By

“Abbiamo fatto la storia” dice Di Maio dopo l’accordo di governo. Qualcuno gli ha risposto “Bum”, ma in definitiva non aveva torto. L’evento di cui si è reso protagonista c’è stato e poi: c’è qualcosa che accade o anche che non accade o semplicemente esiste che in prospettiva diacronica non sia storia?

Questo è il primo tema-preambolo che vorrei porre: tutto ciò che esiste e si accumula nel tempo fa storia? Anche le micro storie del mio albero genealogico di cui son cultore e in un certo senso orgoglioso? O solo ciò che determina mutamenti epocali o comunque mutamenti collettivi? Per cui il fatto che la mia trisavola sia andata a fare la maestrina da Piacenza, dov’era nata, a Conegliano dove ha generato la mia bisnonna è una non-storia perché collettivamente ininfluente?

Ma il focus del discorso che mi interessa, una volta sciolti i nodi preliminari è un altro.

E devo fare una breve digressione per capirci.

La geografia come scienza all’inizio del XX secolo ha conosciuto un dibattito serrato sul piano epistemologico (termine astruso ma efficace che sta all’incirca per piano della ‘metodologia della scienza’) tra deterministi di scuola positivista e possibilisti di ascendenze marxiste. I primi asserivano che dato un clima e una morfologia di un luogo non può che risultarne che un tipo di società e di uso del territorio. I secondi invece si contrapponevano dicendo che data una condizione geografica sono poi le scelte umane ( e loro intendevano anche ‘politiche’) ad indirizzare una strutturazione territoriale piuttosto che un’altra.

Trasferendo il quesito alla storia, mi chiedo e mi richiedo: una data cosa in un dato momento non poteva che andare in quel modo e solo in quel modo, tenendo conto di tutti i fattori in campo?

Si possono anche mettere in campo tutti i “se” che vogliamo, ma se i “se” non hanno prevalso una ragione ci sarà stata ?

La situazione attuale in Italia che ha avuto nel 4 marzo il suo momento topico è già un pezzo di storia contemporanea a cui applicare gli stessi interrogativi. C’è una situazione di crisi della sinistra tradizionale che ha partorito la reazione populistica. Ma poteva andare diversamente? Se Renzi qui, se Renzi là….se mia nonna non avesse le rotelle…..Renzi era ed è questo, con il suo carattere e le sue visioni, magari più limitate di quel che si ipotizzava. Avrebbe potuto non sbagliare alcune cose fondamentali, se Renzi è questo e solo questo? Ci doveva essere un altro al suo posto, forse, ma l’inerzia della storia ha dato lui. Stop.

Applichiamoci alla storia-storia, quella dei nostri esordi scolastici che aveva nel Risorgimento la sua epopea e che di solito ci si ricordava più di altri fatti ( personalmente ero già grandicello quando i miei mi portarono a Torino per le manifestazioni del Centenario, denominato “Italia ’61).

Poteva andare diversamente l’Unità d’Italia senza il capolavoro sabaudo-moderato di Camillo Benso Conte di Cavour che però ha poi partorito un’Italia poco nazione, poco stato e poco unita, in quanto ancora spaccata in due di netto, almeno in due, dopo 150 anni? Ma la Chiesa, ma Mazzini, ma, ma, ma…..Quell’Italia veniva da almeno tre secoli di paurosa decadenza, storicamente ‘obbligata’ anche quella e cosa si poteva fare? Far fare l’Unità d’Italia al ‘comunista’ Pisacane? Al presente di questa inevitabile sorte non ci si rendeva evidentemente conto. Forse nemmeno Cavour. Ci si ricorderà di come il duo Tomasi di Lampedusa-Visconti impietosamente ironizzavano nel librofilm ‘ Il Gattopardo’ sul messo sabaudo che prospetta al Principe di Salina orizzonti di progresso illimitato attraverso l’Unità d’Italia nell’alba livida del miserevole borgo siciliano. E non si sa quale dei due, se lo scrittore o il regista, sia riuscito meglio in quella tragica ironia. La sorte dell’Italia era invece segnata fin dall’arrivo dei Garibaldini in Trinacria. Ne sarebbe uscita, e non poteva che uscire così, una meravigliosa, bastarda, lurida e splendente, patetica e a volte geniale accozzaglia pseudonazionale.

Le stesse riflessioni proporrei ai nostalgici venetisti che vaneggiano di Repubblica di Venezia, degli oltraggi napoleonici, e, spostandosi in avanti, di inganni dell’annessione all’Italia nel ’66…..

