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Come molti sanno, ottant’anni fa, furono promulgate in Italia le leggi razziali contro gli ebrei. Un’ignominia senza precedenti, un capitolo tristissimo e orribile, fondato su teorie ridicole  e su stupide scempiaggini, ma che ha seminato disperazione e morte. Non è un caso che abbia scritto, ottimisticamente, “come molti sanno”. In realtà si parla ancora poco di questa tragedia. E si sa poco. Malgrado il tempo trascorso. Malgrado l’entità dell’orrore che tale tragedia ha rappresentato. D’altra parte se tutti noi conoscessimo ciò che ha significato l’introduzione delle leggi razziali, non ci sarebbero i molti, più o meno dichiarati, simpatizzanti del nazifascismo e delle ideologie di cui esso è intriso.

Mi ha colpito giorni fa la notizia del funerale di un docente universitario di Sassari, con idee di destra. Sulla sua bara, il responsabile di CasaPound della città ha deposto il tricolore con lo stemma dell’aquila romana, mentre una voce fuori campo urlava: “Camerati, attenti “. Infine il saluto romano, qualche minuto di silenzio, il comando del riposo e l’abbraccio dei convenuti al “camerata” Giampiero Todini.

La notizia mi ha annichilito. E purtroppo non si tratta di un episodio isolato. Chissà perché, si sta diffondendo con rapidità incontrollabile una certa tendenza ad esternare tali idee estremiste, accompagnate, come in questo caso, da rituali che rinviano con colpevole nostalgia a quel capitolo orrendo della nostra storia. Come se finalmente ci si sentisse autorizzati ad urlare pensieri che fino a poco tempo fa sarebbero apparsi riprovevoli e che ora, quasi quasi, fanno tendenza. Rendono cool chi se ne fa portavoce

In poco tempo anche il politically correct sembra essersi dissolto. Non si ha più paura di dichiararsi razzisti. Sappiamo bene che non era sufficiente affermare di non esserlo per nascondere retaggi di intolleranza. Ma quanto meno si diceva: “non sono razzista, anche se…”. C’era quell’anche se che smontava ogni intento di dissimulazione, ma almeno si provava un certo pudore nel manifestare sentimenti di odio razziale. Oggi, insieme al nobile sentimento della vergogna,  sono scomparsi quei freni inibitori che un tempo imponevano prudenza nell’esprimere punti di vista estremi e, addirittura, anticostituzionali. Ne consegue una certa disinvoltura, da parte di molti (e, a giudicare dal numero crescente di simpatizzanti del Ministro degli Interni, non si tratta di uno sparuto gruppo di sfigati), nell’inveire contro i neo barbari e contro gli invasori che stanno dilagando per la Penisola, soppiantando la nostra purissima razza bianca.

I tanti episodi di razzismo – uno per tutti la vergogna della nave Diciotti – perpetrati da chi occupa le alte sfere del potere incoraggiano un razzismo finora strisciante, silente, nascosto, a venire fuori, a deflagrare e a colpire, in modo talvolta incontrollato molti malcapitati, colpevoli solo di non essere nati in suolo patrio. E non solo: sono episodi che pervadono, plasmano e trasformano l’ethos di un popolo, da sempre esterofilo e accogliente.  La protervia di chi decide delle sorti di tanti disgraziati, tra un assaggio di polenta taragna e un panino con salame postati su Facebook mentre esodi di affamati arrancano sulle nostre coste, suscita in molti ammirazione, rassicura, genera modelli di comportamento.

È molto difficile contrastare questa tendenza. Di sicuro la scuola può e deve fornire antidoti all’odio, all’indifferenza, all’intolleranza, attraverso il capillare lavoro di integrazione e di accoglienza che compie da sempre e che ha incrementato con l’aumento dell’ondata migratoria nel nostro Paese. Forse per qualcuno tutto ciò è fare politica in classe. Se insegnare a guardarsi intorno, se educare ad accogliere, se invitare a riconoscere la diversità come valore, se abituare all’ascolto e all’apertura verso gli altri, se esortare a desistere dalla seduzione dei luoghi comuni, se tutte queste (buone) azioni significano far politica in classe, bene, non possono che trovarmi favorevole e spingermi a urlare: “Evviva la politica a scuola”! E aggiungerei: più storia e meno slogan. Più conoscenze fondate e meno pregiudizi. Più pensiero critico e meno frottole. Più memoria e meno leggende metropolitane. Solo così forse avremo meno sudditi impauriti e più cittadini consapevoli.

 

 

 

 

 

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.