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Autoreferenzialità, mi piace questo termine solo apparentemente astruso e difficile e che invece descrive molte cose del nostro tempo. Copio da una delle tante definizioni che ho trovato:

‘di chi fa riferimento esclusivamente a se stesso, trascurando o perdendo ogni rapporto con la realtà esterna e la complessità dei problemi che la caratterizzano. Spiegando o giustificando tutto in base al proprio punto di vista’

L’autoreferenzialità che esprimono molti nella nostra epoca è un prezzo della modernità. Che ha promosso e dato dignità alla persona, al soggetto, un concetto sconosciuto, se non in minima parte, alle epoche precedenti, ma che si è portata dietro come prezzo il diffondersi di una male intesa idea di soggettività.

Nel passato pre moderno la stragrande maggioranza della gente non aveva occhi che per piangere e braccia per lavorare, figuriamoci se aveva tempo per pensare e di avere propri punti di vista. A sé pensava, ma solo per la propria sopravvivenza. Ma perfino le elite, che per pensare e dire e avere potere avevano ampio spazio, si ponevano il problema delle fonti e dei fondamenti. A un sovrano del 1600 se qualcuno un po’ più bizzarro e pensante tra il popolo gli chiedeva ‘chi ti ha dato il potere?’, lui subito rispondeva: Dio. Era una bufala colossale, ma denotava un minimo di preoccupazione di non voler essere del tutto autoreferenti, tralasciando il problema che anche l’idea di Dio a sua volta è un’idea autoreferente. Ed è l’unica che anche i contadini ignoranti assumevano come verità assoluta avendola mutuata dall’elite che li opprimeva proprio attraverso quell’idea.

La nostra epoca quindi manifesta a profusione una male intesa idea di soggettività. Ognuno si sente autorizzato a dire ciò che vuole senza minimamente porsi il problema di sostenere con prove di verità reale quello che dice. E ciò si allarga anche al sistema di valori che uno si porta dentro, dei suoi valori che, proprio perché partono da sé, pensa che debbano per forza essere universali. E qui ci si riferisce a tutta l’intera gamma di visioni del mondo che interessa anche, ma non solo, la sfera politica e le appartenenze ideali a cui uno in qualche modo si iscrive, nonostante la confusione apparente attuale, che non elimina poi di fondo la scelta di campo.

C’è infatti un’autoreferenzialità nella politica, soprattutto nella sua versione collettiva, che ha le stesse identiche caratteristiche di quella individuale: non si preoccupa delle fonti. E non è vero che solo i grandi sistemi del pensiero e della prassi politica del ’900 con le loro tragiche conseguenze possedessero questo meccanismo e che oggi si viva in un sistema post ideologico. Loro erano dei campioni di autoreferenzialità e hanno fatto scuola, ma la cosa mi pare sempre attuale anche se apparentemente alleggerita, sgravata. L’autorefernzialità dei pensieri sovranisti, nazionalisti, razzisti e chi più ne ha più ne metta si commenta da sola: la pancia profonda come fonte di ogni verità, la pancia che comanda gli ego-ismi. Sulla decrescita felice di tanto ambientalismo nostrano si potrebbe pensare ad una fonte profonda condivisa che tuttavia, a proposito delle a definizione copiata all’inizio di questo testo, perde valore di fronte alla totale mancanza di senso della realtà con cui il valore-ambiente viene difeso, cioè con soluzioni estreme assolutamente improponibili. Ma all’autoreferenzialità ci pensavo l’altro giorno quando leggevo qualche titolo o qualche occhiello sul giornale che riportava pareri sul nuovo corso della ‘sinistra’: “bisogna che la ‘sinistra’ ritorni ai suoi valori e allora riprenderà a vincere o quantomeno ad essere competitiva”. Naturalmente un’affermazione del genere parte dal presupposto scontato che esistano i valori di sinistra, evabbè, ma soprattutto che siano giusti e universali e validi anche per chi di sinistra non è, visto che, per quanto democraticamente, glieli si vuole imporre. Io penso che alcuni valori della cosiddetta ‘sinistra’ siano effettivamente universali e abbiano fondamenti riconoscibili nel diritto, appunto universale, ma allora non sono più di sinistra cioè di parte, e altri, anche alcuni che ci / mi piacciono – ma non è questo il punto -, siano assolutamente autoreferenti, privi di alcun riferimento se non quello di chi li afferma, soggetto o partito che sia.

