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Su Ytali giorni fa è apparso un articolo di Saverio Pastor dal titolo “L’unica strada, l’acqua” https://ytali.com/2019/05/17/lunica-strada-lacqua/ che costituisce un perfetto Manifesto della visione della città e del suo futuro di un certo mondo che chiamerò qui per brevità ambientalista colto. La redazione di Ytali ha avuto la cortesia di ospitare una mia replica https://ytali.com/2019/05/30/les-irreductibles-venitiens/ che ha suscitato, come naturale, consensi e critiche. Tra quest’ultime mi si rimprovera di essere stato troppo tranchant nel credere di individuare “un partito” in una galassia di posizioni differenziate e diverse da tema a tema. Mi permetto di rispondere che no, io ho in mente una categoria di persone molto precisa, appunto gli ambientalisti colti, con la quale pure condivido alcune sensibilità e temi (per esempio il dramma della residenza) ma che ritengo, senza giri di parole,  un’avversaria politica. Lo è oggettivamente perché persegue un obiettivo che pure largamente condivido ma con presupposti e modalità che io ritengo contraddittorie e controproducenti rispetto all’obiettivo stesso. Preciso, per quanto superfluo, che non ho scritto nemici bensì avversari, da contestare democraticamente e con la forza della argomentazioni.

Su Luminosi Giorni abbiamo spesso trattato degli ambientalisti colti, non nascondendo critiche anche ruvide, identificandoli un po’ drasticamente con il Partito del NO a tutto. Cerco in questa sede di inquadrarli in modo più fine, con l’onestà intellettuale di cui sono capace. Si tratta di cittadini totalmente focalizzati sulla città storica di cui coltivano una visione centrata sulla sua orgogliosa diversità e specificità fino a farne un mantra, una linea di indirizzo in qualsiasi argomentazione riguardante la città e, quasi inevitabilmente, virata su un conservazionismo estremo e prioritario su ogni altra considerazione. Sono mossi di norma da motivazioni alte e pregiate: culturali, storiche, ambientali. È il mondo di Italia Nostra, di Pax in Aqua, delle varie associazioni che (meritoriamente) si curano di preservare tradizioni artigianali soprattutto centrate sull’acqua e sul remo. Da qui anche la mitizzazione dell’Arsenale, immaginato come l’incubatore di una palingenesi che ci riporti ai fasti della Serenissima, il fastidio viscerale contro i turisti e lo sgomento per la sparizione della Venezia affollata di abitanti, di botteghe e bottegucce, dai rapporti chiassosi e amicali tra vicini in calli e campielli. Una Venezia in realtà non lontanissima nel tempo tanto che i 50-60enni di oggi hanno fatto in tempo a conoscerla (e a rimpiangerla).

Saverio Pastor con una sua creazione

Pastor con uno dei suoi capolavori          © Le Forcole di Saverio Pastor

Con grande efficacia, Pastor enuncia la filosofia fondante di questo partito: Venezia deve ricominciare a considerare l’acqua come risorsa e non come un ostacolo da superare il più velocemente possibile, come elemento distintivo e non come maledizione divina, come caratteristica di unicità da valorizzare invece di voler riproporre, pure qui, i modi di vivere di ogni città del mondo. E, in perfetta coerenza, enuncia subito dopo esempi concreti di come mettere in pratica questo intendimento: Arsenale centro di museologia navale, priorità degli scafi in legno nell’assegnazione degli spazi acquei, mobilità lenta e favorire in ogni modo la pratica della voga.

A questo punto sarebbe logico pensare che Pastor immagini un borgo popolato da un drappello di eletti, dediti alla nobile arte del remo e ai mestieri tradizionali di falegnami e calafati, valorosi testimoni di un tempo che fu. Una Shangri-La in salsa lagunare si direbbe, inaccessibile e concentrata sul praticare la propria virtù.

