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La tesi secondo cui l’Unione Europea è silente davanti a tutto quello che sta accadendo fuori dai suoi spinosi confini è, purtroppo, vera.

Sarebbe difficile elencare i tanti scenari internazionali sui quali l’Unione Europea appare esitante se non addirittura paralizzata.

Di maggiore interesse è, ad avviso di chi scrive, interrogarsi ancora una volta su una delle Istituzioni Europee che, per forza di cose, dovrebbe trovare una collocazione di maggior autorevolezza, vale a dire il Parlamento Europeo.

In tempi in cui le Assemblee Legislative, nei vari paesi che compongono l’Unione stanno vivendo incerte fortune, vale la pena interrogarsi su quale potrebbe essere il miglior modello a cui il Parlamento Europeo dovrebbe ispirarsi, anche al fine di fare in modo che gli assordanti silenzi su molti temi si possano trasformare in azioni concrete con le quali impegnare il Consiglio e, per quanto possibile, anche la Commissione Europea.

Quale quindi la strada da seguire? Proviamo a capirlo guardando tre esempi provenienti dal Parlamento Europeo stesso, dall’Italia e dalla Gran Bretagna che forse, ancora per poco, potrà essere usato come modello europeo.

Quanto al primo, recentemente nell’ambito dell’esame dei nuovi commissari europei, la candidata del governo francese a diventare Commissario per il mercato interno, Sylvie Goulard, è stata bocciata, in quanto espressione dell’attuale presidente francese Macron, il quale è stato tra i politici europei che si è opposto con maggior vigore alla possibilità che il Presidente della Commissione Europea potesse essere scelto direttamente dal Parlamento Europeo. A monte di questa decisione vi è l’annoso dibattito tra Parlamento e Consiglio Europeo su chi debba avere l’ultima voce sulla scelta della figura del Presidente della Commissione. Ad oggi, sul punto, regna la confusione più totale visto che, il modello del c.d. Spitzenkandidat, vale a dire del candidato alla presidenza della Commissione associato a ciascuna lista in corsa alle elezioni europee, era stato, dapprima condiviso nel 2014, e poi bocciato alle ultime elezioni di quest’anno. Così facendo il Consiglio Europeo ha voluto riaffermare il suo ruolo di guida Inter-statale rispetto al peso del Parlamento, quale espressione delle cittadinanze europee. Fino a quando questa dicotomia non sarà equilibrata in un senso o nell’altro, si continuerà ad assistere all’inerzia sulle grandi decisioni e al rischio di un forte indebolimento dell’attuale maggioranza europeista presente nelle Istituzioni europee.

Se il modello europeo ha un grosso potenziale inespresso, quello italiano potrebbe fare molto meglio. Infatti, il voto con il quale è stato deciso il taglio di 230 deputati e 115 senatori atteso ormai da molti anni, tuttavia da solo non risolve veramente i nodi che avrebbero dovuto essere affrontati, ma si pone come ennesima misura populista, inquadrabile nella deriva costituzionale di un paese in cui il potere legislativo è affidato nelle mani di chi, un giorno propone il diritto di voto per sorteggio e il giorno dopo, di diniego del diritto di voto alle persone anziane.

La riduzione del numero di parlamentari, a conti fatti, non sposta nulla e non ne rafforza di certo il ruolo, anzi, in assenza di misure ragionevoli e ponderate che: modifichino le funzioni delle Camere, eliminino la regola secondo cui il voto di fiducia deve essere dato da entrambe le Camere, stabiliscano quale Camera possa rappresentare e mediare con gli interessi regionali, non cambia proprio nulla e, semmai, sminuisce complessivamente il ruolo del Parlamento, così come in effetti sembra emergere dagli avventati discorsi di molti politici italiani di oggi. Se, oggi, si riduce il numero dei parlamentari, senza fare ulteriori e ordinati sforzi di riforma, un domani qualcuno potrebbe anche proporre direttamente la chiusura del Parlamento.

Se Bruxelles e Roma non possono rallegrarsi, la vituperata Gran Bretagna, a dispetto di tutto e di tutti, sta dimostrando cosa significhi dialettica tra potere legislativo ed esecutivo.

Il confronto sulla Brexit, secondo alcuni opinionisti italiani addirittura grottesco, è più che mai serrato e combattuto fino all’ultimo comma.

Il Parlamento inglese sta facendo quello che anche il Parlamento Europeo dovrebbe imparare a fare e quindi cercare, per quanto possibile, di controllare il potere esecutivo e le derive a cui esso talvolta può portare per le smanie di chi governa.

Il dibattito parlamentare inglese è in netto contrasto con i silenzi che in modo diverso giungono dagli altri esempi fin qui citati, ancora una volta a dire e dimostrare che, come diceva Churchill: “la democrazia è la peggior forma di governo, a eccezione di tutte le altre”. Finisca come finisca, per l’Europa e per la Gran Bretagna, la vicenda Brexit insegna che l’Europa, per ripartire, ha bisogno, oltre a capi di Stato e/o di governo autorevoli, dotati di prospettiva politica, anche di un Parlamento forte, tutt’altro che silenzioso, dove i dibattiti avvengano in modo trasparente, attraverso il confronto tra parlamentari conosciuti in grado di trasmettere il senso di appartenenza dei cittadini all’Europa.

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.