By

La questione autonomia del Veneto, bandiera di Zaia dai tempi del referendum consultivo celebrato poco più di un anno fa, è tornata prepotentemente di moda. Abbastanza comprensibilmente: concesso un periodo di stand-by nei primi mesi di esercizio del nuovo Governo (in cui era oggettivamente difficile pretendere che prendessero in mano la questione) è ora di scoprire le carte. E con un governo a due anime, una (Lega) dichiaratamente a favore dell’autonomia, e una (Cinquestelle) decisamente centralista e con l’occhio molto rivolto al sud, è comprensibile ci sia una certa impaziente aspettativa accanto al timore che la questione si trasformi nell’ennesima fiaba de sior Intento cui ci hanno abituato i grillini per le questioni scomode, ovvero non decidere nulla sperando di prendere per stanchezza gli interlocutori.

Ora, il tema autonomista presenta due livelli: uno simbolico (e quindi politico) ovvero Autonomia come conquista in sé stessa, come pulsione di indipendenza e autosufficienza da Roma, tema identitario molto veneto (non mi risulta per esempio che ci sia pari tensione in Lombardia), che in questa fase di guardinga attesa prevale. Uno concreto ed economico perché il riconoscimento della cessione di sovranità su alcune materie comporta necessariamente una contropartita in tema di risorse economiche (vedasi l’articolo http://www.luminosigiorni.it/2017/10/schei-e-autonomia/). I denari, i schei, che a fronte dell’assunzione di responsabilità ora statali dovrebbero essere riconosciuti alla Regione. Detto in breve: posto che i costi propri dello Stato per quelle attività siano 100, si tratta di stabilire quanto questa attività venga “remunerata” alla Regione (in termini di minori trasferimenti delle tasse locali allo Stato appunto). La Regione chiederà in prima battuta esattamente 100. È lecito peraltro presumere che lo Stato, in ottica negoziale, tenda a remunerarle meno (d’altro canto uno dei motivi fondanti della cessione di sovranità è la maggiore efficienza). In altre parole, lo Stato idealmente dice alla Regione “tu mi dici che vuoi prendere in carico la politica agricola, l’energia, la tutela dei beni culturali ecc. perché sei più bravo di me? Bene, visto che tu sei più bravo, diciamo che anziché spendere 100, tu spendi, poniamo, 80. Ecco, io ti riconosco 80”. È altresì ragionevole aspettarsi che a sua volta la Regione possa ribattere “e no, non esiste che tutta la mia maggiore efficienza vada a tuo favore: quello che risparmio me lo tengo io..”. Insomma, una negoziazione. È probabile che alla fine si arrivi ad un punto di incontro, che so, tra 100 e 80 si arrivi a 90. Lo Stato comunque spenderà meno (e quindi viene ripagato dalla cessione di sovranità) e al contempo la Regione in parte godrà dei vantaggi della sua maggiore (sempre che tale sia) efficienza. In ogni caso, il “guadagno” per la Regione (e quindi per le tasche di noi tutti) sarà una frazione (non gigantesca) di quel “100” di cui sopra.

Ma quanto vale quel 100? Una ghiotta indicazione la offre meritoriamente il Gazzettino del 28 dicembre: 218 milioni. Cifra che esclude l’eventuale trasferimento dei costi dell’istruzione scolastica che sono di ben 2,7 miliardi ma come dire “passanti” (sono tutti stipendi del personale non comprimibili quindi se passassero sotto la Regione questa con una mano li prenderebbe dallo Stato e con l’altra li girerebbe al personale scolastico in una partita di giro a saldo zero). Quindi in ballo c’è una percentuale di quei 218 milioni. Percentuale che ragionevolmente sarà in proporzione alla maggiore efficienza che il Veneto dimostrasse di poter mettere in atto. Insomma il maggior introito che la Regione Veneto potrà aspettarsi è sull’ordine di qualche decina di milioni.

Bene, sapete qual è il bilancio della Regione Veneto (anno 2018)? 12790 milioni (12,79 miliardi).

Ancora, sapete a quanto ammonta il residuo fiscale netto per il Veneto? Ovvero qual è la differenza tra le tasse che paghiamo e mandiamo a Roma e quanti ci ritornano come servizi sul territorio (comprese le spese pro quota sul debito e il residuo previdenziale)? 3,5 miliardi.

Capiamoci bene: da una parte milioni, dall’altra parte miliardi, tre ordini di grandezza.

Se ne deduce che: 1) qualunque sia la cifra che il Veneto riuscirà a strappare allo Stato per le maggiori competenze, questa sarà del tutto irrilevante, una goccia nel mare magnum del bilancio regionale; 2) chi (stra)parla di trattenimento del residuo fiscale a fronte delle competenze acquisite è completamente fuori dalla realtà.

Quindi quella dell’Autonomia è una questione puramente simbolica e di facciata. Una bandiera dell’orgoglio veneto. Anzi una bandierina. Taluni, legittimamente, ne saranno comunque gratificati. A talaltri, altrettanto legittimamente, non ne potrà fregare di meno. Ma effetti concreti sulle tasche degli uni e degli altri non ci saranno punto. Meglio esserne consapevoli.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.