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«Non mi sono mai spaventato di ricercare il perché del perché; a me infatti non interessa scrivere qualcosa che si presenti bene. Cerco per me e per gli altri verità certe e lezioni utili. Questo mi porta dentro a un complesso di analisi e di verifiche che interessano soltanto se si cerca lo sviluppo della verità interna e non l’impressione generale esterna del fenomeno.»[1]

 

Che dire, c’è da restare stupiti di fronte all’attualità dell’osservazione. Il nostro autore la scrive nel 1829 in una lettera a un amico. È il suo autentico modo d’essere. Infatti, assorbito da una minuziosa opera di ricerca, finirà per non pubblicare quasi nulla in vita: sarà la vedova a decidere di dare alle stampe la montagna di appunti incompleti che la sua frenetica attività di studioso aveva accumulato, nel corso di una vita per altro neppure lunga.

«(…) verità certe e lezioni utili.» Chiunque si occupi a qualunque titolo d’informazione e si applichi a una qualsiasi branca del sapere dovrebbe averle come guida e monito. In particolare oggi, epoca in cui la potenza della tecnologia digitale e la sua “democratica” accessibilità permettono a tanti di esprimersi senza più controlli. Sicuri sia sul serio un bene?

Giunto al ventiseiesimo titolo pubblicato, mi sono reso conto che nessuno verifica quanto scrivo. Non esiste più l’editing. Mi si crede a prescindere. La cosa potrebbe rendermi orgoglioso, significa che con il tempo ho acquistato credibilità. Peccato succeda con tutti, indistintamente. Infatti si leggono spesso delle emerite sciocchezze. Qualcuno si ricorda la furiosa polemica sorta attorno a un mio articolo su Luminosi Giorni intitolato “1866”, al quale rimando per i dettagli?

Bene. Ancora oggi girando sulla mitica Rete, e pure in libreria, troviamo fior di titoloni “sull’ultima vittoria della veneta marina”, perché secondo questi simpaticoni quella austriaca a Lissa era in realtà composta in stragrande maggioranza da ex sudditi della Serenissima, che come tali hanno combattuto e festeggiato. Prove? Nessuna. Perché non ne esistono. Tutti i documenti raccontano un’altra storia. A cominciare dall’elenco dei comandanti delle navi imperiali, tutti di etnia germanica tranne il solo Florio di probabile origine siciliana, e di una serie di fatti inoppugnabili: Tegethoff, comandante della flotta, non può aver dato il famoso ordine in lingua veneta “…daghe doso, Nino…”, al suo timoniere Vincenzo Vianello da Pellestrina perché lo diede in tedesco il tedesco  Maximilian Daublebsky von Sterneck zu Ehrenstein, comandante della Ferdinand Max al croato Kerković, timoniere della stessa. Il buon Vianello, tra l’altro, non era nemmeno imbarcato sulla Ferdinand Max bensì sulla Kaiser, come i documenti provano senza possibilità di dubbio. E così via. Non esiste traccia neppure del famosissimo “W San Marco!” che i marinai avrebbero lanciato una volta rientrati in porto. Esultarono sì, ma alla notizia della promozione di Tegethoff, in un altro momento e in altro modo. Risparmio il resto per il quale rimando all’articolo.

Due esempi banali che dimostrano come la presunta “democrazia” della Rete e la mancanza di controlli da parte di chi pubblica finiscano per diventare veicoli di diffusione del Falso. Tutto viene posto sullo stesso piano, la «verità certa» e la “bufala assoluta”, lo studioso serio e l’ubriacone di turno. Questo non va bene perché crea distorsioni diffuse, ma in particolare aumenta il senso d’incertezza e la frustrazione di molti davanti all’impossibilità di districarsi nella giungla dei messaggi contradditori. Come formarsi un’opinione quando qualsiasi opinione trova udienza e sostegno?

Resto un convinto “amico della Rete”, nel senso che rappresenterà un formidabile aiuto alla diffusione della conoscenza e alla socialità… il giorno in cui verrà liberata dall’ossessivo controllo militare che ne ha caratterizzato nascita e sviluppo. Purtroppo è già da tempo “campo di battaglia” per tanti, troppi, così come succede per la carta stampata da sempre. Dunque, esiste un problema di affidabilità dell’informazione. A monte del quale si pone quello etico di chi la notizia diffonde: dovrebbe essere sempre attento alla sua «verità». Perché altrimenti tutto si confonde in un magma indistinto, dove la menzogna più spudorata acquista lo stesso peso dei dati di fatto reali. Con grave pregiudizio della conoscenza e dell’esercizio dei più elementari diritti. Se perdiamo la possibilità di sapere, infatti, perdiamo tutto, a partire dalla nostra libertà.

Possiamo, dunque, anche sorridere di fronte a quanti, a dispetto della totalità delle fonti, si ostinano a credere che a Lissa le navi austriache fossero piene di marinai veneti convinti di combattere ancora sotto le ali di San Marco, ma c’è molto meno da ridere se un identico flusso di disinformazione porta al crollo delle vaccinazioni o a pensare che una pilotata invasione africana stia sommergendo il paese: la matrice del problema è la stessa. Identica anche la via per risolverlo e cioè un continuo sforzo per combattere il Falso e riaffermare il Vero, battaglia faticosa e spesso senza gloria ma necessaria perché i Lumi prevalgano sulle Tenebre.

 

[1] Carl von Clausewitz, Lettera a Karl von der Groeben del 2 gennaio 1829, in ID. Vom Kriege, a cura di Gian Enrico Rusconi, Torino, Einaudi, 2000, p. XXI

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.