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La faccia rassicurante di Luca Zaia, le molte cose semplici, che non poche volte appaiono cose anche sensate e che lui comunica nelle sue interviste, la indubbia conoscenza del territorio Veneto nel suo complesso, l’impressione che sappia ascoltare la gente e parlare alla gente fanno si che non sia per nulla stupefacente il consenso plebiscitario in regione che gli viene oggi accreditato nei sondaggi.

Possiamo dire che tutto sommato se lo merita? Per certi aspetti si, anche se più che per merito Zaia sembra piuttosto un prodotto, un frutto spontaneo della sua terra, il Veneto profondo, in questo caso combinato e incarnato bene in una figura come la sua, forse anche attraverso una  buona stella. Infatti a quelli della mia generazione, quelli che erano giovani adulti negli anni ’70, Zaia ricorda in modo persino inquietante alcuni esponenti della classe politica democristiana di trenta, quarant’anni fa che noi de sinistra ci trovavamo davanti. E non ricorda neppure i più rampanti e cinici di quel ceto democristiano, tipo Toni Bisaglia per capirci; no, ricorda di più quelli allora capaci , come lui oggi, di interpretare con competenza sociale un certo interesse generale che nella nostra regione coincide molto nel presente come allora con l’impresa piccola, di quello che si è fatto da solo ma che in qualche modo ha fatto il bene per molti. Una razza tipicamente veneta e di un Veneto di alta pianura e prealpino soprattutto, dove a marcare questa razza è sempre stata la piccola proprietà contadina; quella che poi ha generato la piccola media industria esplosa con il boom del nordest negli ultimi decenni del secolo scorso. Zaia, come allora un certo ceto democristiano, sa rappresentare quello stesso interesse aggiornato ai nostri tempi, interesse che, pur mantenendo la memoria contadina collettiva e individuale insieme, nelle tradizioni per esempio, non può non essere anche modernizzante per la vocazione produttiva che esprime. Che poi questo si sia tradotto nei decenni in una devastazione del territorio che ha pochi eguali in Europa è altrettanto vero ed è una realtà che l’attuale governatore veneto sembra considerare molto più a parole che a fatti, quasi si trattasse di un prezzo da pagare da metter nel conto. Ma è questo il suo ‘fronte’, la sua materia, il suo contesto, molto meno gli altri temi cari ai leghisti.

Quando infatti i giornalisti lo tirano in lingua sulle questioni più adatte al machismo leghista, nella questione degli immigrati per esempio, dopo alcune frasi di circostanza, istintivamente glissa e fa capire, più di quanto voglia egli stesso far capire, che guarda e pensa ad altro. E sembra non interessargli ossessivamente il popolo come interessa ai suoi compagni di merenda nazionali perché il suo interlocutore è sempre piuttosto un corpo intermedio regionale. E non è la stessa cosa.

E allora cosa c’entra Luca Zaia con la Lega di Salvini che sta conquistando l’Italia?

C’entra nella misura in cui la Lega nel Veneto c’entra con il fenomeno leghista generale che ormai sta raggiungendo il trentennio di vita, un ciclo intero si può dire. Nel Veneto più che in altre regioni la lega si era insediata infatti fin dai primi anni della sua esistenza nel bacino sociale e poi di conseguenza elettorale che era stato del moderatismo cattolico prima e della Democrazia Cristiana poi. Certo con venature nuove, autonomismo, regionalismo spinto, nato anche dalla frustrazione di essere periferici rispetto a Roma pur crescendo sempre più in economia. Ma la matrice era la stessa di quella DC, e come quella DC mai incline all’estremismo, quello bossiano, per esempio, per ciò che riguarda la secessione e l’indipendenza, pur trovandosi in un territorio che tutto sommato per indipendenza e secessione avrebbe avuto più titoli storici fondati di tutto l’intero nord. E però soprattutto Zaia c’entra con Salvini perché questa sua Lega Liga capace di esprimere in Veneto anche un ceto politico amministrativo quantomeno efficiente se non proprio qualificato, questa sua Lega Liga ha capito più di molte altre forze politiche, che per il consenso bisogna fare blocco e che bisogna farlo, senza andar troppo per il sottile, anche insieme a chi è pur diverso in un contesto in cui poche parole d’ordine e una certa visione delle cose bastano per tenere insieme un elettorato.

Mutatis mutandis. In un momento in cui le forze di ciò che resta del centro sinistra in decomposizione  attraversano una fase di grave disorientamento per il futuro, l’avere davanti questo blocco leghista apparentemente omogeneo, ma che omogeneo non è, non può non richiamare ancora una volta una condizione in cui nella prima repubblica a trazione democristiana si trovavano davanti i partiti dell’allora sinistra, socialista e comunista. E ancora il richiamo è alla condizione in cui si trovavano quelli della mia generazione impegnati in politica e che avevano davanti la balena bianca della Democrazia Cristiana. Per quella generazione la DC era il nemico da battere, era la vera destra, quella sostanziale, l’MSI non contava, era la conservazione, era anche il partito del potere economico e, più o meno direttamente, il partito dei padroni. Eppure. Eppure chi sapeva guardarci dentro alla pancia della balena e chi nel lavoro politico e sindacale aveva contatti con la base sapeva, sapeva bene che dentro quella balena c’erano anime anche molto diverse, che però si tenevano insieme per interesse sotto l’ombrello comune del cattolicesimo. Chi ci guardava dentro sapeva che Dossetti non era Scelba e più tardi che Moro e Zaccagnini non erano Andreotti e non erano Fanfani. Con tutte la traduzioni che questi nomi potevano poi avere a livello locale.

Il blocco democristiano che sembrava una corazzata invincibile si è poi dissolto in pochissimi anni, ricomposto in nuove formazioni diverse e antagoniste tra loro e questo è accaduto per cause esterne, forse per necessità storica e per circostanze che non sono più riproponibili. Ma il ricorso storico che ora interessa la Lega, con tutte le analogie con quel blocco democristiano, deve fare riflettere. Zaia non è Salvini e non è neppure Bitonci che è la faccia di Salvini nel Veneto. Per ora stanno insieme e ci rimarranno perché troppo hanno di necessità reciproca. Tutti gli osservatori in Consiglio Regionale dicono che la Lega sa fare quadrato. Ma è bene sapere che quel blocco ha queste contraddizioni interne. E che su quelle si può lavorare contando in una nuova contingenza storica in grado di metterle a nudo con delle forme e con dei modi che non possiamo conoscere ma per le quali si dovrebbe essere preparati

Una contingenza storica che magari è dietro l’angolo e per cui è d’obbligo essere pronti e, se occorre, persino un po’ cinici.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.