Senonché Pastor scrive che la città così si ripopolerebbe e, testuale, si dice convinto che solo riproponendo la nostra unicità come città d’acqua abbiamo la speranza di poter continuare a vivere in una Venezia con i connotati di una vera e moderna città

L'Arzanà de viniziani

L’Arzanà de viniziani

Ed è tutta qui l’insanabile contraddizione degli ambientalisti colti: è vero esattamente il contrario! Perché ve lo vedete un professionista che osa pensare di tenere uno studio a Venezia andare a raccontare  i pregi della mobilità più lenta ai suoi clienti che vengono  dalla terraferma? O un normale impiegato che frequentemente deve prendere un treno o un aereo, o un semplice pendolare che lavora in terraferma ve li immaginate così propensi a cercare casa a Venezia, con oltretutto i noti sovraccosti e disagi? Né tanto meno possiamo pensare a istituzioni, banche, a quelle funzioni pubbliche che fanno città, che fanno capoluogo, che possano essere attratte a insediarsi nella città storica. Neppure le mitiche Agenzie europee, nemmeno le immaginifiche “produzioni immateriali” di cui si parla (talvolta a vanvera), né gli istituti di ricerca, né il centro di archeologia marina che tanto sogna Pastor all’Arsenale. Volevamo provare a fare dell’Arsenale un centro di studio e ricerca? Allora si doveva fare la sublagunare: che consentiva a un luminare di arrivare da qualsiasi capitale europea in aereo e in 15 minuti essere in ufficio. E rientrare magari in serata. Allora sì saremmo stati competitivi. Ma guarda caso, la sublagunare è stata osteggiata ferocemente dagli ambientalisti colti e lo stesso Marco Polo, a sentire recenti dichiarazioni di un capofila di Italia Nostra, dovrebbe essere delocalizzato nella pianura veneta, secondo lui piena di spazi vuoti (!!), perché a lui non interessa prendere l’aereo. L’esaltazione della diversità nel vivere quotidiano rispetto a tutte le altre città del mondo è una sicura ricetta per fare sparire i residui eroici abitanti, non certo ripopolarla. E renderebbe Venezia inevitabilmente ancora più indifesa dall’assalto del turismo vorace. Una città di affittacamere, altro che una Shangri-La inaccessibile.

La loro Venezia raccontata come vera e moderna città e soprattutto come esito possibile è del resto così improbabile che sospetto che in fondo in fondo gli stessi ambientalisti colti ne dubitino. Si spiegherebbe così l’insistenza, invero assai ingenua, con cui invocano l’intervento di un deux ex machina, una mano salvifica con poteri straordinari e potestà superiore. E dunque appelli all’UNESCO (che peraltro ha appena riservato loro una delusione sul tema Grandi Navi), invocazioni  di Statuti Speciali come se fossero atti necessitati dalla Storia o di improbabili intese tra molteplici soggetti che dovrebbero tutti sposare i loro sogni. In tal senso è perfino commovente, per l’implicita dichiarazione di impotenza, la chiosa finale dell’intervento di Pastor che recita testualmente: “ci vuole la consapevolezza di tutti per affrontare scelte che possono sembrare difficili, ma solo con la collaborazione tra cittadini e Istituzioni, Comune e Regione, Provveditorato e Università, categorie e sindacati, Biennale e Comitati privati, Soprintendenze e Magistratura riusciremo a ritrovare quella pax in aqua..”. Manca solo Babbo Natale!

Io credo peraltro che questi sognatori estremi siano in realtà assai meno di quanto la grande visibilità sui media farebbe pensare. Non rappresentano il sentire comune delle molte Associazioni, che sono mediamente assai più concrete e meno velleitarie. Eppure riescono a mettere una sorta di imprinting in tutte le istanze. Perché oggettivamente sono buoni per tutti i temi caldi: NO Grandi Navi, residenzialità, masegni rotti per posare la fibra, Arsenale… Sono informati, scrivono all’UNESCO, sanno accedere e leggere atti pubblici, hanno contatti internazionali, hanno tempo e voglia per studiare ai raggi X Regolamenti e Disposizioni. E sono mediamente molto abili nel parlare in pubblico: proprietà di linguaggio, sincera passione, sapiente uso della retorica catastrofista e quel tanto di narcisismo, giusto sotto la soglia dello sconveniente, che rende sapidi i loro interventi. In più, fanno notizia. Sono professori, intellettuali, artisti (lo stesso Pastor è  un grande artista), signore dell’alta borghesia.. tutta gente inserita, a loro modo autorevole, con il numero di Salvatore Settis nella rubrica del telefonino.. Ambientalisti colti e pure chic, diciamo così.

Ma per una volta.. vogliamo dircelo che il re è nudo?

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.