Ripeto. Questa abitudine diffusa è prima di tutto sociale e poi anche politica. Che non è altra cosa, mentre – altro vezzo autoreferente – c’è la consuetudine conformistica a considerare la politica un corpo separato, consacrata dalla frase ‘io non mi occupo di politica’.

La politica al contrario non è che una delle tante declinazioni del sociale, con gli stessi meccanismi, pur con ricadute generali, che altre opinioni, magari più terra a terra, ma a volte solo apparentemente, non hanno. A me pare infatti per esperienza che nel sociale l’autoreferenzialità abbia le stesse dinamiche dei valori assoluti collettivi. “Quello è uno stronzo”, affermazione senza se e senza ma, e senza altre spiegazioni che ti senti dire in una qualsiasi conversazione da gente che non si pone minimamente il problema che tu conosca “quello là” e magari tu gli sia amico. Ed è ovvio, se ci pensate, perché chi te lo dice parte dal presupposto che se stai parlando con lui e lui ti dà, bontà sua, udienza, tu sia come lui e ‘quello là’ quindi non possa esserti amico. Proprio le conversazioni sono illuminanti al riguardo. Su una ricetta di cucina o sulla riuscita di un piatto (‘è buonissimo’, ‘fa schifo’, ‘non ha sapore’) mai che ci sia la premessa ‘per me è..etc’, c’è a monte sempre il valore assoluto su ciò che è buono o cattivo. Idem sui gusti per il vestire, su cos’è dignitoso, fantasioso, elegante e su cosa non lo è, a monte c’è sempre una immensa sconfinata autoreferenzialità. E la osservi anche quando tanta ma tanta gente nel gruppo di amici parla solo di sè e soprattutto di quello che gli è capitato ieri o da bambino, naturalmente pensando che interessi al gruppo, che pazientemente ascolta in silenzio, solo perché è capitato a lui. Oppure la noti quando qualcuno manifesta un interesse smodato per i fatti altrui, di solito un interesse celato ma vigile. E si capisce, lui, il qualcuno, è l’occhio di Dio che tutto vede o il grande fratello che deve controllare e sapere tutto, altra onnipotenza dell’individuo che si sente emancipato. E la noti infine quando tanta gente è prodiga di consigli agli altri, di solito non richiesti, perché deve esprimere il bene assoluto che lui ovviamente possiede. E sono le conversazioni minute – la digressione era utile credo – ad essere delle eloquenti icone delle espressioni collettive, dove ciò che è giusto è giusto per me e per noi e basta, dando per scontato che lo deve essere per tutti.

Forse potrà sembrare eccessivo e tirato per i capelli questo insistere sulla quotidianità sociale e sulle sue dinamiche relazionali per riferirmi a situazioni più generali, collettive, politiche e culturali, più alte, ma resto convinto veramente che siano tutte manifestazioni di un’unica predisposizione antropologica. Nella modernità stiamo manifestando solo un immenso, illimitato ‘ego’, individuale e collettivo, che è ciò che denota la degenerazione individualista e la distingue, per me in negativo, dall’autonomia e dalla dignità del soggetto e della persona e, socialmente, del libero cittadino. Una differenza che corre su un filo sottile e che tuttavia dobbiamo avere la capacità di riconoscere.

