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Parecchi anni fa, all’inizio della mia carriera d’insegnante, contrassi la bizzarra abitudine di tenere spalancata, durante le lezioni, la porta dell’aula. In principio non sapevo neanch’io perché lo facessi, ma poi l’ho capito: volevo trasmettere ai miei alunni un messaggio importante, e cioè che quello che accadeva lì, in quell’aula, non era un fatto segreto e privato, un inter nos: era un fatto pubblico, per definizione. Niente da nascondere.

Da allora non ho più perso il vizio di far lezione con la porta aperta. L’esercizio dell’insegnamento è un fatto pubblico, non privato: non per nulla, ad esempio, le verifiche o sono scritte (e in questo caso restano come documenti agli atti) oppure sono orali, e allora vanno sempre condotte in presenza di testimoni, cioè di altri alunni (tanto è vero che è fatto divieto ad un insegnante di portare con sé un alunno fuori dall’aula, per interrogarlo in un tete-a-tete).

Da qualche tempo dilaga la sindrome della privatezza, della riservatezza. Ora non sto a spendere argomenti su quanto sia una sacrosanta conquista di civiltà la tutela della privacy. Ma talora si fraintende e si esagera. Sui tabelloni di fine anno scolastico, per esempio, non si pubblicano (a volte, in certe scuole) i voti insufficienti per tutelare la privacy dei “caduti”.

E veniamo ora alle videocamere a scuola o addirittura espressamente nelle aule. Da un recente sondaggio su una rivista specializzata risulterebbe che i docenti sono in maggioranza contrari all’introduzione delle telecamere: perché con esse verrebbe meno il rapporto fiduciario tra alunni e insegnanti (e genitori) su cui deve fondarsi l’insegnamento stesso. Altra idea sacrosanta, certo, ma a mio modesto avviso non c’entra molto (o almeno non è incompatibile) con l’installazione delle telecamere persino nelle aule.

Naturalmente numerosi sono i genitori e le loro associazioni che, viceversa, caldeggiano tale misura contro gli abusi, reali o presunti, di certi educatori nei confronti di minori e bambini. Recenti episodi di cronaca hanno riportato la questione alla ribalta, ma è palmare che in queste materie delicate prima di gridare all’untore bisognerebbe, come si dice, lasciar sempre fare alla giustizia il suo corso.

Sì, perché se è vero che talvolta in passato i soprusi sono stati accertati e adeguatamente sanzionati, è pur vero che altre volte, come molti ricorderanno, le accuse si sono poi dimostrate delle pure bufale, delle dicerie alimentate (se non prodotte) da fenomeni di collettiva isteria genitoriale, con grave nocumento alla carriera, all’onorabilità, alla vita e persino alla salute d’insegnanti specchiate, che poi sono state del tutto scagionate da accuse rivelatesi infondate o puramente fantasiose.

Bene, si dice. E allora tagliamo la testa al toro! Mettiamo le telecamere a scuola. Ora, non mi riempie di gioia apprendere che l’attuale leader maximo, Matteo Salvini, avrebbe dichiarato, in un qualche fugace annuncio (lo si trova sul web) quanto segue: “Da papà farò di tutto perché sia approvato il progetto di legge per avere telecamere negli asili, nelle scuole, nelle case di riposo”. Sebbene non nutra certo una simpatia spiccata per il soggetto in questione e per le sue idee, sorvolo sul tono paternalistico della citazione riportata. E siccome da privato cittadino sono completamente esente dall’onere barbarico di contestare per “partito” preso tutto ciò che sostengono gli avversari politici, mi domando: perché no?

A chi nuocerebbe infatti la videoregistrazione delle attività che si svolgono a scuola? Siamo sicuri che sarebbe una misura solo a tutela degli utenti e delle loro famiglie, e non anche degli operatori scolastici, come ad esempio di quegli insegnati che sono fatti oggetto di accuse arbitrarie e fantasiose oppure sono vittime di atti violenti di bullismo da parte di alcuni studenti (e non sto pensando ovviamente agli asili nido o alle scuole materne)?

Il problema, semmai, è quello del controllo, cioè dell’autorizzazione ad utilizzare lo strumento e ad avvalersene in caso di necessità, ossia d’indagine. E tale facoltà, s’intende, dovrebbe essere rigorosamente riservata solo alle forze dell’ordine e alla magistratura inquirente. Non certo ai genitori e nemmeno ai presidi, perché in questo caso, sì, che potrebbe configurarsi una indebita e impropria interferenza nell’attività didattica e nella libertà d’insegnamento (mentre le riprese potrebbero divenire addirittura uno strumento di pressione se non di ricatto nei confronti di maestri e professori).

Ma se fosse solo ed esclusivamente uno strumento utile o decisivo per le indagini, in caso di sospetti fondati, di denunce e simili, perché no? A me personalmente non darebbe alcun fastidio perché, come dicevo, ho sempre insegnato a porte aperte, non avendo nulla da nascondere.

Le videoriprese pericolose sono semmai quelle surrettiziamente effettuate, coi loro telefonini, da taluni alunni, che poi manipolano i filmati, li tagliano, li lanciano sulla rete ed eternano in tal modo diffamazioni e calunnie che hanno il sapore della verità a motivo della loro parvenza filmica. Ma questa è un’altra storia…

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.