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Nel mentre i conti della manovra non tornano e se tornano è solo per merito di escamotage (che se li avesse fatte il PD altro che vaffaday), rimane aperta una questione del tutto dirimente: che fare quando (presumibilmente all’indomani delle elezioni europee) si tornerà a votare?

Perché da un lato la matematica, dall’altro la legge elettorale (che nessuno vuole o può modificare) imporrebbero scatti in avanti anziché un lento e inesorabile aggrovigliamento di posizionamenti, riposizionamenti, candidature. Così uno zoccolo più o meno duro di renziani, tramontata la candidatura di Minniti, se ne va con Martina. Uno zoccolo più o meno duro di non renziani o diversamente renziani se ne va con Zingaretti e altri sostengono la candidatura matta e disperatissima della coppia Giachetti & Ascani.

Insomma: nel mentre il solo, possibile e autentico, leader del PD continua a fare (e a farlo bene) il senatore dell’opposizione, il conduttore televisivo e lo scrittore, la confusione regna sovrana. Su tutti e su tutto.

Eppure…eppure davvero sembra che, in casa PD, ci si preoccupi più di vincere il congresso che le elezioni politiche. Il che un poco (giusto un poco mi raccomando) dovrebbe preoccupare chiunque non sia davvero un minus habens.

A cercare di sparigliare  le carte ci aveva pensato, a suo tempo, Calenda con quella sorta di fronte repubblicano (pessimo nome, lo so) visto come un fronte molto ampio che raccogliesse forze politiche unite su pochi ma fondamentali valori: riformismo, europeismo, solidarismo. Progetto immediatamente abortito perché (a ridaje!) voglion fare il governo con Berlusconi (e di quelli che lo vorrebbero fare, o avrebbero voluto farlo, coi grillini cosa dovremmo dire?).

E’ evidente che un fallimento il PD lo ha patito. E non certo per colpa di Renzi. Ha fallito la sua vocazione maggioritaria. E a farla fallire sono state l’economia, la frammentazione dell’elettorato, la logica ricattatoria del piccolo è bello (a proposito: notizie di LEU? E quelli che son usciti dal PD han già fatto domanda, fatto fuori Renzi, per rientrarvi?).

Eppure a me ‘sta storia del fronte repubblicano (a parte il nome) mica spiaceva. Anzi. Voglio dire: smarrita/perduta la vocazione maggioritaria, cosa resta del PD? Resta la solita equazione: perdiamo elettori= per riprenderli dobbiamo guardare a sinistra. Quale sinistra? Meglio: a quali elettori di sinistra dovremmo guardare di grazia? Intanto perché, a pelle, mi vien da pensare che la sinistra sia sempre più minoritaria in questo Paese. Poi perché,a pelle, buona parte dell’elettorato cosiddetto di sinistra già da tempo o si è spostato sui grillini o, addirittura, sulla Lega (provate a leggervi i dati sulla composizione dell’elettorato leghista magari raffrontandolo con le appartenenze sindacali). Infine: perché comunque non basterebbe tutto cio’ a far vincere le elezioni.

E allora? Al congresso del PD non ci sarà alcuna scissione, tranquilli. Le dinamiche partitiche sono molto più lente della mia Inter e, come questa, ricevono brusche accelerazioni solo grazie alle sconfitte. E allora? Allora aspettiamo le prossime elezioni europee intanto. E a quel punto i conti verranno facili da fare per tutti. E per molti apparirà evidente che solo un ampio raggruppamento di forze politiche in chiave antipopulista ed europeista potrà risultare appetibile agli occhi dell’elettorato. Da un lato il PD, dall’altro i comitati civici di renziana costituzione insieme a tutte quelle forze che, abbandonando gli vecchi schematismi politici novecenteschi, siano convinte che, davvero, la battaglia non è più tra sinistra e destra ma tra europeisti e sovranisti, tra (autentici) riformisti e (veri) conservatori. A quel punto sì che la scissione ci sarà ed avrà un suo perché. E magari saluteremo la (ri)nascita de L’Ulivo.

 

Vive da sempre nella terraferma veneziana. Per cinque anni è stato Vicesindaco (con delega alle politiche culturali e turistiche) del comune di Mira. Laureato (cum laude) in Lettere a Padova ha collaborato per oltre un decennio coi quotidiani del gruppo editoriale Finegil (La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso), con La Repubblica e con Gente Veneta. Attualmente fa parte del collettivo redazionale della rivista Esodo. Si occupa di gestione del personale e della sicurezza presso alcuni musei veneziani. Nel tempo libero ama la montagna e le immersioni subacquee.
  • Adriano Ardit

    se la sinistra è davvero sempre più minoritaria in questo Paese, allora è anche inutile pensare a come tornare a vincere le elezioni: è tecnicamente impossibile farlo, per un partito di sinistra. Sempre che si pensi che il Pd lo sia, o che lo debba essere.
    Il “guardare al popolo di sinistra” è un disco rotto, condivido, ma la scissione? E’ una novità? E in passato questa tattica che frutti ha portato? Non sarà che dovremmo imparare dall’estero, dove i partiti restano ma sono le persone, quando falliscono, ad andarsene? In Germania c’è ancora la Dc, in Francia i socialisti. Partiti che talvolta hanno più di un secolo di vita alle spalle, ma sono ancora lì. Blair andò al governo con i troskisti ancora presenti nel suo partito (non so se ci siano ancora) e nessuno ha pensato a scissioni in Germania dopo il suicidio della Spd. Ma per noi è più importante marcare il territorio della propria piccola riserva dove sono ammessi solo i duri e i puri, tanti piccoli partitini dello zero virgola perché già a sinistra siamo in tanti, come dice l’autore, per cui possiamo pure prenderci il lusso di dividerci.
    p.s. parlando d’Europa l’unico vero europeista-riformista intenzionato a cambiare l’Ue per salvarla, almeno a giudicare dalle intenzioni che ha manifestato, è Paolo Savona.