L’altro Matteo, ovvero l’ego della bilancia

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Niente da fare, non c’è unità. La sinistra è precipitata nell’incubo della scissione, la sua condanna eterna. Il miracolo che sembrava aver compiuto Salvini si è dissolto. L’ennesimo miracolo, peraltro. Sì, perché Matteo Primo, quello sazio di voti e di consensi, per intenderci, oltre ad aver realizzato l’unità della nostra penisola, lacerata e frammentata un tempo da brame di secessione, ma ormai unificata in nome della lotta allo straniero, aveva finalmente riunificato anche la sinistra, o ciò che resta della sinistra. Aveva cioè, nel delirio del Papeete, scosso una classe politica esangue, le aveva lustrato gli occhi e rinfrescato il cervello, mettendola finalmente in guardia dai rischi che correva. E che correvano gli italiani. Sotto l’egida dell’antisalvinismo si riunivano forze tutto sommato poco simili, pronte a combattere però contro lo spettro del sovranismo e di un progetto – chiamiamo le cose con i loro nomi – neofascista. E proprio per questo inquietante. Finalmente una sinistra, sia pur zoppicante e insicura, come forza alternativa a una destra aggressiva, ci ha fatto sperare in una fase di consolidamento della democrazia, di cambiamento, di ritorno ai principi di giustizia sociale, di uguaglianza e di tutela delle libertà. Principi che, nei deliri di onnipotenza di chi invocava pieni poteri, sembravano inghiottiti dall’oblio, precipitati nel nulla e irrisi da un estremismo di destra, nazionalista e sovranista. E senza scissioni.

L’altro Matteo invece riconquistava popolarità e dava prova di una significativa maturità politica: la sua proposta di superare le divisioni e i vecchi contrasti restituiva vigore alla democrazia. Sembravano dissipati i personalismi e le ambizioni autoreferenziali del brillante ex premier per inaugurare una nuova fase più corale e, di sicuro, più sensibile agli interessi collettivi. Non a caso il Movimento Cinque Stelle, partito liquido, post ideologico e buono per ogni stagione, che non aveva ormai più nulla da perdere, ha accettato senza indugi, malgrado la pantomima delle consultazioni online. Pur nella consapevolezza delle profonde diversità, c’era da salvare l’Italia. E questo rappresentava un ineludibile imperativo categorico.

È durata poco. Difficile cambiare la natura umana, soprattutto quando si è assetati di potere, soprattutto quando questa sete non è stata del tutto soddisfatta da un’ubriacatura passata e mal gestita. L’altro Matteo non può far parte di una comunità se non ne è il leader; non può improvvisare una dimensione corale se non può svolgere l’esercizio del comando. Non è, in buona sostanza, un uomo di partito. È più forte di lui. La trovata di Italia Viva – strano a dirsi –  è l’impresa più di sinistra che abbia mai fatto nella sua vita politica: un’operazione all’insegna della scissione, com’è giusto che sia nelle più sane tradizioni della sinistra italiana! E vogliamo parlare delle motivazioni addotte per giustificare questa intempestiva virata? Tutte dettate dall’ego. Da un ego offeso, incompreso, inascoltato, trascurato, ignorato. Ma ogni passo, ogni decisione, ogni trovata, tutto è stato deliberatamente pianificato per tornare ad essere al centro della scena, per tornare ad essere l’ego… pardon, l’ago di una bilancia sofferente e in affanno.

Sembra quasi paradossale la convergenza di questi giorni, fra Italia Viva e Cinque Stelle, sulle misure antievasione. Un’identità che è il risultato di una sintesi di becero protagonismo e brama di consenso elettorale. Agghiacciante ma reale, tanto che mi viene da pensare che è proprio vero che i poli opposti si attraggono! E chissà quali e quanti altri giochi di azzardo, alle spalle degli italiani, imporrà ancora l’altro Matteo, pur di avere il suo cono di luce. D’altronde, da un ostinato e imbizzarrito cavallo di Troia che ha sgretolato, con sadica pertinacia, dall’interno, la sinistra, non mi aspetto nulla di buono. Qualcuno lo ha paragonato a Jep Gambardella, il personaggio di Sorrentino del film “La grande bellezza”, quello che diceva: “Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire!”. Occorre forse uno sforzo di immaginazione per intuirne le drammatiche sovrapposizioni? Non credo. Che riflettano i suoi fan: Salvini e Meloni sono in agguato. Appoggiati drammaticamente da Casapound e Forza Nuova.

 

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.