By

In questa pagina Bruno Gerolimetto ricorda, mettendole in fila, le principali e se si vuole le più direttamente fruibili conquiste dell’Europa Unita da quando essa esiste. Conquiste di portata sociale economica e culturale enormi, quanto concrete. Con questa Europa e con questa sua storia.  Se ne potrebbero aggiungere altre più dettagliate e che riguardano, per esempio, l’universale mondo dei diritti, di cui lo stesso Bruno ci ha parlato varie volte e che, non dubito, tornerà a riallineare per rinfrescare ai distratti la memoria e il senso delle cose. Al contempo è addirittura quasi banale dire che, come ogni cosa al mondo, l’Europa è perfettibile, migliorabile e anzi solo la sua storia reale, l’aver messo comunque in pratica quella che all’inizio era solo un’idea, ha consentito di vederne gli inevitabili limiti per andare oltre. Se non si fosse messa in pratica per attendere un’astratta perfezione di partenza non ci sarebbe niente. Andare oltre, ma senza tornare indietro, senza azzerare tutto o uscirne come auspica una crescente parte dell’opinione pubblica del continente.

Le Elezioni Europee di primavera saranno dunque un test importante che giunge in un momento cruciale in cui la valanga sovranista sarà al suo massimo storico dall’Atlantico al Mar Nero.

La crisi economica è stata il grande alibi per cui gruppi politici fondati sulla chiusura particolaristica, sulla difesa di tutto ciò che si può difendere, sul localismo più semplicistico hanno avuto dalla contingenza storica l’occasione d’oro per far lievitare il consenso verso di loro attraverso la pancia, la paura, la atavica sfiducia nelle Istituzioni.

Ora in gioco in primavera c’è il futuro dell’Europa, non è una facile frase fatta, perché un’affermazione pesante della marea sovranista ne accelererebbe la decomposizione con un effetto domino non dissimile a quello capitato nell’Est Europeo ad alcuni Stati nazionali alla fine del secolo scorso. La Gran Bretagna ha segnato la strada con il Referendum, vinto, per uscire dall’Unione e il fatto che a segnare questa strada sia stato un pilastro della cultura e dell’economia europea, è un cattivo presagio, da scacciare.

Da tempo vado sostenendo che la contrapposizione classica otto-novecentesca sinistra-destra è ormai inadeguata a rappresentare i contenuti della dialettica politica attuale. Per molte ragioni che hanno a che fare con i radicali mutamenti sociali ed economici sopravvenuti a sparigliare gli interessi, le categorie, le appartenenze sociali e i riferimenti culturali. Al contrario questo binomio Europa-Antieuropa fornisce una ben più attuale descrizione della dialettica politica contemporanea. Perché i due poli rappresentano, su un contendere apparentemente circoscritto ad una diatriba istituzionale per quanto rilevante, universi di valori realmente alternativi e irriducibili sui quali è impossibile non schierarsi. E’ in atto forse all’interno stesso del continente uno “scontro di civiltà”, per usare una formula che di solito si applica invece ad altri attori internazionali.

“Antieuropa” condensa in sé tutta una serie di riferimenti valoriali negativi diretti che vanno dall’incapacità di leggere in chiave globalistica e planetaria i fenomeni migratori, alla decrescita economica a favore di una sorta di autarchia antistorica, alla ripresa di un altrettanto antistorico minaccioso nazionalismo “sangue e suolo” e alla conseguente insofferenza per tutto ciò che l’Unione giustamente cerca di imporre come condizione per coesistere alla pari nell’istituzione. Solo per citare appunto i più diretti e riconducibili alle implicazioni europee. Ma con molti indiretti praticati in casa: il disprezzo per la democrazia rappresentativa a favore di una presunta democrazia di piazza che è forcaiola e giustizialista da quando esiste il mondo, la sfiducia nella razionalità scientifica, il disprezzo per le regole in nome dell’unico falso e presunto diritto che tale non è, quello di avere mani libere per fare ciò che si vuole a favore del proprio interesse particolare.

Può sembrar sin troppo facile dire invece che “Europa” è in positivo tutto il contrario, ma di fatto è così.

Quando venne avanti l’idea di Europa essa si basava, e di conseguenza si basa ancora, su una razionalità matura, consapevole della complessità delle relazioni internazionali, sulla ricerca di una pace duratura concreta, sul valore della cooperazione, sulla libera circolazione delle persone, delle merci e del denaro e in seguito, sulla tutela dei diritti basilari e universali delle donne e degli uomini. Che poi il fattore economico abbia preso il sopravvento sugli altri condizionando l’azione dell’Unione è sicuramente vero ed è un eccesso che può essere moderato, ma non eluso. Mi pare infatti francamente capzioso pensare che non debba comunque essere rilevante e che non debba esigere delle regole di bilancio, in definitiva utili per un’amministrazione assennata complessiva e dei singoli stati e alla lunga, perché anche questo è il senso sempre ignorato del famigerato ‘rigore’, per smussare o annullare verso l’alto le differenze di sviluppo tra i diversi stati membri.

Che questo binomio contrapposto “Europa-Antieuropa” oggi sia l’icona perfetta della concreta dialettica politica in sostituzione della logora destra-sinistra è dimostrato dal fatto che gli antieuropeisti convinti da sempre abbracciano un fronte trasversale che va dalla sinistra estrema passando per la sinistra conservatrice alla Corbyn per le frange della destra estrema fino alla destra xenofoba e populista alla Farage, tanto per restare in Gran Bretagna che ha dettato l’ispirazione antieuropeista dando l’esempio concreto.

I mesi che mancano alle Elezioni Europee sono effettivamente troppo pochi per sperare in un colpo d’ala del fronte europeista che inverta radicalmente il trend e sarebbe già tanto riuscire in termini numerici ad arginare l’onda montante. Ma è bene che fin d’ora chi vuole ancora interessarsi della cosa pubblica e alle vicende politiche, chi in definitiva non vuole rinunciare alla partecipazione abbia chiari quali sono i termini dello scontro in atto. E sarà bene che lo stesso fronte europeista laddove i suoi rappresentanti governano in Europa (in Italia, si sa, al governo non sono) dia a sua volta una sterzata. Perché a ben vedere anche i vari Macron, Merkel etc a volte danno la sensazione di essere primariamente molto attenti anche e soprattutto agli interessi della propria bottega nazionale. Al di là delle dichiarazioni. E se non ci crede fino in fondo chi dovrebbe crederci la strada diventa ancora più stretta.

 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.