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L’Italia è un paese di marcata tradizione cattolica in cui la famiglia è un’importante, centrale, fondamentale istituzione. L’Italia è un paese in cui la famiglia, anche di fronte alle disavventure più inaspettate e imprevedibili, riesce ad offrire un’insostituibile rete di protezione e di aiuto che scongiura i rischi di solitudine. La famiglia è struttura solida e rassicurante, in Italia, punto di riferimento per chi si affaccia al mondo, ma anche per chi ne ha testato le difficoltà e i tranelli. La famiglia, qualunque sia la sua tipologia, è rifugio, è ventre materno e robusto sostegno paterno. Per chiunque.

La famiglia, a parer mio – e per fortuna non solo mio – è un’istituzione solida, che gode di ottima salute  e per nulla in crisi. Forse aumentano le famiglie di fatto, forse diminuiscono i matrimoni concordatari, forse aumentano i bimbi con due mamme o due papà, ma sempre di famiglie si parla. Si parla di amore, di dedizione e, soprattutto, di scelte consapevoli. Allora, perché mai la pantomima di qualche settimana fa in sua difesa? Il cosiddetto “Family day”, per intenderci? Presto detto. Forse scado nell’ovvio – se n’è parlato talmente tanto che non scopro di certo l’acqua calda – e me ne scuso, ma il pretesto mi sembra tanto banale da essere inquietante, se rapportato alle conquiste di civiltà raggiunte dall’ultimo trentennio del secolo scorso ad oggi.  Difesa della famiglia vuol dire, per alcuni, rifiuto di un’evoluzione di costumi, rifiuto di un mutamento della società in chiave di parità dei diritti e delle opportunità, rifiuto di un mondo che scioglie alcune riserve su pregiudizi e granitiche prese di posizione.  No, perché non riesco a spiegarmi diversamente la sadica pertinacia con cui i difensori della cosiddetta famiglia naturale si scagliano contro i diritti – del tutto incruenti e per nulla lesivi – all’omosessualità, alla coppia omosessuale e alla sua aspirazione alla genitorialità, alla legittima autodeterminazione della donna tutelata da strutture ospedaliere attrezzate e sicure. E questo è solo per fare un esempio. Ipocrita e di pessimo gusto, poi, la diffusione di feti di gomma per ricordare che ogni interruzione di gravidanza, prevista da una legge dello stato, equivale a un reato, a un barbaro omicidio. Terroristico e criminoso l’anatema contro le donne senza figli o contro quelle che non allattano perché destinate a contrarre più delle altre il tumore al seno. Come se l’assenza di maternità fosse il disegno anaffettivo di algide donne in carriera e non, come spesso accade, il verificarsi di circostanze poco propizie alla natalità. E come se, di conseguenza, il tumore fosse la meritata punizione divina per aver peccato senza procreare. Ma non scherziamo e, soprattutto, rispettiamo quanti hanno la sfortuna di ammalarsi di cancro!

Una crociata costruita su slogan (uno su tutti “difendiamo i nostri figli”: ma da chi?) e su immagini forti che sanno colpire come proiettili. Offensive e lesive della dignità della donna. Scorrettissime. Una campagna strutturata su parole ben studiate da chi ne conosce la potenza, la forza e la carica persuasiva. Strategie, queste, non dissimili da quelle usate da chi sta costruendo il proprio consenso elettorale creando illusori mostri da abbattere piuttosto che lottare contro chi, giorno per giorno, indebolisce lo stato dalle sue fondamenta. E sono proprio i venditori di tali trovate propagandistiche, importanti rappresentanti delle istituzioni, che hanno patrocinato con la loro presenza questa campagna: il nuovo fascioleghismo che recupera, perfino con la presenza di rappresentanti di Casapound, l’anima nera della città che li ha ospitati e dell’Italia intera.

Si sa, creare nemici è una efficace strategia demagogica. Una strategia di chi la sa lunga in tema di agone elettorale. I nemici della famiglia – sia pure inventati, inesistenti – cementano, in nome di una visione manichea della vita, delle posizioni, sol perché si contrappongono ad altre, e rafforzano un disegno tutto politico. Danno senso a un progetto eversivo, che è quello di arrestare un’evoluzione culturale di cui tutti, indistintamente, si avvantaggiano. Anche i suoi più strenui detrattori. L’inutilità del “Family day” è palese, non giova a nessuno ma, temo, con i tempi che corrono e con le svolte che si prospettano di qui a poco, è solo l’inizio di una pericolosa ondata di oscurantismo e di restaurazione.

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.