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Aspettavo con curiosità i primi passi del “governo del cambiamento”: non credo di essere stato l’unico. All’opposizione prima, in campagna elettorale poi, durante le faticose trattative per la formazione del nuovo esecutivo giallo-verde e negli esordi dell’inedita compagine ministeriale infine l’abitudine alla politica urlata, alla semplificazione tranciante, all’insulto puro e semplice con demonizzazione dell’avversario rappresenta la cifra stilistica tanto dei Cinquestelle che della Lega. Direi della Lega prima ancora che dei Cinquestelle. In questo, gli eredi di Grillo&Casaleggio hanno solo copiato.

Da qui l’attesa: cosa succederà quando si dovrà passare dalle parole ai fatti? Perché chi governa deve procedere con decisioni, non si scappa. Li attendevo, in particolare su tre fronti per diversi aspetti di grande spessore. L’Ilva di Taranto, il gasdotto internazionale Tap e l’alta velocità ferroviaria Tav.

Evito di proposito i temi prediletti dalla polemica corrente, ponte Morandi di Genova e questione immigrazione, perché meno significativi a mio parere in quanto di natura emergenziale.

Cominciamo dall’Ilva. Il caso più clamoroso. A Taranto i Cinquestelle hanno raccolto circa la metà del voto valido espresso su un progetto in fondo semplice e chiaro. Chiudere l’acciaieria, bonificare l’aerea e farne qualcos’altro. Grillo parlava di un “parco acquatico”, ma si trattava di una boutade. Come si è conclusa la vicenda? L’acciaieria resta aperta e aumenterà gradualmente la produzione, secondo le tappe e con le garanzie già previste dal cosiddetto “piano Calenda”, dal nome del precedente ministro dello sviluppo economico. Governo Gentiloni e quindi Pd, dunque.

Il nuovo responsabile del dicastero, nonché vice primo ministro, il Cinquestelle Di Maio, prima di alzare bandiera bianca ha messo in scena una simpatica commedia all’italiana, con richiesta di pareri a tutti, Avvocatura di Stato e Ministero dell’Ambiente in testa, per dimostrare alle folle che si stava piegando a un meccanismo diabolico, una bomba a orologeria lasciatagli dal predecessore.

Niente di vero, ovviamente: semplicemente l’acciaio è risorsa strategica, Ilva di Taranto è la più grande acciaieria d’Europa, quindi il sistema-paese non può rinunciarvi a cuor leggero a favore di un parco acquatico. Anche perché, è noto, davvero molto si può fare per migliorare sicurezza e salubrità degli impianti. In fondo basterebbe investirci con intelligenza e senza speculazioni al ribasso.

A Taranto, dunque ha vinto la “ragion di stato”, si potrebbe dire. Sarà interessante vedere come reagiranno i tarantini che in massa hanno votato Cinquestelle. Perché, c’è poco da fare, il mandato elettorale ricevuto è stato clamorosamente tradito. Non mi pare si sia mai verificato niente del genere. Nel comizio permanente via web tanto caro ai Cinquestelle non avevano mai mostrato il minimo dubbio: chiuderemo l’Ilva. E per questo avevano chiesto e ottenuto consenso.

Rimanendo in Puglia, terra dove hanno mietuto allori, i Cinquestelle hanno innestato la retromarcia anche sulla vicenda Tap. La “ragion di stato” qua ha un nome preciso: USA. Il primo ministro Conte è stato infatti convocato alla Casa Bianca dove gli hanno spiegato, con i modi urbani di Trump immagino, quanto il gasdotto sia strategico per loro. Nessuno si sogni di bloccarlo, quindi. Così si farà. È strategico anche per l’Italia, naturalmente, ed è abbastanza ridicolo che per un pugno di ulivi, per altro felicemente destinati a essere trapiantati altrove, si pensasse davvero di fermare tutto. Comunque, visto che così si vuole oltreoceano, la calata di braghe è stata ancor più rapida di quanto non si sarebbe potuto sospettare.

Ilva e Tap hanno offerto lo spettacolo di un governo incapace di un pensiero autonomo in materia strategica e di forze politiche che hanno giocato cinicamente e barando con aspettative e speranze degli elettori.

E la Tav? Si tratta dell’ultimo fronte anche se, per certi aspetti, anche il più antico. Completarla sarebbe ormai più che mai sensato e verrebbe incontro alle necessità di mobilità e di salute dell’intero Nord Italia. Già, di salute, perché la Pianura Padana sprofonda sotto la cappa di smog che per ragioni meteorologiche vi ristagna in permanenza. Ogni Tir tolto dalla strada ne aumenta la sicurezza in materia d’incidenti, riduce il fall-out acustico che la tormenta e un po’ ne migliora la qualità dell’aria. Vale anche per le automobili, che si spera resteranno un po’ ferme se si potrà utilizzare un treno comodo e veloce al loro posto per spostarsi.

La partita della Tav è più complessa, ma i due precedenti appena visti, Ilva e Tap, e il mio innato ottimismo mi fanno propendere per una positiva conclusione anche di questa vicenda. Perché a dispetto di tutti i proclami elettorali, delle fantasmagoriche e irrealizzabili promesse, della credulità che una strategia di comunicazione senz’altro abile, ma che sfrutta l’ignoranza di fondo di un paese troppo poco acculturato, alla fine la realtà finisce sempre per prevalere: e la realtà pretende che le Grandi Opere siano costruite, gli impianti industriali chiave siano preservati e, anzi, modernizzati di continuo perché l’idea di Progresso è insita nell’essere umano vitale, mentre il concetto di “decrescita felice” è una sorta di favola pronta a tramutarsi in incubo.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.