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Nella pagina centrale della nostra testata, come è già accaduto altre volte, ci sono cinque riflessioni di peso sulla stagione politica che stiamo attraversando in Italia e in Europa e invito tutti a leggerle perché l’intero ventaglio delle questioni sul tappeto sono affrontate con realismo e lucidità dagli autori.

Devo dire che tra queste soprattutto la visione olistica di Federico Moro aiuta a creare il quadro di riferimento e a vedere le questioni valoriali e culturali in gioco. E il punto di vista da cui le si valuta, quantomeno da parte nostra. Non solo in Italia ma con un accerchiamento a livello planetario ben descritto da Federico è infatti in gioco nientemeno che la cultura liberaldemocratica che ha con fatica affrancato milioni di uomini negli ultimi due secoli dando loro la possibilità di esprimere una soggettività impensabile in tutta la storia precedente.

Vorrei allora che fosse chiaro che è la liberaldemocrazia che ci sta a cuore.

Non è la sinistra o la cultura di sinistra il nostro punto di vista, non  è questa la patria politica da difendere o da promuovere, seppure è vero che la cosiddetta sinistra molte volte ha interpretato più o meno consapevolmente i valori della liberaldemocrazia. E lo ha fatto nonostante un vestito ideologico inadeguato e a volte bastante solo come vestito per non farsi accettare. Ma ciò che va difeso e promosso è molto di più di questa obsoleta categoria che ormai è una zavorra: è l’insieme dei valori incarnati nelle Costituzioni Democratiche come la nostra che rischia di diventare una sbiadita carta inservibile. Sono i valori non negoziabili che ci ricorda Federico. E che richiedono soprattutto in Italia un campo aperto molto più grande di quello relegato nel perimetro del  partito che per ora resta l’unico riferimento di un possibile riscatto ma paradossalmente anche il più grosso ostacolo: il Partito Democratico.

Concordo con Lorenzo Colovini: lo sarebbe stato meno, di ostacolo, se il PD fosse rimasta forza di governo come lo era e avesse concluso quella stagione di riforme che Renzi aveva inaugurato e che avrebbe potuto concludere, in primis la riforma Istituzionale. Il campo vasto si stava ampliando proprio con quel processo riformistico. E sono d’accordo con Lorenzo sul fatto che la casta elitaria degli intellettuali e degli editorialisti non solo di sinistra ma anche sedicenti indipendenti ha operato un sistematico ostruzionismo su questo processo. Che ci fa dire da subito che di questa casta da ora e per un bel pezzo facciamo volentieri a meno.

Franco Vianello Moro nel forzare la ricerca di un campo molto più vasto, prova a spingere il discorso verso la necessità di un nuovo soggetto politico nel campo democratico e di cui si parla da tempo, un soggetto capace di fare alleanze con il PD ma nello stesso tempo di dialogare con tutti gli interlocutori disponibili a interpretare con i fatti e le proposte una cultura riformista e democratica vera all’interno di un quadro europeo da rafforzare. Anzi a dirla tutta l’europeismo per questo campo vasto è uno dei banchi di prova principali.

Davide Meggiato con il suo stile graffiante e irriverente ci ricorda infine che l’allargamento di un campo aperto che possa sperare di ribaltare i rapporti di forza con i nemici giurati della liberaldemocrazia oggi al governo passa attraverso la pesca d’alto mare dei voti dove si trovano gli elettori che continuano per ora a sceglierli, i nemici, o soprattutto nel campo di chi si astiene. Come ai tempi di Renzi questo crea ancora e sempre scandalo tra i puristi della sinistra conservatrice perché viene scambiato per inciucio preelettorale o per tradimento, mentre è la regola più elementare per acquisire voti nuovi che ti facciano uscire dall’eterno perimetro minoritario: contendere gli stessi voti strappandoli dal fronte avverso. Se no chissà dove dovresti prenderli.

Il campo in definitiva si amplia se si delineano nuove formule politiche in grado di dimostrare un’identità multipla in grado di parlare linguaggi diversi e di tenerli insieme. Da questo punto di vista l’esempio dei Cinque Stelle non è affatto da buttare, quantomeno nel metodo e nel modo di porsi più che nei contenuti quasi mai condivisibili. Prima dell’alleanza con la Lega, che li ha corrotti per bene, loro erano cresciuti in virtù proprio di un’identità politica multipla anche se declinata con i toni tribunizi del populismo. E quest’identità teneva. Mutatis mutandis il campo democratico deve costruirsi finalmente un vestito postideologico credibile  e codici comunicativi diversi e intercambiabili, acquisendo anche una certa dose di cinismo nell’insinuarsi nelle contraddizioni del fronte avverso. Esempio? La conversione sovranista di Salvini sta frenando di brutto il discorso delle autonomie regionali promosse dalle regioni del nord. Non ci sarebbe in questo caso una bella occasione di mettere un cuneo in un fronte leghista che non è così grantico come spesso appare? Qui però si apre un’altra storia tutta da approfondire. Alla prossima.

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.