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Che si siano rimescolate le carte nella storica categorizzazione di destra e sinistra è dimostrato plasticamente in Italia, ci piacciano o meno, dall’alleanza Lega-Movimento 5 Stelle, la prima più nettamente contrassegnata a destra, nonostante la ritrosia ad accettare l’etichetta da parte di molti dirigenti ma con minore ritrosia da parte degli elettori; i secondi identificati come movimento anche di sinistra radicale, soprattutto da parte di chi li ha votati, più che da loro stessi che, come la Lega, rifiutano l’etichetta. Chi li ha votati da sinistra, molti ex elettori soprattutto di sedicente sinistra radicale, accetta senza batter ciglio che ci sia un’alleanza con uno schieramento contrassegnato a destra, soprattutto culturalmente a destra. E questo perché la categoria che contrassegna conta ormai poco, conta la verve populistica di entrambi. Come contrappunto si può evidenziare infatti che destre e sinistre tradizionali in tutta Europa sono in forte arretramento proprio per la loro etichettatura obsoleta e limitativa che non li fa accettare da chi vuole il ‘nuovo’ costi quel che costi; anche se obiettivamente questa obsolescenza vale soprattutto per l’etichettatura di sinistra.

Ma la dialettica politica allora su che cosa dovrebbe basarsi se evaporano le categorie tradizionali?

Propongo più possibilità ancora valide e ben vive:

democrazia-oligarchia (che è altra cosa dall’elite, necessaria invece alla democrazia) o anche democrazia-populismo; libertà (leggi:diritti)-tirannide/totalitarismo o libertà-autoritarismo o libertà-illiberalità, stato di diritto-stato autoritario; e ancora: progresso-conservazione o, meglio, modernità-conservazione; stato laico-stato confessionale ( esteso come significato anche a ideologie del tutto atee ma a modo loro dogmatiche e quindi religiose); e poi solidarismo-individualismo ( che è altra cosa dal diritto individuale).

Infine se evaporano le due categorie storiche a maggior ragione dovrebbe evaporare lo storico terzo incomodo, vale a dire il centro, che nella storia della democrazia moderna solo raramente, e non a caso, ha avuto fortuna.

Certo: Il centro evapora ancora più nettamente se, come è stato sempre, lo si legge come punto equidistante e neutro tra due categorie di schieramento astratto, di appartenenza a prescindere, ideologiche e mai confortate contestualmente da singoli temi (che si affrontano sempre ‘dopo’ l’appartenenza), come lo sono state destra e sinistra; in veloce decomposizione forse proprio per questo. Né per me ha ragione d’essere un centro nei binomi a parer mio ancora vitali che ho proposto come ancora validi e attuali, dal momento che personalmente mi colloco senza mediazioni possibili sempre nel primo dei due corni citati. Con tirannide, autoritarismo, populismo, illiberalità, stato autoritario, conservazione, stato confessionale, individualismo non si può negoziare dal momento che nelle costituzioni democratiche moderne e nelle dichiarazioni universali dei diritti per me sono semplicemente fuori legge; li contemplo e li combatto politicamente perché purtroppo esistono ma si iscrivono dalla parte della sovversione nel binomio che sintetizza tutti gli altri, il binomio appunto legalità-sovversione. Con il secondo corno bisogna sempre ingaggiare una battaglia semplicemente difensiva per non farlo entrare e per non legittimarlo mai.

C’è poi un binomio che è intercambiabile a seconda di dove lo si colloca: radicalità-moderazione. Tra legalità e sovversione per me anche in questo caso un centro non ci può essere perché vorrei far vincere sempre senza discussione la radicalità a favore della legalità per sconfiggere sistematicamente chi la vuole sovvertire. Nel sovvertimento metto anche il sovranismo nazionale, ‘fuori legge’ rispetto agli accordi pluridecennali sull’Europa (e qui l’Europa è il corno positivo non negoziabile). Il binomio antifascismo-fascismo invece anche questo, più che obsoleto, lo ritengo ovvio, direi quasi scontato in quanto già assunto dal binomio di sintesi legalità-sovversione, visto che la sovversione alla democrazia e alla legalità di uno Stato di diritto è sempre in qualche modo fascista; fascista ovviamente nel senso classico del termine, ci mancherebbe, ma anche nel senso del ‘fascismo rosso’ (la definizione non è mia, ma nientemeno che di Habermas) che abbiamo conosciuto con l’Unione Sovietica stalinista, con la Cina maoista, con il castrismo, per citare i più famosi e con le BR e con tutti i leninismi e stalinismi di casa nostra: stanno dalla parte della sovversione permanente dello Stato di diritto democratico e liberale esattamente come la camorra la mafia e la ‘ndrangheta.

