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Avere paura della storia, così lo storico delle religioni rumeno Mircea Eliade descriveva il suo popolo spaventato dai possibili attacchi che potevano giungere in un territorio indifeso.

Più o meno le stesse sensazioni e le stesse paure che contraddistinguono il sentimento di molti cittadini all’interno dell’Europa.

Le paure di oggi sono alimentate da fenomeni di dimensione smisurata che prendono il nome di migrazioni, cambiamenti dei mercati del lavoro e connessi problemi di redistribuzione, contrapposizioni tra potenze globali e l’elenco potrebbe continuare.

Lo spirito oggi chiamato populista o popolare? Serpeggia non solo in Italia, ma anche in larga parte degli altri paesi che fanno parte dell’Unione Europea e sta oggi suscitando molta preoccupazione tra le forze politiche più responsabili in vista delle imminenti elezioni europee che si terranno nella primavera del 2019.Insomma, la storia sembra tutt’altro che finita e l’ottimismo di Francis Fukuyama, che aveva immaginato un mondo senza guerra fredda, senza paure e disciplinato da un mercato libero ben regolamentato, appare destinato a fronteggiare una realtà ancora molto turbolenta.

Attrezzarsi per affrontarla appare quindi l’unica cosa concreta da fare.

Come attrezzarsi, invece, è un tema molto più complesso, tuttavia, forse, una cosa da fare per prima c’è, ed è quella di non snobbare o trattare con sufficienza i sentimenti di paura appena citati, bensì cercare di comprenderli, ma evidenziando anche perché alcune di queste paure nell’Europa di oggi possono essere affrontate e superate.

Cominciamo dalle migrazioni, e quindi da un tema totalmente europeo, e il cui approccio deve portare con sé molto praticità e concretezza. Ribellarsi in sede comunitaria, facendo i capricci per assecondare fette di elettorato, non è la soluzione, pena, isolamento e perdita di credibilità, storie già viste, si pensi in Italia al tema quote latte che lo insegnano in modo molto chiaro.

Le regole devono essere condivise e vanno fatte, quindi, proposte serie su cui ragionare, il resto è solo demagogia che mira a sfasciare tutto. Una buona base di concretezza utile per iniziare, potrebbe essere quella di stabilire che l’Europa e, quindi, ciascun paese dovrà costruire un sistema di ammissione degli immigrati in funzione di quello di cui l’economia europea avrà bisogno, perché oggi venire in Europa e restarci deve essere associato quanto più possibile ad opportunità e non a utopici diritti.

Un’altra proposta potrebbe essere quella di stabilire la creazione di un grande fondo europeo, alimentato anche da contribuzioni dei tanti immigrati che bene si sono integrati in Europa che serva a gestire l’impatto che il fenomeno migratorio produce nelle realtà urbane di buona parte dell’Europa, soprattutto nelle realtà cittadine meno fortunate, insomma questi e molti altri temi pratici dovrebbero occupare l’agenda europea, perché siamo un po’ stufi di ascoltare frasi sgrammaticate prive di contenuti, così come, oggi sta avvenendo in Italia o nei paesi c.d. di Visegrad.

Ancora, non certo per assecondarle, però, le paure legate ai mutamenti del mercato del lavoro in Europa un fondamento lo hanno di certo se, come vero, stiamo assistendo ad un mutamento dei meccanismi di produzione. Industria contro mondo digitale, cambio dei consumi e cambio delle organizzazioni sociali, non sono proprio mutamenti da ricondurre a normali processi di cambiamento delle società, soprattutto se, la velocità di questi cambiamenti è così forte da non consentire nemmeno di attrezzarsi a spiegare il cambiamento e quindi comprenderlo.

Per fare tutto questo servono progetti e impegno, ma anche regole condivise e consapevolezza.

Iniziamo dalla fine.

Consapevolezza di ciò che di grande rappresenta l’Unione Europea: 19,7 trilioni di dollari, circa il 22% del pil mondiale è il prodotto interno lordo nominale europeo, 291 miliardi di euro il valore degli scambi commerciali interni dell’area Ue, 8.6 % è il tasso di disoccupazione medio nell’eurozona in tutta l’Unione e’ al 7.3%, 89% la quota di cittadini europei tra i 15 e i 33 anni che pensano che a scuola si dovrebbe studiare educazione civica europea. Questi dati servono a dare consapevolezza di quanto importante sia l’Europa, sapere da dove si parte non è poco in tempi di totale disinformazione e di sconsiderata ignoranza al grido uno vale uno.

Per quanto riguarda le regole condivise, vale il principio richiamato prima rispetto al tema delle migrazioni.

Impegno e progetti possono essere letti insieme. Ad esempio, si tratta di capire, che approccio assumere al tavolo di discussione sul bilancio comunitario che orienterà i futuri impegni di spesa e si parla di cifre di elevatissima portata.

In altre parole è dal nesso comprensione prima e immediata spiegazione poi con cifre, progetti e idee che può ricominciare ad essere animato lo spirito europeo.

La risposta securitaria invece, non tranquillizza, perché non risponde alle domande sui grandi cambiamenti e alimenta solo quello spirito di isolamento alimentato dalla necessità di individuare nemici da combattere, l’esatto contrario delle premesse su cui è nata l’Unione Europea e la pace che essa ha saputo garantire fino ad oggi.

 

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.