L’interrogativo che mi arrovella di più sulla ‘necessità, nella storia è però quello sulla Seconda Guerra Mondiale. Già da quando ho l’uso, modesto, della ragione, mi arrovello sul fatto che fosse finita solo sette anni prima della mia nascita, visto che sono poi nato e cresciuto in un mondo percepito come l’opposto, cioè tranquillo e disteso e che vedeva quei fatti come lontanissimi (ed erano vicinissimi, meno del tempo da cui esiste LUMINOSI GIORNI)

L’interrogativo si capisce con un’altra digressione.

La prima Guerra Mondiale mi è sempre parsa logica e adeguata al suo tempo alla fine di un secolo che portava i germi di quella guerra. Non mi dilungo, basta leggersi in qualsiasi manuale di storia il paragrafo sulle “cause della Prima Guerra Mondiale”. Dirò solo che mi è sempre parsa logica anche come tipo di guerra, l’ultima combattuta come guerra tradizionale non distantissima dalle guerre ottocentesche e dalle guerre studiate nei libri di storia. Insomma inquadrabile nella ‘necessità’ storica.

Ma la Seconda?

Quella, se utilizzo i parametri del “non poteva andare che così?”, non mi torna mai. Se hai contemporanei prima della guerra avessero proiettato un documentario in anticipo su come sarebbe andata, a loro sarebbe parso un film di pura fantascienza….Stalingrado, i bombardamenti su Berlino, Dresda, i Lagher, Hiroshima…..una atroce fantascienza allo stato puro.

Una devastazione non inquadrabile nei parametri di civiltà raggiunti fino a quel momento, qualcosa che come livello poteva essere una moderna guerra dei Trent’anni. Un nonsense. Oppure qualcosa che assomigliava a un diabolico gioco del Risiko. Anzi a ripensarci il film di fanta politica era stato proiettato in anticipo con il gioco a Risiko del Grande Dittatore di Chaplin. Per quanto sinistro e inquietante quel film si poneva come beffarda presa in giro, ma appunto impossibile…..ed è stato tutto possibile.

Poteva non andare così? Era necessaria quella macchia lorda di sangue in un secolo che, se fatto cominciare nel ’18 come suggerisco io, più che nel ’14 come suggeriva Hobsbawm, sarebbe stato un secolo di generale progresso civile, compreso l’equivoco del Comunismo, comunque utile, magari per opposizione o per contrario, al progresso civile?

Evidentemente si, se no non sarebbe successo quel che è successo. Cioè il fatto dimostra sè stesso, anche se a differenza che per la Prima Guerra, il paragrafo del manuale sulle “cause della Seconda Guerra Mondiale” in questo caso non soddisfa l’interrogativo del perché e una nuvola di mistero resta.

Questo per la storia.

Per il presente e per il futuro il discorso è diverso. Perché nel presente e nel futuro ha licenza di entrare e di prorompere anzi il giudizio politico, secondo me inapplicabile alla storia passata. Al presente per progettare il futuro possiamo e dobbiamo anzi industriarci ad attivare quel possibilismo che citavo prima per il dibattito tra geografi nel primo novecento. Abbiamo varie possibilità, scegliamo quella giusta a seconda anche di ciò che vogliamo, una variante questa che deve tener conto che non tutti in politica vogliono la stessa cosa.

E tuttavia anche per il presente e per il futuro teniamo conto della magistralità della storia. Simuliamo cioè nel far politica i meccanismi della storia facendo passi che siano adeguati ai fattori in campo con quel tasso di imprevedibilità che anche la storia ci ha sciorinato qualche volta come fattore in campo.

Qualcuno per esempio ha parlato di Fronte Repubblicano per reagire al populismo al Governo in Italia. Un ipotesi che ai miei occhi ha un certo fascino, ben di più che una semplificatoria e probabilmente inutile ricostruzione della sinistra che partorirebbe la sinistra di sempre, la cui sconfitta storica è addirittura planetaria, se riproposta sempre con gli stessi contenuti. Sul Fronte Repubblicano, al momento poco più che un’intuizione, cerchiamo però veramente di leggere il presente con l’occhio del futuro per analizzare i fattori in campo, le chance, le variabili possibili, i soggetti, le omogeneità delle volontà e soprattutto le differenze.

Perché poi in futuro non si possa scrivere di questo progetto: non poteva che fallire.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.