Ma se si vanno pragmaticamente ad analizzare i singoli temi concreti sempre più numerosi e complessi che, dal pianeta al quartiere, stanno di fronte alla politica, quella delle ‘cose da fare’ per il bene comune e di ogni singolo cittadino, allora l’idea di centro riassume una valenza interessante, da rilanciare e da proporre, anzi l’unica che, nel contesto della legalità, consentirebbe di non radicalizzare mai le scelte. Perché dentro ad ogni scelta per non arrivare allo scannatoio sistematico tra posizioni seppure iscritte nella legalità, la moderazione, cioè la mediazione continua, dovrebbe vincere al contrario quasi sempre. Quasi, perché se vengono prese dolorose scelte non mediabili a favore di una opzione netta, una compensazione per chi è restato in minoranza andrebbe sempre adottata.

Per trovare il ‘centro’ di equilibrio in ogni scelta bisognerebbe evitare di cadere nella logica di avere sempre in politica vincitori e vinti e di sostituirla con la logica di soddisfare la stragrande maggioranza delle ragioni in campo e di soddisfare i cittadini che attraverso la politica le pongono. In definitiva il motto “The Winner Takes It All” dovrebbe essere solo il titolo e il refrain di una splendida canzone dei nostri lontani anni ottanta che si riferisce ai travagli d’amore, dove effettivamente spesso le cose vanno proprio così, vincitori e vinti (e anche lì con buona volontà lo si potrebbe qualche volta evitare). Ma in politica la mediazione dovrebbe al contrario essere sempre la soluzione vincente. Specie sulle scelte territoriali.

Si prenda a Venezia il caso “Grandi Navi” e non perché è solo un fatto locale che ci riguarda da vicino ma perché veramente è un caso, come si dice, paradigmatico; con almeno quattro, ma forse anche di più, proposte risolutive in campo e i cui propositori pensano tutti di aver ragione piena. Non entrando nel merito, in questo caso e in altri casi come questo, si tratta di capire bene anticipatamente a parer mio tre cose:

1)Capire quali sono le diverse pulsioni, i diversi punti di vista, diciamo pure i diversi valori nel senso meno retorico, cioè di valori per ciò che si vuole valorizzare o, se si vuole, non deprimere con una scelta. Conoscerli bene. Sono evidentemente diversi perché se no le soluzioni non sarebbero diverse e fanno sopravalutare o sottovalutare, a seconda dei punti di vista, gli elementi da salvaguardare o meno.

2)Capire basandosi su oggettivi dati scientifici ogni scelta da promuovere o da bocciare, per evitare che la propaganda a favore dell’una o dell’altra scelta manipoli o ometta a suo favore i dati certi e incontrovertibili che sempre ci dà la scienza.

3) Capire bene la differenza tra conseguenza, nel senso neutro del termine, e danno oggettivo conseguente e obiettivamente pericoloso che ogni scelta comporta; perché, mi si perdoni l’esempio un po’ banale, c’è una bella differenza tra il bocciare agli amici una proposta per una cena a base di pesce perché io ne sono oggettivamente allergico e per questo rischio la vita ingerendo pesce, piuttosto che perché il pesce semplicemente, e se si vuole legittimamente, non mi piace per una mia paturnia o anche per un mio intrinseco nobile valore.

Con queste tre acquisizioni davanti alle scelte in campo e il far di conto ci sarà sempre una scelta che ottiene il maggior grado di mediazione. Non arrivo a dire che ci vorrebbe un algoritmo; ma che sia un algoritmo reale o che sia inteso come metafora di ciò che ci vorrebbe, rende l’idea di quale metodo adottare per fare la quadra e poi andare verso la soluzione che per approssimazione è sicuramente la migliore. Approssimandosi appunto e quindi senza soddisfare pienamente nessuno, ma comunque sempre un po’ tutti. Solo un po’ però.

Tale è il centro a cui penso e non altri.

Dunque dimentichiamoci con questo termine le balene bianche o i repubblicani del tempo che fu, dimentichiamoci Scelta Civica, Mario Monti o l’UDC e Casini. Il centro lo si trova non tra schieramenti ma tra ‘cose’ diverse come punto baricentrico. E se gli schieramenti per farsi eleggere comunque permangono e sono inevitabili bisogna che anche lì un centro li tenga insieme tutti senza sbilanciamenti, presentandosi come scelta Istituzionale, garante di tutti ma soprattutto della faticosa ricerca del punto mediano.

Per concludere visto che ho cominciato con le citazioni canore dei “fabulous eighty”, penso che quel che serve all’umanità intera, ma anche al semplice Consiglio di Municipalità o di Circoscrizione, nella politica delle ‘cose’ da fare sia veramente un “centro di gravità permanente”.  Per non fare mai più della politica –  parafrasando, ribaltandolo, Von Clausewitz – la continuazione della guerra con altri mezzi.

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.