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Leggendo il giornale, quest’estate sono rimasta colpita dalla storia di Moleto, un giovane ivoriano, sballottato per effetto di un’ambiguità diplomatica, tra Italia e Germania. Scaraventato nella terra di nessuno, le speranze soffocate e i sogni sospesi all’ombra del Trattato di Dublino. I suoi occhi tristi mi hanno colpito come proiettili, scuotendo le mie colpevoli certezze. Moleto è un ragazzo di 27 anni, poco più grande di mio figlio, che ha raggiunto l’Europa per un suo diritto alla vita, al lavoro, al benessere, alla dignità, sfidando il mare, la morte e la violenza. E, come lui, tanti Moleto, persi e rifiutati da quei paradisi che hanno popolato i loro sogni, vagano e aspettano, perdendo, ogni giorno che passa, le loro speranze di una vita migliore.

Retorica buonista, peloso pietismo di sinistra, mi si obietterà, lagnoso mantra di mamma ipocrita che, dal calduccio di casa, critica e pontifica senza mettere a disposizione le proprie sicurezze e il proprio conto in banca. È probabile che sia così e forse anche criticabile, se si resta con le mani in mano. Ancora più inaccettabile tuttavia è l’odio. Ancora più esecrabile è l’indifferenza nei confronti di Moleto e di quelli come lui ai quali si nega il diritto al cambiamento.

Sappiamo bene che in quest’ultimo anno c’è chi ha costruito le proprie fortune elettorali sulla cultura dell’odio e della paura. Sappiamo bene che una politica contraria all’immigrazione ha rappresentato un’ineguagliabile macchina di propaganda. Ma l’artefice di tali manovre non spara a caso le sue boutade intrise di cinismo e prive di umana pietà. Forse non sarebbe neanche così spietato, se dovesse farne una questione strettamente personale. Ma egli conosce bene i suoi polli, conosce bene il territorio nel quale far affiorare ed esplodere, come è capitato, la diffidenza e la paura nei confronti del diverso. E conosce quindi anche le ragioni che agitano tali paure. Sa dove andare a pescare. Pescando nel torbido, ingannando quella sottocultura che si affida a lui e si nutre di slogan e di simboli iconografici; che forse ignora le ragioni epocali che spingono tanti popoli affamati e assediati dalla guerra a raggiungere le nostre coste; che non riesce ad andare oltre il proprio piccolo, minuscolo, provinciale “particulare”. L’urlo “Prima gli italiani” lanciato a gran voce con rosario e crocefisso branditi come armi apotropaiche per allontanare l’eretico, è stato una trovata geniale per gli strateghi di una certa politica. Ma è ingannevole. I più furbi che se ne servono non spiegano ai loro segaci che il flusso migratorio è un fenomeno epocale inarrestabile: sono in corso dei cambiamenti climatici che – la storia ci insegna – spingeranno inevitabilmente alcuni popoli a spostarsi verso terre meno minacciate delle loro. Che si voglia o no.

Ed ecco deflagrare Pontida, con i suoi episodi di intolleranza e di ingiuriosa violenza. Certo, è consolatorio pensare che la folla di quel tanto discusso raduno fosse composta da soli rozzi e incivili analfabeti. È un vizio della sinistra, questo, irriverente snobismo per chi la pensa diversamente, che la sinistra ha pagato in termini di perdita di fiducia da parte delle masse che invece avrebbe dovuto proteggere. Le ovazioni al capitano nascono da un senso di sgomento e dal bisogno di fugare la paura dell’incertezza, dell’incognita, dell’imponderabile. È la consegna a un linguaggio semplice e intellegibile che enuclea, in pochi ma convincenti punti, la rinascita: tutto molto efficace e sa tanto di vecchia politica perché si astiene dall’affrontare i veri problemi del paese, mentre individua dei facili bersagli contro i quali affondare le lame della disperazione. Una guerra tra poveri insomma: un trucco tanto antico quanto mirato che funziona sempre e che conviene sempre rinfocolare. Che prima funzionava contro alcuni, adesso contro altri. Non sono lontani i tempi in cui i neri, i brutti, gli sporchi e i cattivi erano altri, ora finalmente assurti a rango di penultimi, pronti a scagliarsi contro i nuovi paria e a sfregarsi le mani per non essere più loro i tanti Maleto, rifiutati e vilipesi. Senza dubbio, brillante operazione, frutto di una spregiudicatezza e di un’intelligenza politica non comuni. Intelligenza che neanche l’apparente suicidio del Papeete beach riuscirà a vanificare. Vorrei tanto sbagliarmi.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.