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Siamo arrivati al punto di doversi vergognare di aver appoggiato l’insieme delle scelte politiche di Matteo Renzi. Il PD targato Zingaretti se ne fa un punto d’onore: de-renzizzare il partito e più in generale la politica italiana. Sarà anche inclusivo il nuovo segretario piddino, col sorriso ecumenico ma il suo punto d’onore pare, all’osso, proprio questo. Fatte le debite proporzioni il clima che si respira ha qualche somiglianza con quello del post fascismo. Allora, e grazie addio, nasceva l’antifascismo a cui siamo ancora grati e debitori. Come allora adesso siamo in piena fase antirenzista con molte caratteristiche simili, non ultima quella che ci presenta la stagione renzista, e lo fanno in molti, quasi come quella di un regime. Se balbetti qualche buon giudizio sull’operato dei governi di quel periodo c’è sempre qualcuno che seduta stante ti azzanna la giugulare infuriato: “non ne parliamo neanche”.

E’ permesso dire sommessamente che a tutto questo non ci sto?

Aver appoggiato le scelte politiche di Renzi, come abbiamo fatto, anche se in modo sempre critico e pragmatico, attraverso LUMINOSI GIORNI, non vuol dire che la sua persona in sè stessa è da considerare un mito. I politici hanno caratteri buoni e cattivi, commettono errori, soprattutto se ‘fanno cose’ e ci mostrano la faccia. Renzi ha mostrato la faccia, più volte, commettendo anche tanti errori vistosi, ma le sue scelte politiche e non lui in quanto tale sono quelle che contano e che a parer mio continuano ad avere valore. Vanno riaffermate e persino rivendicate, nell’attesa che chi, legittimamente ben s’intende,  le ha osteggiate ci indichi altre migliori strade o strumenti per affrontare quei nodi ineludibili che quelle scelte cercavano di sciogliere e in qualche buon caso hanno anche sciolto. Per ora Zingaretti parla di ‘rinnovamento’ –  sai che difficile – nel merito, sui quei nodi per ora non s’è visto o sentito niente.

Non mi dilungherò su tutte le cose fatte o su tutte quella proposte e non realizzate nella stagione renziana.

Citerò, estraendola dal mazzo come esempio significativo, il Job act e la filosofia di fondo che ha ispirato quella riforma che mi risulta essere ancora operante. Non mi attaccherò ai risultati che ha prodotto, non facili da valutare nella loro segmentazione. Senza contare che già in partenza si sapeva che una legge del genere produce risultati progressivi nel tempo lungo e nel tempo lungo alla fine vanno valutati.  Dico solo che a leggere i commentatori del settore lavorativo ed economico la crescita di posti di lavoro, in misura variabile tra assunzioni a tempo determinato e a tempo indeterminato, è certificata. Pare, ed è probabile, che l’aspetto della legge riguardante le norme di licenziamento sia quella che ha influito meno, ma ha comunque anch’essa influito. Ma al di là di questo è l’ispirazione della legge da dover riaffermare, sostenuta certo dai risultati comunque già raggiunti.

Infatti, partendo dal diritto al lavoro che fonda la nostra Costituzione, se un governo responsabile e non ideologico vuole promuovere tale diritto non può non fare i conti con la condizione per cui la fonte del lavoro in un sistema di libertà economiche (un giusto sistema in una democrazia fondata sui diritti) è in gran parte in mano all’iniziativa privata e alla sua logica che indirettamente coinvolge anche il pubblico. Se si vuole che anche l’impresa privata si assuma la responsabilità di promuovere il lavoro – e costituzionalmente lo deve fare – non si può non favorire un certo tasso di flessibilità che faciliti la responsabilità dell’imprenditore a produrre lavoro. La domanda retorica che pongo si rifà alla categoria di “sinistra”, sulla cui attualità nutro molte riserve, così come le nutro per la categoria opposta. Ma dandola ancora per buona domando: è più una “cosa di sinistra” garantire maggiore quantità di posti di lavoro, come il Job act pare abbia fatto, oppure lo è l’aggrapparsi ideologicamente alla rigidità e al garantismo astratto di diritti solo teorici che alla fine di lavoro ne producono di meno o nulla? Si promuovono i diritti solo conclamandoli senza renderli praticabili o facendo in modo che siano esperienze concrete?

Ho detto tutto.

Questa riforma del lavoro è un buon punto di riferimento per ribadire la bontà della linea della stagione renziana nel suo complesso, con molte ispirazioni di questo tenore che tenevano conto della complessità in cui si trova chi governa un paese a democrazia avanzata in una condizione di post crisi economica.

La madre di tutte le ispirazioni, in questo caso perdente, è stata la Riforma Istituzionale bocciata e su cui Renzi si è veramente giocato tutto cominciando da lì il suo declino.

