By

Parlare della politica estera italiana significa confrontarsi con una sgradevole sensazione di vuoto. Si tratta di una sorta di “costante geopolitica di lungo periodo”, per così dire: semplicemente l’argomento sembra non interessare. A nessuno nel Bel Paese. Sia politico di professione, governi o si trovi all’opposizione, oppure ricopra importanti incarichi istituzionali. Men che meno al cittadino comune. In questo essere ancella mal sopportata ha come inevitabile compagna la politica della sicurezza. Quando mai almeno se ne parla? Basta ricordare la folle querelle sui famosi/famigerati F-35 e la domanda ripetuta come un mantra: a cosa servono? L’Italia forse non ripudia la guerra? E questo è tutto.

Proprio perché “non interessa” ho voluto come immagine le cosiddette “nuove vie della seta”. Cominciare con un disegno, forse, aiuta a capire più di tante parole. Magari risveglia qualche riflesso assopito. In particolare, invito a osservare come il tracciato una volta entrato nel Mediterraneo s’infili nel Mar Adriatico e, guarda caso, punti diretto verso la sua costa settentrionale. E qui si trovano sia Trieste che Venezia. Forse sarebbe il caso che in Italia ci si pensasse con attenzione. Proviamo a farlo.

Cos’è l’interesse nazionale? Viviamo nell’epoca della rinascita del “sovranismo” e del “prima gli italiani”, quindi suppongo lo si sappia bene. Provo a darne una definizione: “Il più alto grado di benessere possibile per la maggior quantità di persone in una cornice di sicurezza.” Benessere e sicurezza, dunque, quali termini inscindibili. Non ci può essere il primo senza la seconda. E viceversa. Perché la sicurezza “costa”.

L’idea che si possa fare a meno di “pagarsi” la sicurezza è peregrina. Non servono i continui bruschi richiami americani agli europei in proposito. In fondo se gli USA da soli spendono circa il 45% di quanto viene investito nel Mondo in sicurezza, leggi armi&equipaggiamenti, l’Europa a 28 si colloca al secondo posto. Nonostante questo, però, alla domanda se sarebbe in grado con le sue sole forze di respingere un eventuale attacco diretto, la risposta con ogni probabilità sarebbe un bel no. Come mai?

Perché a causa della sua perdurante disunione d’intenti, vale a dire per la mancanza di una politica estera e della sicurezza univoche e strutturate spende male. Vale anche per noi, ovviamente. Per investire in maniera efficiente i soldi dei contribuenti servono prima di tutto una meta da raggiungere e quindi la relativa rotta da seguire. Ce l’abbiamo? No, perché non sappiamo bene quale sia il nostro “interesse nazionale” e l’Europa meno di noi.

Volendo uscire da questa situazione, bisognerebbe partire intanto da una definizione condivisa di “interesse nazionale”. Vale per l’Italia ma anche per l’Europa. Interesse nazionale dell’Europa? Certo, perché pensare di poter affrontare, non dico risolvere ma anche appena impostare, i problemi restando su una scala di piccoli “stati-nazioni” non può condurre da nessuna parte. Natura e dimensioni delle sfide geopolitiche contemporanee impongono di disporre di taglie che nessun paese europeo, neppure la Germania, possiede. Men che meno l’Italia.

Se condividiamo la formula “Il più alto grado benessere possibile per la maggior quantità di persone in una cornice di sicurezza”, verifichiamo che l’Italia ha bisogno dell’Europa. E viceversa, naturalmente. Il primo mattone di una razionale politica estera nazionale è posto. Qualunque quesito di fuoriuscita dall’Unione è semplicemente assurdo. Se già l’Europa nel suo insieme allo stato delle cose non potrebbe difendersi da sola ma dovrebbe ricorrere all’ombrello americano, nient’affatto gratuito, allora è necessario che l’Italia diventi membro attivo di questa Unione e la spinga a elaborare una politica estera&della sicurezza coerenti e univoche. Ed ecco il secondo mattone: all’Europa serve un’Unione della Difesa che ottimizzi le risorse, eviti le duplicazioni, possa mettere in campo uno strumento efficiente e credibile. Perché la sicurezza, ovunque e sempre, si fonda innanzitutto sulla deterrenza: non vengo attaccato perché chi potrebbe avere l’intenzione di farlo sa rischia danni esorbitanti.

La prima conseguenza di una tale impostazione sarebbe l’adozione di una politica unitaria riguardo al perimetro dei confini dell’Unione. Verrebbe così risolto per banale assorbimento all’interno di un disegno di maggiore respiro la defatigante questione degli sbarchi dei migranti. Davvero diventerebbe un problema europeo, affrontato e risolto in sede unitaria. Un esempio banale che spiega bene a cosa potrebbe portare una politica estera ben condotta alla luce dell’”interesse nazionale italiano”. Il quale, contrariamente a quanto spesso si crede, coincide con quello generale europeo. Perché ci troviamo tutti nello stesso angolo di mondo e quindi siamo investiti dai medesimi conflitti: detta in modo più raffinato, chiunque di noi europei ha a che con fare con le stesse “costanti geopolitiche di lungo periodo”.

Una volta stabilito con chiarezza cosa sia questo benedetto “interesse nazionale” e poste le fondamenta coerenti di una politica estera&della sicurezza che cerchi di perseguirlo, diventa evidente come il primo pensiero da dimenticare sia quello maggiormente in voga: la politica estera non è affatto un’arena dove le fazioni si combattono senza esclusione di colpi per raggiungere il miglior posizionamento possibile nei riguardi degli avversari interni. Chi la riduce a questo, si dimentica dell’”interesse nazionale” e fa prevalere su tutto quello “di partito”. Il risultato è di candidare il Paese a un avvenire per lo meno incerto. Cioè, guarda caso, proprio quanto oggi avviene.

Ammettiamolo: nessun governo della Repubblica ha mai brillato per acume in materia. Tutti troppo impegnati sempre a infliggere colpi al rivale, interno, di turno per preoccuparsi davvero delle conseguenze. Niente di nuovo. Anche qui si potrebbe parlare di “costante di lungo periodo” in azione nella Penisola italiana, dove tradizionalmente quando i guelfi sconfiggono i ghibellini non lasciano passare neanche un minuto per dividersi in Bianchi e Neri.

La Storia sembrerebbe lasciarci poche speranze in materia. Io, però, resto un ottimista a oltranza e quindi mi auguro che prima o poi accada che qualcuno seduto là dove si decide si renda finalmente conto di una banale verità: perseguendo l’”interesse nazionale” raggiungerebbe anche il proprio, di parte politica e personale, perché non c’è risultato che i cittadini apprezzino di più del “più alto grado di benessere possibile per la maggior quantità di persone in una cornice di sicurezza.” Pensateci.

 

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.