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Certo. Ovvio. Lapalissiano quasi. Piuttosto che una convivenza da separati in casa meglio (e molto) una separazione (più o meno) consensuale. Epperò in un mese Renzi torna ad essere l’indiscusso protagonista della scena politica riuscendo nel doppio risultato di mettere all’angolo Salvini – permettendo la nascita del governo giallorosso (che già chiamarlo cosi spiega molto se non tutto) con il secondo Conte (e da interista vorrai mica che a me ‘sto cognome dia fastidio nevvero?)  – e uscirsene dal PD pur garantendo maggioranza e appoggio governativo (l’hastag #Contestaisereno al momento è in soffitta…fino a quando non si sa).

Fa sorridere il buon Zingaretti che pare quasi rammaricato per esserne stato informato via sms quando la decisione era nell’aria da settimane se non da mesi (che poi non basta la new entry Lorenzin a colmare il gap – di idee più che di voti – rappresentato da Richetti, Giachetti e Calenda). C’è una linearità precisa nel percorso: dapprima (e son 10 anni) la Leopolda, poi la nascita dei comitati civici, poi la scuola di formazione politica per gli under 30 ed infine l’oggi. Con, particolare non secondario, l’ipotesi via via più concreta del ritorno ad un sistema elettorale proporzionale. Già potenzialmente accettato da un partito nato con vocazione maggioritaria (ed è tutto dire). In mezzo, e va detto con grande chiarezza, la percezione che Renzi fosse visto (a torto o a ragione ognuno la pensi come vuole) da molti in casa PD, come quel parente insopportabile  che devi per forza invitare ad ogni ritrovo di famiglia salvo parlarne male prima e dopo. E cosi ancora fino a qualche settimana fa molti dirigenti del PD di altissimo livello si preoccupavano di criticare, attaccare il Matteo sbagliato: non quello populista e demagogo che a parole chiudeva un porto al giorno ma quello che era senatore del loro stesso partito. Ovvio che ad uno cui madre natura ha dato un caratteraccio da guitto toscano gli zebedei girino alquanto.

Non i sondaggi ma i prossimi risultati elettorali diranno se quella di Renzi è stata scelta dettata solo da ambizione, protagonismo. Ciò che appare chiaro è che la scelta di Renzi rende manifesta la sempre più pericolosa mancanza, nel PD, di un vocabolario autenticamente condiviso. Vocabolario che, non a caso, è privo di alcuni temi su cui il movimento renziano sta già costruendo il proprio manifesto.

Matteo Renzi è stato prima presidente di provincia (quando le provincie avevano ancora potere) e poi sindaco. Questo è un particolare che in tanti, troppi, dimenticano. Ha misurato sulla propria pelle quanto i partiti (tutti) siano spesso un freno a mano nell’amministrare la cosa pubblica e quanto estenuante sia dover ricorrere a continue mediazioni su ogni singolo progetto.Una farraginosità che non è burocratica (ma si aggiunge ad essa) ma proprio politica. Una farraginosità che dal basso si irradia anche a livello nazionale. Le sfide che la contemporaneità lancia richiedono risposte rapide a problemi complessi. Una rapidità  che mal si concilia con i complessi e spesso autoreferenziali centri decisionali presenti nel sistema partitico tradizionale. Oggi il PD pare alla continua ricerca di una mediazione tra egualitarismo e meritocrazia, tra una concezione marxista dell’economia ed una calvinista, tra l’idea di un livellamento sociale (verso il basso) ed una società che continui ad essere articolata ma che incentivi al massimo l’ascesa sociale. E’davvero possibile per il PD resistere ancora a lungo? Il Renzi di oggi pare scommettere su una doppia deflagrazione, Da un lato, per l’appunto, sulle contraddizioni insite in un partito che non riesce (e mai ci riuscirà) a mediare davvero tra i diversi modi di leggere la realtà esistenti al suo interno e dall’altro su un elettorato moderato che fino a qualche mese fa era certamente attratto dal centrodestra ma che ora ne è quasi spaventato avendo misurato i limiti salviniani (troppo concentrato sulla questione migratoria). Ve ne sarebbe per di più una terza, forse più rapida delle altre due ed è quella cui andrà incontro il movimento 5 stelle  molto più diviso e frammentato di quel che appare.

Per Renzi la politica è decidere. A costo di rompere, di distruggere, di giocarsi il tutto per tutto. Ad esempio: una delle parole d’ordine del nuovo corso renziano è doveri. Una parola che la sinistra spesso declina con mille precisazioni e distinguo.

E quanti partiti possono dirsi altrettanto attenti  (di una attenzione quasi ossessiva verrebbe da dire ma che in realtà rappresenta una delle pochissime vision del futuro del nostro Paese) verso tutto ciò che è tecnologia, internet , comunicazione, insomma verso tutto ciò su cui molto avrebbero da insegnarci i millenials? Rispetto a questa nuova rivoluzione industriale quanti partiti sono culturalmente attrezzati?

C’è forse una persona che, più di qualunque altra, per storia personale, per scelte, per impegno sindacale mostra che l’appeal di Italia viva è potenzialmente ben più maggiore di quanto oggi possa sembrare. Si tratta della neoministra all’agricoltura Teresa Bellanova immediatamente schieratasi con Matteo Renzi. Dalla CGIL ad Italia viva la scelta è davvero significativa. Molto più di quella di Orfini passato anche lui fra i sodali di Renzi. E’ dalle storie di ciascuno di questi (anche di chi è uscito dal PD o si è autosospeso da qualunque incarico dirigenziale come i già ricordati Calenda, Richetti e Giachetti) che si può raffigurare plasticamente quali limiti abbia il PD e come, probabilmente, l’alleanza con i pentastellati sarà per entrambi più negativa che positiva.

Il rischio vero che paradossalmente potrebbe segnare la sconfitta senza ritorno del progetto renziano è rappresentato proprio da…Matteo Renzi. Una personalità così ingombrante rischia di offuscare quanto di buono c’è e portare gli elettori a votare sulla base di antipatie/simpatie. Per questo una volta messo in piedi definitivamente Italia viva Renzi dovrebbe fare un passo indietro. Se non lo farà davvero il suo movimento avrà una data di scadenza molto ma molto ravvicinata.

 

Vive da sempre nella terraferma veneziana. Per cinque anni è stato Vicesindaco (con delega alle politiche culturali e turistiche) del comune di Mira. Laureato (cum laude) in Lettere a Padova ha collaborato per oltre un decennio coi quotidiani del gruppo editoriale Finegil (La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso), con La Repubblica e con Gente Veneta. Attualmente fa parte del collettivo redazionale della rivista Esodo. Si occupa di gestione del personale e della sicurezza presso alcuni musei veneziani. Nel tempo libero ama la montagna e le immersioni subacquee.