C’è da dire che con il senno di poi la scelta di non spacchettare nel quesito referendario ogni singola riforma proposta e già votata in Parlamernto ha nuociuto ed è stato probabilmente un errore. Io non penso che Renzi si sia irrigidito su una presentazione unitaria per principio e per una prova muscolare. Penso che lui ritenesse che ogni riforma si puntellava all’altra e ne aveva bisogno per un disegno riformatore complessivo. Forse invece doveva acconciarsi ad una regola della politica per cui cercare di vincere e prendere tutto è meglio ma è anche rischioso, mentre provare a portare a casa qualcosa e non il tutto è peggio ma è più fattibile. E il meglio è il peggior nemico del bene. Proverbio abusato ma sempre attuale. Detto questo dovremmo continuare a dire che quella riforma aveva il respiro giusto  e per, aggiornandola, riproporla con forza.

Sotto c’era l’idea che la democrazia, a cui nessuno di noi rinuncerebbe, deve vincere la sfida con l’oligarchia e i sistemi autoritari sul piano dell’efficienza. Se non decide nulla o è lenta tanto vale avere un tiranno illuminato che in meno tempo decide magari cose giuste, progressiste e concede tutti i diritti e le libertà richieste ai sudditi, tranne quella di decidere e le cose buone e giuste le decide lui per il loro bene. E’ successo più di una volta nella storia anche se ovviamente per noi è fantapolitica da considerare solo per assurdo per reggere il discorso. Nella democrazia non possiamo neppure rinunciare ai corpi intermedi, pesi e contrappesi e sono tanti né a forme di democrazia di base, comitati, assemblee e quant’altro. Ma proprio per questo, non potendo rinunciare all’impalcatura se si snellisce e si lubrifica nei luoghi delle decisioni e soprattutto nei tempi, se si sburocratizza negli enti sfoltendoli, può vincere la sfida e riacquistare quella credibilità che sta perdendo, almeno come condizione necessaria per quanto non sufficiente, perché poi il tutto va incarnato nelle persone e nelle loro competenze.

Ebbene quella riforma bocciata poteva ottenere eccome la condizione necessaria, è andata vicina ad ottenerla se una variegata e impensabile coalizione non avesse messo insieme tutto e il contrario di tutto perché c’era nei diversi ambiti chi aveva fiutato il pericolo, come fanno gli animali per la sopravvivenza. Il pericolo, per loro, che finalmente il paese si avviasse sulla strada di una democrazia matura e moderna in grado di modernizzarlo, abbattendo i privilegi che albergano nelle mille conventicole che resistono nelle nicchie dell’inefficienza, coltivando interessi i più svariati o residui di fanatismi ideologici. Si spiega così il vasto fronte che allora si creò contro la riforma. Da Forza Nuova all’ANPI, passando per i cavilli dei nostri tanti “dottor sottile”, gli Zagreccetera, che pospongono il realismo alle loro perfette impalcature teoriche, fatte apposta per non essere attuate.

Spiace dirlo ma a differenza di questi contemporanei, dottori troppo sofisticati e irrealisti furono in buona fede anche i nostri Padri Costituenti che, comprensibilmente ossessionati dal ritorno del fascismo, ci hanno regalato un’impalcatura democratica sicuramente buona per difendersi ma oggettivo impedimento per una politica che vuole costruire.

Risultato: riforma bocciata da un paese schizofrenico e masochista.

Ed eccoli lì quelli “de sinistra” oggi, eccoli lì ad incarnare l’italianità di sempre quella del “tanto peggio tanto meglio”; eccoli lì quelli “de sinistra”, dopo avere dato l’assist più formidabile ai due schieramenti oggi al governo e che anche allora guidavano il fronte trasversale; eccoli lì nei loro salotti buoni a stracciarsi le vesti per le aberranti e oscurantiste politiche di Salvini (sui migranti, sulla famiglia medioevale etc etc) o sulle incompetenze vergognose dei partner. Sepolcri imbiancati…E adesso questa sbriciolata compagnia trova udienza e speranza di rientro dall’inclusivo Zingaretti che fa finta di dimenticarsi cos’è successo, dicendola lunga anche sulla natura opportunistica del suo stesso voto di allora che mi par di ricordarmi fosse pro riforma.

Resta che in quella stagione finita nel ’18 si è fatta politica vera con riforme fatte e con riforme ad un passo dalla realizzazione. Una storia da non buttare per ricominciare da lì in tutte le sedi lo si possa fare, anche con un certo orgoglio. Le persone passano, i loro nomi cambiano ma le idee buone, come un passaggio di testimone in una staffetta, devono continuare a marciare e a bucare la storia.

 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.