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La paura è un potente dispositivo di controllo delle masse. Questo lo aveva ben capito il comico Antonio Albanese quando, solo pochi anni fa, interpretava sulle scene un personaggio: il ministro della paura. Non siamo nuovi a questa capacità anticipatoria, da parte della gente di spettacolo, di predire importanti fenomeni di costume. Moretti, ne “Il Caimano” ci aveva raccontato, con lucidità, più di dodici anni fa, la parabola berlusconiana. In periodo di vacche magre, in assenza di grandi statisti, nel vuoto incolmabile lasciato dalle ideologie divorate dalla globalizzazione, artisti e saltimbanchi ci aiutano a leggere la realtà. Mettendola a nudo e, contemporaneamente, irridendola. Se non fosse che il loro messaggio giunge solo a una minoranza, potrebbero svolgere un importante ruolo pedagogico. Ma se siamo giunti alla materializzazione del ministro della paura, se un’idea provocatoria e inquietante ha preso corpo, significa che quel messaggio è stato poco efficace. O, più semplicemente, significa che i germi della paura, del terrore, della diffidenza sono radicati, forti e presenti, e assai diffusi tra la gente. E il ministro non ne è che l’epifenomeno, costruito ad hoc per alimentare l’inquietudine, anziché placarla.

Salvini ha compreso tutto ciò e rafforza, con linguaggio semplice e metafore efficaci, questi sentimenti. Il Ministro degli Interni, grazie alla sua continua frequentazione dei social network, è un abile intercettatore degli umori e delle fobie della gente. E se ne fa interprete. Sa bene che la paura ancestrale del diverso, dell’altro da noi, aumenta con l’incertezza, con la precarietà, con la difficoltà di tirare avanti la carretta, con i grumi di miseria e di malessere che hanno bisogno di capri espiatori per sperare in un futuro che non sia solo una plumbea incognita. E spinge l’acceleratore delle paure su quei soggetti che sembrano essere più degli altri responsabili di disordine, di instabilità, di pericolosa promiscuità. Trascurando tutto il resto. Trascurando le vere cause dei problemi che assillano il Paese.

Il ministro è abile perché si fa interprete di un pensiero che lo precede e che è nato prima ancora che lui lanciasse i suoi anatemi. È un pensiero che non potremmo definire in altro modo che razzista, xenofobo, gretto, becero. Paradossalmente, il salvinismo nasce prima di Salvini. Il suo merito – in termini elettorali, s’intende –  è quello di aver assegnato lo statuto di nemici a dei soggetti – gli immigrati, l’Europa, i burocrati di Bruxelles, i rom, le Ong – e di aver alimentato un odio preesistente, ma forse non del tutto consapevole. Ai suoi seguaci sfugge un principio elementare, che è il fondamento delle nostre democrazie rappresentative: un ministro non deve fomentare le paure della gente, ma fugarle. Non deve diffondere terrore, ma proteggere e rassicurare. Dei cittadini consapevoli, dotati di spirito critico e supportati da una formazione morale e politica ne sarebbero indenni. Il lasciarsi trasportare dall’onda della paura li sospinge al rango di sudditi. Ma ciò decreta il successo del ministro che, di sicuro, preferisce un gregge impaurito a dei potenziali rivoltosi. È pur sempre una succulenta sacca elettorale di preziosi voti che, ingrossandosi ogni giorno grazie a quella meravigliosa macchina di propaganda che è diventato il Ministero degli Interni, regalerà, in un futuro neanche lontano, gloria e potere.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.