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La bontà, l’essere per gli altri, la non violenza, l’apertura internazionale anziché la chiusura entro i propri confini, l’altruismo opposto all’egoismo, sono afflati etici che convincono sempre meno persone per la soluzione dei problemi individuali e collettivi che le persone pensano di avere. Anche nella vecchia Europa. E’ ormai cronaca quotidiana.

Prevalgono al contrario sentimenti negativi del tutto opposti. E convincere chi li prova che i problemi si risolvono con siffatti afflati etici è partita persa. Si sarà sempre presi per astratti sognatori e in definitiva “anime belle”.

Certo chi ha una coscienza etica più sviluppata soffre per questo decadimento. Xenofobia e razzismo strisciante all’interno, chiusura localistica e nazionalista e nel mondo guerre di intensità variabile, ma con punte di accanimento distruttivo: sono tutti accadimenti che possono ripugnare e a me personalmente ripugnano. Ma io sono io e conto quel che conto e tali argomenti etici tradizionali non hanno chance di riuscire a invertire la inesorabile tendenza ad adottare soluzioni spicce, di facile presa e rassicuranti anche se poi solo nell’immediato. La guerra stessa è una soluzione spiccia.

Si sente perciò pesante e forte l’impotenza di tutte le enunciazioni costituzionali democratiche e di tutte le dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino se sorrette dalle motivazioni di un “ dover essere” che risulta incomprensibile.

Metterla sul piano dei buoni sentimenti è in definitiva partita persa o puramente testimoniale.

Dovremo forse provare a metterla sul piano dell’utilità e della convenienza. Con argomenti più razionali e freddi. Che a prima vista potrebbero fallire anch’essi visto che chi vi si contrappone tutto applica meno che la razionalità. Ma quando la razionalità tocca nervi scoperti attraverso il calcolo dei vantaggi e delle convenienze forse la gente lì per lì borbotta, ma poi capace che ci fa su una riflessione. Almeno la fa.

Fare perciò dell’utilità il cardine della felicità e del benessere. Il tutto senza scomodare i filosofi settecenteschi Hume e Bentham che avevano portato il concetto di utile ad essere categoria etica elevata, tanto e più delle altre. Restando invece ad un livello più abbordabile, bisognerà far avanzare in tutte le occasioni possibili l’idea che conviene governare i fenomeni piuttosto che irrigidirsi con soluzioni di grande effetto roboanti e alla fine inutili.

Sull’emigrazione che è il tema del giorno prima di tutto.

Non c’è legge sulla clandestinità dell’emigrazione che tenga. C’è una marea di persone in eccesso nell’area dei paesi poveri. In eccesso anche solo rispetto ad una sopravvivenza di base. E l’eccesso si riversa dove invece la gente vive molto al di sopra di una sopravvivenza di base. Punto. Anche per raccogliere le briciole sotto al tavolo che a casa propria non ci sono.

E’ sempre stato così. Inutile e superfluo chiedersi di chi sono le colpe dell’indigenza di milioni di persone umane che le spinge a muoversi. Se del colonialismo e dell’imperialismo economico occidentali o se, come è probabile, anche di vicende storiche un pò più complesse, in questo caso non più colpe ma semplici cause. Se si concludesse che storicamente ci sono state colpe e cause occidentali o, al contrario, che non ci sono state non cambierebbe nulla: la condizione di indigenza c’è e spinge inesorabilmente a muoversi.

Da quando esiste l’uomo è sempre stato così in un rapporto tra una condizione di sovrapopolazione e una condizione di sottopoplazione. E da sempre si va dall’una all’altra proprio come le masse d’aria, leggasi ‘venti costanti’; vanno, le masse d’aria, sempre dalle alte pressioni alle basse pressioni per un riequilibrio tra pieno e vuoto, l’analogia con il processo migratorio è perfetta.

Cacciatori di renne (in eccesso nella loro terra d’origine rispetto alle renne disponibili) si mossero dall’Asia tra i 40.000 e i 30.000 anni fa, attraversarono lo stretto di Bering ghiacciato a piedi e popolarono un continente semivuoto o del tutto vuoto dove trovarono renne in abbondanza. Li abbiamo chiamati Indios e da lì derivano. E via via fino ai giorni nostri, compresi i flussi otto novecenteschi tra un’Europa in eccedenza e le Americhe ( ancora loro…) in abbondanza di spazio e risorse.

Quindi è da idioti pensare di fermare il vento con le mani, questo bisognerebbe dimostrare. Anzi puntando sull’idiozia si può forse provocare ripensamenti e indurre a riflettere su ciò che conviene a tutti fare. Perché essere presi per egoisti ormai non fa più effetto, anzi lusinga, mentre essere presi per idioti non piace a nessuno. Far prendere atto alla gente che un fenomeno c’è e che l’accoglienza anche di clandestini conviene se riesci poi a governare. I respingimenti hanno invece il solo effetto di esasperare una situazione che, si può stare sicuri e qui sta il punto, troverà altre soluzioni di arrivo da un’altra parte, è matematico. Naturalmente facendosi tutti carico, penso all’Europa, di come governare un fenomeno che durerà ancora a lungo. Governarlo, accogliendo e integrando, semplicemente e ancora una volta, conviene.

