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Qua se non ci fosse, inesorabile, la carta di identità a ricordarti che, all’inizio del ‘68, avevi niente popodimeno che 243 giorni di vita ti verrebbe il sospetto di trovarti a bordo della Delorean con alla guida Emmett “Doc” Brown alla guida e Marty McFly a far da navigatore.

Perché, diciamocelo, da quanto è che non vedevamo piazze così belle?  Già piazze. Mica Palacongressi, auditorium o stadi. No, piazze. Piene, stracolme. E belle. Belle perché composte, con gente pulita. Senza scontri. Senza cretini vestiti di nero o di rosso col seguito delle solite bandiere col Che barbuto e sigaromunito .

Ad ottobre, a Roma. L’altro giorno a Torino. Piazze diverse, certo. La prima a gridare lo scandalo in cui si vive in una città con i cassonetti pieni di spazzatura, le buche per strada, i mezzi pubblici che, incendiandosi, illuminano le vie capitoline peggio che le luminarie a Natale.

La seconda  a dire invece sì alla TAV. A dire – vincendo la notoria compostezza sabauda – che  del progresso non si deve avere paura. Che non sono i NO a determinare il futuro.

Piazze insomma. Così diverse eppure anche simili. Innanzitutto perché serenamente trasversali. Poi, ed è forse l’aspetto meno sottolineato, entrambe nate per mano di donne. Casalinghe, libere professioniste, appartenenti a generazioni diverse. Ma donne. 

E se partissimo da qui?

Se cominciassimo a vedere, in  queste piazze, piccoli germogli destinati a fiorire in una narrazione del nostro Paese diversa da quella cui ci sta abituando questa nuova classe governativa?

Ad esempio una Italia che non vuole chiudere le frontiere sic et simpliciter. Ma che ad esempio chiede che ad arrivare sia manodopera qualificata (o magari da qualificare nei paesi di provenienza).

Una Italia che si indigna nel vedere cassonetti stracolmi e strade ridotte a gruviera perché in quei cassonetti e in quelle strade legge una trascuratezza che mina l’essenza stessa della qualità della vita.

Una Italia consapevole che i disagi sociali non li risolvi con l’assistenzialismo ma, ad esempio, con una sorta di nuovo Piano Marshall che implementi le infrastrutture ben sapendo che ciò non va necessariamente in contraddizione con la necessaria e doverosa tutela paesaggistica e ambientale.

Una Italia concreta come solo le donne sanno essere (suvvia, noi uomini non riusciamo a fare due cose contemporaneamente tranne quando scatta il fantozziano rito di calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto fronte televisore, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero come le bestemmie nel vedere la nostra amata pigliarne 4, diconsi 4, dai cugini bergamaschi).  

Quelle piazze sono belle perche ci regalano una narrazione diversa di questo nostro Paese. Già ma quale? E può questa narrazione superare quella demagogica, asfittica, subculturale che sta emergendo in questi ultimi mesi?

Se cominciassimo a vedere che esiste una Italia diversa da quella che narrano tutti (tutti) i soggetti politici in campo? Ma quale Italia emerge? Ad esempio non emerge un’Italia arroccata su schieramenti politici quanto piuttosto trasversalmente orientata all’urgenza della concretezza, del fare e del farlo bene.  

È da qui che dovrebbe partire l’offensiva al governo giallo verde che sta condannando il nostro paese a un isolamento e ad una arretratezza che spaventa. Queste due manifestazioni mostrano che davvero il nostro paese è pronto a superare le sterili contrapposizione tra destra e sinistra (ci rendiamo conto che, fra poco, voteranno persone che non hanno mai conosciuto la Lira e che stanno già votando persone che la storia del Muro di Berlino l’hanno letta, se l’hanno letta, solo sui libri?). Come ben sa chiunque abbia almeno poco masticato questioni amministrative le buche sulle strade vanno coperte. E vanno coperte nella consapevolezza che l’asfalto non è né nero ne rosso ma grigio. Come ben sa chiunque abbia almeno poco masticato questioni amministrative e’ assolutamente possibile coniugare progresso e tutela ambientale. Come ben sa chiunque abbia almeno un poco masticato questioni amministrative lo sviluppo di un territorio passa attraverso azioni progettuali concrete e non  strumenti prettamente asssitenzialistici. Ma davvero, all’interno del PD( giusto perché dopo i 4 beccati dall’Inter, vien facile parlare degli sconfitti) vi è chi, alla luce di questi mesi di governo giallo verde, continua a pensare sia, nell’ordine delle cose, una alleanza tra noi e loro? Spiace per chi ha, con grande onestà intellettuale, deciso di votare cinque stelle nella speranza che le cose  potessero cambiare ma è chiaro ed evidente che il telecomando chiamato a spegnere il governo Conte è saldamente in mano a Matteo Salvini. Il quale, contratto o meno, è oggettivamente più smaliziato, più spregiudicato e soprattutto più politico di quelli che con lui condividono questa fallimentare esperienza di governo. 

