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L’argomento è cruciale, oggi. Districarsi tra vera informazione e “balle spaziali” è davvero difficile. Un aiuto, però, potrebbe venire dagli storici, abituati da sempre a muoversi sul terreno minato delle testimonianze costruite per soddisfare esigenze di propaganda. A volte, l’assemblaggio fatto è così brutale da svelare subito la sua natura; delle altre, però, è più complicato. Vediamo un perfetto caso del secondo tipo.

Il 12 luglio 1470 le forze d’assalto ottomane penetrano nella città di Negroponte, la Calcide degli antichi sull’isola da noi chiamata Eubea, e a mezzogiorno ne completano la conquista nonostante l’accanita resistenza opposta dalla fanteria professionale italiana del presidio e dagli stessi abitanti greci. Seguono saccheggio e violenze di ogni tipo, per tre giorni come costume ottomano. Il bailo veneziano Paolo Erizzo muore assieme a Luigi Calbo e a Giovanni Badoèr, per citare solo qualcuno degli ufficiali veneziani o al servizio di Venezia presenti a Negroponte.

Fin qui, i fatti. Passiamo alle fake-news. Chiunque sia entrato anche una volta sola nella sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, probabilmente ha visto sul soffitto il quadro che ritrae il “martirio” di Paolo Erizzo: segato per metà, per procurare maggiore dolore e per derisione in quanto al momento della resa aveva chiesto e ottenuto di avere salva la testa. Si voleva così ricordare e celebrare da un lato il coraggio del bailo e dall’altra l’infamia del nemico. Il racconto dei fatti, d’altronde, in genere è proprio questo. Prendiamo a esempio Samuele Romanin, Storia documentata di Venezia, Terza Edizione, Tomo IV, Venezia, Filippi Editore, 1973, p. 249:

«Il bailo Paolo Erizzo erasi ritirato in una torre, ove assediato, si arrese colla promessa di aver salva la testa, promessa che gli fu derisoriamente mantenuta in quanto il sultano ordinò si segasse a mezzo il corpo perché salva fosse la testa come avea pattuito.»

Tutto a posto? Neanche un po’. Lo stesso autore che scrive nel testo questa frase, quindi devo ritenere ne sia convinto, aggiunge una nota (la 27 nell’edizione citata):

«Nulla di questo fatto il Castellana, Malipiero, Sansovino, Sanudo, la cronaca LXXXII cl. VII, it. alla Marciana; il Rizzardo narra solo che fu ucciso come tanti altri; secondo la lettera del segretario di Malatesta (Sigismondo, comandante delle forze di terra veneziane in Grecia, Ndr.))  Paolo Erizzo, Luigi Calbo, Giovanni Badoèr morirono colle armi alla mano. Il martirio dell’Erizzo è effigiato sul soffitto della sala del Maggior Consiglio.»

Allora, se del fatto non v’è traccia da nessuna parte, incluse tutte quelle non citate da Romanin, per quale ragione il nostro autore lo inserisce come “narrazione principale”? La nota di smentita a cosa serve? A salvarsi l’anima?

Non è finita. Tra gli altri racconti che circolano sul dopo caduta di Negroponte c’è anche quello che riguarda una figlia di Paolo Erizzo, Anna:

«Pochi scrittori narrano della figlia che per sottrarsi agli abbracciamenti del sultano abbia preferito la morte; ed è fatto assai dubbioso, tanto più quanto che dagli alberi genealogici della famiglia non apparisce che Paolo Erizzo fosse ammogliato.»

Risparmio la nota n. 28 in cui dopo l’elenco di tutti quelli che “non” riportano l’evento, gli stessi precedenti più altri, c’è la sola indicazione della sua presenza in un allegato anonimo al testo dello storico greco Laonico Calcondila, edizione 1556. Davvero un po’ poco per poterle dare credito.

Osserviamo come è stata costruita la narrazione dei due eventi e in particolare del primo. Nel testo l’autore espone una versione dei fatti che dice smentita dalle fonti, nella nota.  A prescindere dal fatto che le note non ricevono mai la stessa attenzione del testo, non sostiene neppure di essere convinto di dover smentire le fonti… e dovrebbe spiegare come e perché. In realtà, si limita ad appiattirsi sul racconto tradizionale, mettendo la pulce nell’orecchio a chi proprio voglia approfondire. Si sbilancia già di più nel caso della presunta figlia, tuttavia nel lettore restano impresse nella mente sostanzialmente due verità: Paolo Erizzo è stata segato a metà, sua figlia Anna si è suicidata. E questo è quanto capita di continuo di leggere.

Invece, si tratta di due fake-news: Paolo Erizzo è sì morto, ma con ogni probabilità «[…] armi alla mano», cioè combattendo. Più facile sia andata così che non altrimenti. Di sicuro non è stato segato in due. Bisognerebbe trovare almeno uno straccio di documentazione da qualche parte per sostenerlo. Né ci si può trincerare dietro un generico “dicono…” non supportato da niente. Non aveva nemmeno figlie, almeno a noi note, e quindi questa Anna proprio non si sa da dove salti fuori. Essendo l’autore, come si dice, “prestigioso”, in moltissimi l’hanno ripreso e continuano a riprenderlo. D’altronde per andare contro una versione delle cose consolidata da secoli di propaganda sarebbe servito un bel coraggio.

Non è dunque l’era digitale ad avere il monopolio della “false informazioni” perché il loro uso è antico quanto l’uomo. Per questo bisogna sempre stare in guardia e non lasciarsi mai trasportare dai facili entusiasmi: la via della Verità è sempre quanto mai lunga e impervia.

 

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.