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E’ ufficialmente iniziata la stagione dei No, almeno in Italia, tuttavia anche in Europa i sì non sembrano affatto prevalere anche se in questo articolo proverò ad esaminarne uno in particolare.

Ora, iniziando dall’Italia, dove oggi prevale l’idea che piccolo sia bellissimo, via al no al Parlamento come luogo che esprime il vero carattere di una democrazia rappresentativa, no alla Tav e no al Tap, senza alcun dibattito su ciò che queste infrastrutture rappresentano in meglio per l’Italia. Possibile fermarsi qui? Certo che no.

E allora avanti, no ai vaccini, no agli immigrati senza sviluppare un serio dibattito su scala Europea, del resto non conviene e le fallimentari oltre che irrealizzabili promesse di campagna elettorale meglio scaricarle sull’Europa a cui a prescindere viene comunque detto no, nel nome del mai sopito ridicolo slogan No Euro.

In ordine sparso è poi no ai vaccini, ai vitalizi, alle pensioni e ai diritti quesiti, se poi si smonta così pezzo per pezzo lo stato di diritto, no, non importa, oggi è doveroso dire no.

E in nome di grazia di cosa? Ma del cambiamento, ma certo quel cambiamento che è già sotto gli occhi di tutti in Europa, dove la credibilità italiana è ormai ai minimi termini.

Sempre sul fronte nazionale, i Signori del no così si sono pronunciati dapprima sulla Costituzione che tanto avevano difeso, per poi violarla in modo macroscopico a suon di incerti contratti di governo e di totale confusione di ruoli governativi per usare un edulcorato eufemismo.

E’ no anche ai contratti a termine perché il lavoro nella loro ottica, oggi, si crea rendendo ancor più rigidi tutti gli strumenti contrattuali a disposizione delle aziende: Auguri.

Ancora, no all’ingresso di investitori stranieri in Alitalia e Ilva, vuoi mettere nazionale alla Chavez, con l’unica differenza che quest’ultimo sperperava i proventi del petrolio (finché ha potuto), i fuochisti del no scherzano con i soldi pubblici della Cassa depositi e prestiti e con il futuro dei lavoratori.

In Europa, dove oggi si muore di veti e di mediocrità, ben rappresentata da una buona parte dei leader politici, Italia in testa e più vicina alle posizioni dei paesi di Visegrad, come l’Ungheria sulla quale ora pende una procedura di infrazione della Commissione Europea per il rifiuto del paese di rispettare le norme sull’immigrazione dell’Unione europea, qualche eccezione a questa selva di no esiste.

Una di queste, di non secondaria importanza, è quella rappresentata dal sì a ciò che può rappresentare per lo sviluppo dell’Europa e per il lavoro la sharing economy, quella che, per intenderci, in prima battuta, i ripensamenti infatti sono sempre positivi, i signori del no volevano affondare, almeno in Italia.

Certo, nonostante, nel recente accordo inserito nel CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione, i fattorini vengano qualificati come lavoratori subordinati e quindi inquadrati in una specifica area professionale, così contraddicendo quanto emerso nel caso sui riders discusso davanti al Tribunale di Torino e conclusosi con la sentenza n. 778, nella quale al contrario, gli indici legali della subordinazione non sono stati ravvisati, ciò che rileva è il tenore, forse più lungimirante rispetto a questo tipo di interventi, fatto dalla Commissione UE con la Comunicazione COM(2016)356, A European agenda for the collaborative economy.

La Comunicazione, non si esprime, infatti, nel merito delle soluzioni per affrontare le nuove sfide connesse a questo settore richiamando solo la necessità che gli Stati membri verifichino l’adeguatezza delle proprie discipline per rispondere alle differenti necessità di lavoratori subordinati ed autonomi impegnati nell’economia collaborativa e alla innovativa natura dei modelli di business utilizzati dalle piattaforme.

In questo senso, per i riders, ad esempio, sancire il diritto ad una retribuzione minima e dignitosa, al rispetto di obblighi assicurativi e contributivi oltre che alla tutela della privacy, risponde ai principi espressi nella Comunicazione UE e individua un ragionevole bilanciamento tra interessi diversi che possono così trovare un punto d’incontro.

Agire diversamente, imbrigliare il mercato del lavoro senza voler prendere atto delle trasformazioni economiche in atto, significa esasperare la contrapposizione, inseguendo utopiche forme di egualitarismo, giocando sulle spalle dei più deboli, quasi il colmo per chi anche ai Giochi sembra orientato a dire ancora una volta no.

 

 

 

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.