Viene da chiedersi se i primi a scommettere sulla durata medio lunga del governo Conte non siano proprio coloro che oggi ne sono all’opposizione. Rispetto al dato socio politico della piazza romana e di quella torinese, infatti nelle opposizioni esistono strumenti intellettuali radicalmente nuovi, ambiziosi – e magari pure ‘spregiudicati’ – capaci di cogliere quello che è accaduto? Può, ad esempio, farlo chi all’interno del partito democratico continua a rivolgersi genericamente al “popolo della sinistra” ben sapendo che la sinistra nel nostro Paese non sarà mai maggioranza? Può, ad esempio, farlo un Berlusconi che appare consapevole del ritorno di Salvini nell’alveo del centrodestra ma non come figliol prodigo quanto come azionista di maggioranza? 

E se fosse davvero venuto il momento di sparigliare le carte? Di cominciare ad interrogarsi se, di fronte al rischio concreto di un inesorabile declino del nostro paese, sia necessario dismettere, ognuno per la parte in cui si riconosce, bagagli ideologici ormai diventati fardelli troppo pesanti da reggere sulle spalle e  cominciare a parlare e praticare linguaggi diversi? Non abbiamo più bisogno di nostalgici delle ditte (grazie ai quali di quelle ditte gli elettori ci han fatto portare i libri contabili dal curatore fallimentare). Abbiamo bisogno di risposte concrete, coraggiose che scardinino convenzioni che appartengono più al vissuto di ognuno che al futuro della nostra comunità. 

Ha ragione Beppe Sala, ad esempio, quando da sindaco di Milano difende le aperture domenicali degli esercizi commerciali. Occorre avere il coraggio di dirlo.

Hanno ragione quanti vogliono la pedemontana in Veneto e la TAV. Occorre avere il coraggio di dirlo senza alcuna ambiguità.

Occorre avere il coraggio di smettere la logica in cui per troppo tempo in tanti si sono riconosciuti nel “Tu hai ragione ma anche lui non ha torto” (che in dialetto suonerebbe meglio ma, scriverlo, sarebbe troppo National popolare e qui siam su Luminosi Giorni mica micio micio, bau bau). Occorre avere il coraggio di dire che questa Europa va ripensata ma che senza Europa noi saremmo ancora più con le toppe sui calzoni.

Occorre avere il coraggio di dire che è necessario accogliere chi viene dalle povertà del mondo ma che quesì flussi vanno condizionati. Che occorre accogliere in primis chi porta saperi, competenze, voglia di fare.

Stiamo attraversando una delle pagine più buie che la storia contemporanea del nostro paese abbia conosciuto. Pagine in cui un diplomato in educazione fisica, divenuto ministro, si permette di licenziare il direttore dell’agenzia spaziale italiana laureato alla normale di Pisa. Pagine in cui un ministro invoca una divulgazione scientifica a  370° (averlo saputo quando facevo il Liceo Scientifico quasi quasi a quest’ora come minimo sarei sottosegretario). Pagine in cui persino un tema che dovrebbe essere indiscutibile, quale l’obbligo della vaccinazione, diventa facoltativo. Pagine in cui vi è chi invoca un controllo a priori sui contenuti culturali trasmessi dalla televisione di Stato.

Io non so se questi segnali siano albe di un possibile fascismo. So che sono pagine buie del nostro paese. E queste pagine dobbiamo cominciare a colorarle. Ma per farlo non possiamo più rimanere legati a vecchie contrapposizioni sconfitte  dalla storia prima che dagli uomini. C’è  bisogno di una classe dirigente che si ponga davvero   l’obiettivo di governare il nostro paese essendo disposta, ognuno per la sua parte, a rinunciare a un pezzetto del proprio confine ideologico. Che sappia guardare alla trasversalità e alla bellezza di quelle piazze come prodromo di una possibile rinascita. Che sappia riconoscere che di quelle piazze oggi parliamo e ne parliamo perché erano piene di gente. E se lo sono state è per merito di chi le ha organizzate: donne. Perché incarnano quella concretezza, quel pragmatismo che è ciò di cui oggi avvertiamo la mancanza.

 

 

Vive da sempre nella terraferma veneziana. Per cinque anni è stato Vicesindaco (con delega alle politiche culturali e turistiche) del comune di Mira. Laureato (cum laude) in Lettere a Padova ha collaborato per oltre un decennio coi quotidiani del gruppo editoriale Finegil (La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso), con La Repubblica e con Gente Veneta. Attualmente fa parte del collettivo redazionale della rivista Esodo. Si occupa di gestione del personale e della sicurezza presso alcuni musei veneziani. Nel tempo libero ama la montagna e le immersioni subacquee.