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Forse già nel paleolitico le persone, e specialmente gli anziani, lamentavano il fatto che le cose, gli oggetti e le macchine costruite dall’uomo, non erano più “come una volta”: i materiali erano scadenti, la lavorazione non era  a regola d’arte, le cose duravano poco…

Ma se attraversiamo i millenni, per  venire alla modernità (e segnatamente al Novecento) ecco che dal brontolio antropologico passiamo a un fatto specifico e reale, che risponde al nome altisonante di “obsolescenza programmata”, ossia “invecchiamento pianificato”, che talvolta viene chiamato con più morbido eufemismo “ciclo di vita del prodotto”. Come se fosse scontato che le cose costruite dall’uomo debbano durare non dirò come la pietra scheggiata dei nostri antenati cavernicoli, ma addirittura meno della vita di un un criceto.

Che debba essere così lo diamo oramai per scontato, ma non lo è affatto. In Italia la faccenda di programmare l’invecchiamento dei prodotti si è posta dopo gli anni del boom economico (ma in America molto prima) e con l’epoca dei beni di largo consumo. Quando ormai in ogni casa c’è un frigorifero (e trovarne una senza è come trovare un ago nel pagliaio), quando tutte le famiglie possiedono una lavatrice e un televisore, quando i mercati procedono verso la saturazione, a chi le vendi le cose che produci?

Le strade sono chiare: primo, convinci la gente che non basta avere un televisore in casa, ce ne vuole uno in ogni stanza, possibilmente uno anche nel cesso, mi si perdoni. Secondo: convinci i “potenziali consumatori” che la tua lavatrice è superata, ci sono nuovi modelli migliori, con prestazioni superiori: è d’uopo comprarne una nuova. Terzo: fai in modo che i prodotti tirino presto le cuoia. Ne “programmi” la morte. Il che apre due scenari: lo sviluppo del mercato dei pezzi di ricambio e la sopravvivenza del mercato stesso dei prodotti.

Questa non è una favola o una fantasia. E’ una storia vera. A chi di noi non è capitato di sentirsi dire dal meccanico che, sì, il guasto dell’auto è, che so, una minuscola valvola a farfalla, ma ahimè, non si può sostituire: tutto è saldato o ci sono rivetti e non viti… insomma, bisogna acquistare il “kit” completo, cambiare mezzo motore (mi si scusi l’iperbole). Oppure che bisogna cambiare l’auto: si spende di più a ripararla.

In America, nel lontano 1924, ci si accorse che non si vendevano più le lampadine ad incandescenza: duravano troppo e allora nacque il cartello Phoebus, lobby dei principali produttori occidentali di lampadine: la vita delle quali, si decise, non doveva superare le mille ore di esercizio. Negli anni Trenta, la ditta chimica DuPont, creò il nylon, una fibra sintetica che rendeva le calze da donna quasi esenti da smagliature. Si corse ai ripari rendendo la fibra meno resistente.

Ma il fenomeno è poi diventato parossistico: nella nostra modernità (anno 2003) la benemerita Apple è stata citata in giudizio con una class action perché le batterie dell’iPod erano progettate in modo da defungere in 18 mesi e costringere il consumatore a comprare un nuovo modello.

Quali sono le conseguenze di questa politica industriale concertata (si badi) dalle potenti lobby dei vari settori produttivi? Il primo, ovviamente, è la fregatura dei cittadini, pardon, dei consumatori. Il secondo è che la parossistica produzione e sostituzione dei prodotti richiede un consumo esponenziale di materiali e di energia. La terza è che gli articoli defunti e/o i loro vari componenti (spesso super inquinanti) vengono esportati, sotto le mentite spoglie di macchinari usati (mentre sono solo rifiuti) in Ghana e in altri paesi dell’Africa e del Sud del mondo, trasformando quei paesi in discariche planetarie.

E’ possibile invertire la rotta, arrestare questo universale turlupinìo e la dissennata corsa a produrre sempre di più, a consumare sempre di più, a inquinare sempre di più? Certo che sì: basterebbero delle semplici leggi ad hoc. Ma ciò comporterebbe una vera rivoluzione (questa sì che sarebbe una rivoluzione) nel modello di vita e di sviluppo, poco gradita non solo ovviamente alle lobby dei produttori ma forse persino a noi consumatori, ormai avvezzi e dipendenti dall’abominio secondo cui il progresso equivale a produrre sempre di più, comprare, consumare, sostituire le cose anziché ripararle. Quali forze politiche sposano (o sposerebbero) veramente una causa del genere? Quali ingaggerebbero davvero una simile battaglia, anzi, una tale guerra?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.