L’insicurezza derivata dall’emigrazione è un altro di quei fenomeni sociali che andrebbero messi nel conto. Da sempre chi compie reati sulla proprietà e di conseguenza sulle persone è lo strato più povero della società e i neo immigrati oggi lo sono, nel gradino più basso in assoluto.

Ma non è una novità. Accadeva che fossero più portati a delinquere i meridionali, ultimi allora nel gradino sociale, nel triangolo industriale italiano dell’immediato dopo guerra e ora non è più così; accadeva con gli italiani in America, anch’essi allora ultimi nella prima parte del ‘900 e ora non è più così. A nessuno fa certo piacere trovarsi alle due di notte un coltello puntato per consegnare il portafoglio  e a nessuno fa piacere lo spaccio di droga sotto casa. Son tutte cose che possono e anzi devono essere arginate fino in fondo o fin che è possibile. Ma vanno comunque messe nel conto in una società opulenta, come si mette nel conto un terremoto in una zona sismica. Ecco perché è semplicemente utile e conveniente favorire l’integrazione degli immigrati, perché si spera che tolga la motivazione principale del delinquere e attenui l’insicurezza anche se non la si può certo eliminare del tutto. Anche per questo, seppure non solo per questo, è banalmente utile e conveniente farli integrare.

Solo cenni veloci sul resto perché il ragionamento di fondo credo si sia capito.

Sull’imbecillità della chiusura sovranista, quantomeno in un Europa piccola, invecchiata e con problemi simili al suo interno, sull’idiozia del voler essere ‘paroni a casa propria’, cioè ‘paroni’ di cento debolezze si spendono con profitto su queste pagine Federico Moro e Bruno Gerolimetto e basterebbe. Certo anche nell’affrontare i flussi migratori, ma non solo, conviene esattamente il contrario, un’Europa forte senza individualismi nazionali. Mancasse anche lo spirito di fratellanza europeo o mancasse anche una forte identità europea, l’Europa comunque conviene.

Le guerre in giro per il mondo sono un’altra cosa ben diversa dalle situazioni di cui s’è detto. Laddove però accadono bisognerebbe che qualcuno spiegasse ai protagonisti ciò che è statisticamente dimostrato: in un sistema globalizzato la condizione di pace o se si vuole di ‘non guerra’ conviene all’economia e al benessere complessivo. Qui il discorso è più complicato perché molte guerre sono accese in giro per il mondo con motivazioni a volte al limite dell’irrazionale. Complicato, il discorso, ma va fatto in questi termini e solo in questi termini. Senza assolutizzare. Ci sono casi, pochi per fortuna, in cui prendere le armi è doveroso per evitare guai peggiori, ma sempre con un accurato bilancio tra cosa conviene e cosa no. Se gli effetti sono peggiorativi è più utile il mantenimento della situazione precedente ed evitare la guerra. Anni fa l’Europa si è intromessa intervenendo nei processi nordafricani e i guai peggiori sono puntualmente arrivati.

Bisogna in definitiva elevare a valore costante il cosiddetto disincanto.

Le chiusure a tutti i livelli sono infatti un incantamento da cui liberarsi, alimentato da sacerdoti astuti che usano i sentimenti negativi della gente a favore dell’ottenimento o del mantenimento del loro potere, mitizzando sia i pericoli e sia le soluzioni. Una visione disincantata lo vede subito. Bisogna dire forte e chiaro che di fronte a soluzioni semplicistiche, ancora e sempre respingimenti e sovranismo, non ci si casca e che la ricetta della chiusura è un inganno ad ogni scala si applichi. Vivere in un mondo totalmente aperto è semplicemente necessario anche perché l’economia, quella si disincantata al massimo, lo ha già fatto da un pezzo. E se vuoi pararne i possibili guasti devi metterti alla pari accettando la sfida globale. Tutti i muri, a Lampedusa come al Brennero (ma anche a Laredo, tra Messico e USA) sono fatti di “carta velina”, come diceva una canzone di 50 anni fa.

Il disincanto vale però anche per chi, al fine di contrapporsi alle chiusure, agli egoismi, ai muri, ai sovranismi oltre che alla forza distruttrice delle guerre, anziché usare l’unico argomento che ha qualche chance, utilità e necessità storica dell’apertura dei confini e della pace, pensa di farlo con un altro incantesimo di cui ci si dovrebbe liberare. Vale a dire con quello dei buoni sentimenti.

Fratellanza e solidarietà, è vero, sono parole scritte a chiare lettere in tutte le Carte dei diritti planetari e nelle Costituzioni dei paesi democratici. Ma si intuisce il senso che viene loro attribuito, quello di trovare una regola di convivenza e di aiutarsi vicendevolmente per mera necessità storica. Non è la stessa cosa.

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.