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Consiglio vivamente di leggere il saggio (ponderoso ma assicuro scorrevolissimo) “Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità” di Yuval Noah Harari (ed. Bompiani).

Harari ci offre una lettura disincantata dell’avventura della specie umana, o meglio dell’homo sapiens, su questo pianeta, da quando era un animale tra i tanti e ha poi conquistato il mondo. E mette a dura prova certe certezze che noi, intrisi di una visione illuminista della Storia, diamo per scontate. Ne riporto qui sotto tre, che ho trovato particolarmente intriganti.

L’homo sapiens da cui deriviamo non era l’unica specie umana sulla faccia della terra. Ce n’erano molte altre.

La copertina dell'edizione italiana del libro

La copertina dell’edizione italiana del libro

Non solo i più noti Neanderthaler che popolavano l’Europa e l’Asia Occidentale, ma anche l’homo Erectus, l’homo Denisova in Siberia (dal nome della caverna in cui ne sono stati trovati i resti), l’homo Soloensis nell’Asia Pacifico. I nostri antenati Sapiens erano inizialmente stanziati in Africa Orientale e da lì si sono espansi e hanno “fatto fuori” tutti i cugini che si sono estinti in breve tempo. In che senso “fatti fuori”? Non lo sappiamo con certezza. Dalla circostanza che si è scoperto che l’homo Sapiens condivide dall’1 al 4% del DNA con l’homo di Neanderthal, si deduce che in parte (piccola) ci sia stato un processo per fusione nel senso che vi è stato qualche accoppiamento misto (evidentemente in grado di procreare prole fertile) ma il processo più significativo è assai verosimilmente stato quello del rimpiazzamento. Ovvero dove arrivavano i Sapiens gli altri ominidi si trovavano all’angolo, perché i Sapiens insistevano sullo stesso spicchio ecologico ed erano più bravi a cacciare, più furbi o semplicemente più figli di puttana.. sta di fatto che dove arrivavano loro gli altri ominidi rapidamente si estinguevano. Un po’ come avviene oggi con certe varietà di animali importate da altri continenti che mettono a rischio le varietà autoctone perché mangiano le stesse cose, popolano gli stessi ecosistemi ma sono più bravi, più svelti, più forti e lasciano senza risorse i competitori. Naturalmente non si può escludere (anzi è probabile) che l’estinzione dei competitori sia stata accelerata anche da vere e proprie azioni violente pianificate proprio per eliminare gli scomodi cugini. Non lo sapremo mai ma tutto sommato poco importa. La considerazione finale è comunque in distonia con la rassicurante idea che l’homo Sapiens, e cioè noi, siamo il risultato di una meravigliosa evoluzione biologica che da uno scimmione ottuso ha prodotto questo animale dall’inesausta sete di conoscenza.. No, il Sapiens non è un’evoluzione del Neanderthal, è semplicemente il suo “assassino”, ecologico se non fattuale.

Tra il 9.500 e l’8.500 a.C. l’uomo, che fino al quel momento era stato cacciatore / raccoglitore, aveva cioè trovato sostentamento raccogliendo frutti e erbe o cacciando animali, si mise in testa di procurarsi il pane producendo le risorse di sostentamento anziché andandole faticosamente a cercare. Si compiva la rivoluzione agricola, evento che consentì un’impennata della popolazione e trasformò l’uomo da animale nomade a stanziale, da cacciatore /raccoglitore a agricoltore. Quest’ultimo però divenne schiavo di sé stesso: il frumento richiedeva tantissima cura, di essere difeso dagli animali selvatici, dai predoni, dalle altre piante che gli contendevano le sostanze nutritive. Così l’uomo si spezzò la schiena per portare acqua, per strappare le erbacce, per zappare, seminare e arare. Coltivare frumento consentì di disporre di più cibo, ma la dieta era molto meno varia e salubre. Gli uomini poterono moltiplicarsi ma a discapito della  qualità  di  vita  sia  degli  umani  che  degli  animali domestici, sfruttati e schiavizzati per arare, per trasporto, per essere infine macellati. L’uomo cacciatore / raccoglitore viveva alla giornata e non aveva preoccupazioni per il futuro. L’uomo agricoltore scrutava ansioso il cielo per le piogge, attese o temute, temeva le razziature e per proteggere i suoi averi divenne più violento.

Juval Noah Harari

Yuval Noah Harari

Gli esseri umani hanno da sempre teso a impostare la società in un sistema di gerarchie. Con criteri del tutto artificiali, pure sovrastrutture, prova ne sia che sono diversi da caso a caso. Per l’uomo bianco conta molto il colore della pelle, di cui ai musulmani non può fregare di meno ma di contro questi dividono il mondo in una gerarchia di valori nettissima sulla base della religione. Per gli uni e gli altri d’altronde il concetto di casta (una pura invenzione degli invasori dell’India, gli Ariani, di secoli e secoli fa) è incomprensibile mentre per gli indiani è questione di vita e di morte. Ma c’è una discriminazione che ha accomunato da sempre tutte le società umane dalla rivoluzione agricola in poi ed è quella di genere. Come mai in quasi tutte le culture, è sempre stato l’uomo ad avere la meglio? La risposta più scontata è perché, mediamente, più forte ed aggressivo. Ma a ben vedere non è affatto una spiegazione convincente, perché la storia ci dice che chi ha detenuto il potere non era affatto il più forte e brutale, molto più probabile fosse scaltro e spregiudicato, caratteristiche che certo nella donna non fanno difetto. Eppure la disparità di genere solo oggi (e solo in una parte del mondo, non dimentichiamolo mai) è superata. Perché?

Una spiegazione suggestiva è quella biologico – evolutiva: poiché nell’epoca dell’uomo cacciatore/raccoglitore la necessità riproduttiva obbligava le donne a periodi di oggettiva non autosufficienza e dovevano affidarsi necessariamente a un maschio, hanno avuto più successo riproduttivo le donne dal carattere più dimesso e più inclini ad accettare questa ripartizione dei compiti (e parimenti si sono privilegiati come donatori di seme i maschi più aggressivi). In altre parole le donne aggressive, così come gli uomini mansueti, hanno fatto più fatica a riprodursi e quindi a trasmettere le loro caratteristiche genetiche con il susseguirsi delle generazioni. Non sono un biologo ma neppure questa spiegazione mi sembra convincente perché i caratteri non si trasmettono “per genere”: un padre aggressivo e una madre dimessa trasmettono i propri geni casualmente, con la stessa probabilità al figlio e alla figlia. Non è dunque possibile che, generazione dopo generazione, le femmine siano diventate più sottomesse e i maschi più aggressivi. Insomma, mistero fitto.

Mi fermo qua. Questi soli esempi ci pongono di fronte a dubbi pesanti. E a un bagno di umiltà: l’uomo al centro di un disegno superiore, la concezione teleologica della natura e della storia, l’uomo prodotto necessitato dell’evoluzione.. tutto ciò che ci siamo orgogliosamente raccontati, assume un’aria molto diversa alla luce di queste considerazioni. Fino a farci sospettare che chissà, se all’epoca della rivoluzione agricola ci fossero stati i… luddisti, la storia dell’umanità (e dell’intero pianeta) avrebbe preso una piega diversa. Non necessariamente peggiore.

 

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.