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C’era una volta una Signora chiamata Italia.

Si trattava di una grande lavoratrice, cresciuta in una famiglia con una grande storia alle spalle.

Era una donna molto impegnata, non solo per le molte beghe che in famiglia era chiamata a risolvere, ma anche per i molti compiti che il lavoro la chiamava a svolgere.

L’ambiente di lavoro non era dei più facili, visto e considerato che la Signora Italia lavorava all’Europa, una delle più grandi società internazionali che a volte vengono definite anche carrozzoni.

Sul lavoro, non pochi colleghi deridevano e beffeggiavano la povera Italia, creando e mettendo in giro talvolta aneddoti poco lusinghieri nei confronti di una Signora.

Italia, nel corso del suo lavoro era spesso chiamata a fare delle trasferte in una fredda città chiamata Berlaymont, dove il vero nemico per tutti quelli che ci vivono e lavorano non era il lavoro, quanto piuttosto il nordico gelo.

Spesso, in quella città, al mattino il freddo è così pungente che i tanti impiegati che lì lavorano non sanno dove nascondersi e quasi non vedono l’ora di varcare le soglie dei moderni palazzi in cui hanno sede le molte società che in quella austera città hanno deciso di stabilire le loro sedi.

Italia, in quel contesto, ricorreva ancora al suo vecchio e sdrucito cappotto che per molti anni aveva reso uno straordinario servizio.

Tuttavia, il freddo era così forte e con esso i dolori che poteva provocare che Italia, spesso derisa per quell’indumento che i colleghi chiamavano vestaglia più che cappotto, decise che era il momento di fare qualcosa, perché così non sarebbe stato più possibile lavorare per il suo bene e per quello della sua famiglia.

Insomma era giunto il momento di aggiustare il vecchio cappotto.

Per farlo l’unica soluzione era rivolgersi al vecchio sarto Dragòn a cui nel tempo tanti impiegati di ogni livello si erano rivolti e che a qualsiasi costo era sempre pronto ad aiutare coloro che a lui si rivolgevano.

Quando Italia incontrò Dragòn la prima cosa che saltò agli occhi fu che al suo collo penzolavano matasse di fili mentre sulle ginocchia aveva ancora molti e molti altri fili.

Una volta osservato il cappotto di Italia, persino Dragòn venne preso dallo sconforto e le prime parole furono: “no non si può riparare, è quasi come uno straccio consumato.”

Dopo aver spiegato nei particolari che nessuna toppa poteva essere messa senza che il cappotto non si fosse prima sfilacciato, Dragòn suggerì a Italia di fare un nuovo cappotto.

Italia fu presa da grande preoccupazione, specie quando il vecchio sarto le spiegò quanto sarebbe costato farne uno nuovo.

Italia cercò a quel punto con insistenza di chiedere al sarto di riparare in qualche modo il cappotto, ma l’artigiano ripeté con fermezza che sarebbe stata solo una perdita di tempo.

Italia tornò al suo lavoro, ma dentro di sé stava già cercando di capire se i pochi ma costanti risparmi da lei accumulati con tanti sacrifici sarebbero stati utili e sufficienti per chiedere a Dragòn di realizzare un nuovo cappotto.

La conclusione fu che gli sforzi e i sacrifici fatti ancora una volta le consentivano di accogliere il suggerimento di Dragòn e di fare, dunque, un nuovo cappotto, cosa che il sarto fece nel modo migliore, incluse le maniche che oltre a stare bene erano cucite a pennello.

La gioia di Italia era tale che, una volta uscita dal lavoro, decise di andare in giro per la città accompagnata dal suo caldo cappotto senza sapere a cosa sarebbe presto andata incontro.

Italia, infatti, presa da uno stato d’animo in cui allegria ed eccitazione si univano in modo quasi irrazionale decise di spendere i risparmi che ancora restavano, quasi che, il nuovo cappotto, l’avesse fatta sentire invincibile.

Quella sera, infatti, certi tipi poco raccomandabili l’avevano indotta a sperperare il denaro che ancora le restava.

La mattina dopo, una volta sveglia, in uno stato di assoluto disordine, persino il cappotto non c’era più e fu solo allora che in lontananza le venne in mente che qualcuno durante la baldoria aveva persino gridato: “ma questo cappotto è mio.”

Presa dalla disperazione, decise di non chiedere aiuto ai suoi superiori che certo ad una lavoratrice come lei non avrebbero negato aiuto, bensì decise di rivolgersi, su consiglio della padrona di casa in cui abitava quando soggiornava a Berlaymont, a quello che alcuni chiamavano Compagno Influente, che nulla aveva a che fare con il suo mondo né tantomeno con l’ambiente di lavoro nel quale Italia aveva saputo farsi strada con grande fatica.

Il Compagno Influente era una figura conosciuta a Berlaymont, perché, seppure non originario della città, anche in quel posto, aveva deciso di aprire una sede per le sue attività che spesso erano in concorrenza proprio di Europa la società in cui lavorava Italia.

Dopo non poche difficoltà, Italia riuscì ad incontrare il Compagno Influente non dopo aver comunque fatto una mezza giornata di attesa in anticamera.

L’incontro andò malissimo, poiché il Compagno Influente aveva del tutto intimorito Italia al punto da rendersi conto, provandone un certo piacere, che le sue parole potevano incutere una tale soggezione da spaventare chi, come Italia, aveva solo cercato una ultima possibilità di aiuto.

Italia non era mai stata trattata così male e le condizioni poste per dare l’aiuto di cui lei aveva bisogno erano tali da farle ormai credere che tutto fosse perduto. Per questo, uscì in strada senza cappotto nel freddo di Berlaymont per correre al riparo nel luogo in cui soggiornava durante le trasferte.

Una volta arrivata, iniziò a tremare di angoscia e di paura per quello che avrebbe potuto accadere.

Il giorno dopo Italia tornò a casa e lì, anche grazie al calore della famiglia tentò di riprendere le forze.

La prima notte a casa, trascorse con la febbre alta e non si è mai capito se solo nei sogni o nella realtà, il Compagno Influente apparse minaccioso, chiedendo a Italia se avesse ripensato al loro ultimo incontro e se avesse poi deciso cosa fare.

Italia non reagì, e solo in quel momento il Compagno Influente scomparve nel buio della notte, così come era solito fare con tutti coloro a cui millantava di poter dare aiuto nel momento del bisogno.

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.