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Ogni anno, quando il Governo prima e il Parlamento dopo cominciano a stilare la Legge di Bilancio, che nel corso degli anni ha cambiato molte denominazioni ma ha mantenuto inalterati i suoi difetti, si aprono le geremiadi del “si può fare di più, bisogna spendere qui, bisogna investire là”.

Dando la stura molto spesso a una programmazione che non ha quasi niente di strategico, ha molto di contingente, moltissimo di accondiscendente.

Una vera botta di spesa pubblica senza freni che genera quel gap tremendo che condiziona da mò l’economia italiana: la continua crescita del Debito pubblico, non tanto in valore assoluto – che poi non vada trascurato anche questo aspetto, è persino banale sostenerlo – ma ancor più in ragione del PIL (Prodotto Interno Lordo).

Che sono decenni, almeno 3, che non vede indici di crescita apprezzabili, ma solo aggiustature che negli ultimi anni si sono collocati anche sotto l’1%.

Quando gli altri Paesi europei, quelli con i quali è importante e omogeneo il confronto, sono andati, nel corso degli anni, al di sopra del 2%. E in alcuni momenti anche in maniera sensibile.

Senza parlare degli USA o del Far East che rimangono pur sempre non solo dei giganti nel mondo della globalizzazione economica ma ancor più dei temibili concorrenti con i quali non ti puoi nemmeno paragonare.

La massa del debito ha raggiunto un livello tale che con lo Spread sopra i 150 punti si pagano interessi che si mangiano quel po’ di “Avanzo primario” che il pur asfittico PIL genera.

Un gatto che si mangia la coda.

Non ci sono dei colpevoli assoluti.

E’ un trend che ha cominciato a generarsi già a metà degli anni ’80 per poi vedere una vera e propria esplosione con il Governo del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), mitigato appena verso la metà degli anni’90 e poi ancora all’in su con le promesse berlusconiane.

La parentesi montiana ha agito sulle spese, ma non ha indotto nessun mutamento sulla mancata crescita.

Ma nemmeno i Governi ultimi di CentroSinistra hanno saputo invertire questo trend.

Qualcosa di più il Governo Renzi sul fronte della crescita, sostenuta e spinta da una positiva contingenza internazionale, ma niente sul piano del contenimento della spesa, anzi.

Questo grafico “storico” espone i dati fin dai “mitici” anni ’60 del secolo scorso.

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Il tema è un’economia che fa leva solo su alcune specificità, su alcune “nicchie” di qualità – è un termine relativo rispetto alle dimensioni globali dei diversi comparti industriali – ma rende l’idea sul fatto che in Italia le aziende in larghissima parte appartengono al novero delle PMI (piccole e medie industrie).

Mancano, o sono venute a mancare nel tempo, larga parte delle grandi aziende.

La più parte sono “partecipate pubbliche”. Nel privato prevalgono le dimensioni familiari.

Le imprese presenti sul territorio italiano sono all’incirca 4 milioni e 500 mila e un totale di circa 17 milioni di addetti. Il maggior numero di imprese e unità locali (il 79%) è impiegato nei servizi, cui corrisponde il 68% di addetti (il 35% nel commercio, trasporto e magazzinaggio, alloggio e ristorazione).

Nell’industria in senso stretto sono presenti il 9,4% di imprese a cui corrisponde il 23,8% degli addetti complessivi.

Il 95,2% delle imprese sono imprese di piccole dimensioni (massimo 9 addetti) che impiegano il 45,3% degli addetti totali: “piccolo è bello”!

Ma il problema fa il paio con la bassa produttività per addetto.

Nel sistema produttivo italiano è ancora viva una “questione dimensionale”, che ha nei risultati delle imprese più piccole uno dei nodi cruciali per lo studio della produttività.
Le (poche) imprese medio-grandi e grandi sono per converso produttive e competitive.

Proprio il sottodimensionamento aziendale italiano è dunque il “brutto” dell’economia italiana, alla cui base giacciono ragioni strutturali e di politica economica, i “cattivi” della nostra realtà produttiva.
Il sottodimensionamento delle imprese italiane è aggravato dal fatto che le piccole soffrono di un ritardo di produttività.

Sappiamo da altra evidenza che tali imprese tendono a investire meno in capitale umano, innovazione e capitale intangibile. La distribuzione dimensionale italiana può quindi spiegare il basso tasso di adozione di nuove tecnologie (soprattutto digitali) e, di conseguenza, la divergenza della dinamica della produttività in Italia rispetto agli altri paesi europei.

Aggiungiamoci la mancanza di una reale situazione di concorrenza in molti settori dei servizi, la decadenza demografica, la mancata integrazione di quote significative e produttive di immigrazione, ma soprattutto l’andazzo della spesa pubblica che mai viene regolata, indirizzata a fini strategici, canalizzata dove la funzione di leva potrebbe aiutare e spingere la crescita, una delle più alte evasioni fiscali di tutta Europa (secondi solo alla Grecia, ma vedi un po’!) e allora come stupirci del nostro Debito pubblico e del nostro PIL regressivo?

La Politica in tutti questi decenni ha preferito lisciare il pelo all’elettorato, ha preferito nascondere la polvere sotto il tappeto, ha preferito fare promesse roboanti e irrealizzabili (se realizzate come Quota 100 o Reddito di Cittadinanza, per rimanere alle ultime in ordine di tempo, a scapito delle finanze pubbliche).

Dire la verità ai cittadini non paga elettoralmente, adottare politiche economiche realmente espansive costa in termini di taglio ai privilegi, di rinunce di spesa facile, di fatica per ottenere una razionalizzazione profonda della Pubblica Amministrazione.

Rinunciare a definire una strategia di lungo respiro che fissi le priorità per lo sviluppo del Paese, porta alla rincorsa al populismo e all’inseguimento dei temi sovranisti.

Perché a raccontare le frottole sul “padroni a casa nostra”, “prima gli Italiani”, “lavorare stanca”, “la decrescita felice” prima o dopo – con questi chiari di luna a livello internazionale quasi sicuramente prima che dopo – sarà l’Italia tutta a pagarne il prezzo e in particolare le generazioni future.

Ad majora!

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia) e ora presidente dell’Associazione VeneziaUnited il Supporters Trust dei tifosi arancioneroverdi.