè in quella del prossimo futuro.

Le derive a cui un simile assioma possono condurre, sono molteplici e riguardano praticamente tutti i settori dello scibile umano: dalle materie scientifiche, passando per il campo medico dove ultimamente sono state udite teorie che mi vergogno solo a ricordare e che quindi eviterò di citare, fino ad arrivare ai settori delle scienze sociali a cui senz’altro si possono ascrivere il diritto e la politica.

La ragione sembra essersi annebbiata, il pensiero più debole si sta facendo in alcuni casi pensiero forte ed elettoralmente vincente.

Il tutto al punto tale, da consentire ad agguerriti e sedicenti giovani politici, in Italia così come in Polonia, con l’aiuto di una buona dose di arroganza e ignoranza e con una scarsa propensione al sacrificio, allo studio e all’approfondimento di rivendicare l’applicazione del principio sopra citato prima al diritto e poi alla politica.

Iniziando dal diritto, come non leggere una similitudine, in termini di regressione democratica, tra la legge polacca sull’organizzazione dei tribunali ordinari che ne compromette l’indipendenza, allorché assegna al Ministro di giustizia il potere discrezionale di prolungare il mandato dei magistrati giunti all’età della pensione e di destituire o nominare i presidenti dei tribunali, e la clausola più o meno sfumata dello strampalato contratto di governo tra due forze politiche in Italia, in cui viene addirittura creato un nuovo organismo, chiamato comitato di conciliazione, a cui si demanderebbe il potere di impartire gli ordini da eseguire al Presidente del Consiglio, ricondotto così a mero esecutore materiale?

Analogamente, per quanto riguarda la politica, eliminare il principio secondo cui l’elezione di un membro del Parlamento deve avvenire senza vincolo di mandato, così come alcune forze politiche in Italia invocano, significa perpetrare l’idea che la politica possa fare a meno dei suoi rappresentanti e della loro autonomia, facendo intravvedere la possibilità estrema di poter prescindere dai corpi intermedi o dai luoghi di discussione democratica, i Parlamenti, non riconoscendo più legittimazione a nessuno e ad alcunché, nel nome di qualcuno chiamato miseramente uno che secondo tale illogica conclusione varrebbe uno e in quanto mero uno potrebbe essere intercambiabile e sostituibile da chi vuole comandare senza il riconoscimento del merito, delle competenze e quindi delle vere capacità.

In Europa, intesa come Unione Europea, dal 1951 ad oggi, simili idee non hanno mai trovato accoglimento, altrimenti non si sarebbero affermati sulla scena della Scienza della politica statisti del calibro, solo per citare tre nomi di Robert Schumann, Jean Monnet, Konrad Adenauer e Altiero Spinelli che hanno costruito pensiero, idee e progetti ambiziosi.

Inoltre, che la politica come altre scienze richieda capacità e non solo abilità furbizia e spregiudicatezza lo dimostrano le parole del Presidente del collegio forense di Merz, secondo cui Schuman era: “un modello di chiarezza, di precisione e di dialettica rigorosa.

I suoi interventi erano autentiche lezioni di diritto e le sue interpretazioni giuste e leali”.

La stessa ambizione e capacità è stata espressa del pari con sapienza nel Manifesto di Ventotene, elaborato da Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi, nel quale veniva individuata la scriminante fra le forze del progresso e quelle della conservazione, nel modo di concepire il “quadro politico nazionale”.

Da un lato le forze reazionarie cercheranno di conquistare il potere politico nazionale “lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo e risorgere le vecchie assurdità”, dall’altro lato i progressisti vedranno come compito centrale la creazione di un progetto per coinvolgere le persone sulla base delle loro capacità e dei loro meriti.

In termini giuridici e politici, grazie al dogma incomprensibile dell’uno vale uno, non sarebbe mai nato niente e non sarebbe mai nata ovviamente neanche l’Unione Europea, da dove oggi il tempo non è quello di uscire ma piuttosto quello di partecipare con nuove proposte e lungimirante intraprendenza.

Una di queste, ad esempio, potrebbe essere quella della creazione di una scuola di amministrazione come l’Ena in Francia, per coinvolgere in ogni paese europeo le nuove generazioni al fine di formare un corpo di amministratori dello stato, capace di arginare avventurismi antidemocratici in Polonia come in Italia.

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.