Molta democrazia del nostro tempo, di cui tutti si sciacquano la bocca mattina e sera, si regge su questo equivoco, vale a dire la dialettica, si fa per dire, tra verità poste come assolute e che invece dipendono solo dall’aver posto come fonte se medesimi e i nostri compagni di avventura, se si appartiene a un gruppo, a una parte, a una fazione. Spesso uso l’aggettivo ideologico per riferirmi a questa autoreferenzialità del nostro tempo e c’è chi mi fa notare che lo uso impropriamente il termine, in modo troppo largo. Forse, non so. L’intenzione è comunque quella di intendere che certi valori o cosiddetti tali si basano solo su idee (per questo ideo-logia) che hanno come fonte solo quella di chi la esprime.

Le religioni da questo punto di vista sono e sono state maestre di autoreferenzialità e nel passato vanno a collocarsi ben prima della modernità, anche se vivevano, nel passato, in un regime di collettivo di ignoranza che le salvaguardava. Ma nel presente sono peggio, perché, assediate dall’oggettività dei saperi, assente nel passato, accentuano l’arroganza che non ammette confutazioni, perché chi le esprime è nel vero solo perché lo ha detto il suo profeta.

So bene a che cosa si espone una individuazione di questo tipo, si espone facilmente all’accusa di relativismo. Non è invece un’accusa perché di questo infatti si tratta. Ed è un bene, con una sola eccezione in cui il relativismo arretra di fronte all’unico assoluto con diritto di cittadinanza e arretra per una buona sopravvivenza. L’eccezione che con pazienza certosina cerca di risalire sempre ai fondamenti dei valori andando oltre le affermazioni ideologiche che lasciate a se stesse portano allo scannatoio. E i fondamenti non possono che essere solo e soltanto quelli che gli uomini in un determinato momento storico si accordano che siano tali e li fanno salvaguardare dal diritto. Che è un assoluto a sua volta ‘relativo’, il controsenso è solo apparente, perchè semplicemente sancisce che in quella determinata epoca gli umani hanno concordato su cos’è bene e su cos’è male e chiedono al diritto di difendere il bene e di condannare il male, rispetto all’accordo che si sono presi. Un accordo che non si spinge a regolare la retta via anche in cucina o nel vestire, perchè quello, grazie a Dio, se non è imposta agli altri, è il campo della libertà illimitata e assoluta dei singoli e che si estende ad una sfera non piccola di altri temi (per esempio anche al gusto tutto soggettivo per l’andare in vacanza al mare o in montagna). Quelle del diritto sono le regole di convivenza sui temi comuni, accordi provvisori che vanno riaggiornati sempre, ma che in un determinato momento storico sanno individuare quali sono i veri valori universali. Non possono che essere questi i fondamenti, tutto il resto è, appunto se non si è capito, ideologia. La scienza aiuta da questo punto di vista perché immette elementi di verità inconfutabili e di sostegno al diritto perché provati, diventando insieme al diritto, l’antidoto più potente all’autoreferenzialità.

In questa pagina di LUMINOSI GIORNI Federico Moro muove un giusto attacco alle menzogne sulla storia e al pericoloso uso che della menzogna si può fare per ingannare e per indirizzare il consenso anche nel presente. Ecco il bagno di umiltà che tutti dovrebbero fare nel rivedere le proprie certezze bene si accorda con la lezione di Federico.

La conclusione non può che riguardare il paradosso che qualcuno implacabilmente mi farà notare e cioè che tutte queste cose le esprimo a mia volta con certezza.

Ecco è in effetti un paradosso, non so che farci.

L’altra obiezione possibile da muovermi per chi mi conosce è che io stesso esprimo spesso valori senza giustificarli a volte perché c’è fretta di esprimerli, a volte perchè anch’io ci casco nell’autoreferenzialità. Ed esprimo una mia verità anche su come si cucina un cibo, sempre perchè ci casco e sono un uomo del mio tempo. Ecco in questo caso la cosa è rimediabile: fatemelo implacabilmente notare.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.