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“La parola Italia è una denominazione geografica, utile per la lingua ma priva del valore politico che gli ideologi tendono ad attribuirle e piena di pericoli per l’esistenza stessa degli stati di cui si compone la Penisola, ognuno dei quali sarebbe indotto ad attribuire agli altri la causa dei propri problemi.”

Con queste parole, scritte il 12 aprile 1847 il Principe Klemens Von Metternich, Cancelliere del regno d’Austria e Ungheria, si rivolgeva in una lettera al Conte Rudolph Apponyi, Ambasciatore d’Austria a Parigi.

A ben guardare, oggi, queste parole suonano familiari non solo nello scenario Europeo, ma addirittura in quello Italiano e nei suoi meandri comunali (l’ultimo caso quello di Venezia su cui i soffermerò).

Superare pericolose forme di nazionalismo e pericolosi totalitarismi per garantire pace e progresso erano e dovrebbero ancora essere i presupposti del processo di integrazione Europeo.

Purtroppo però, essi sono oggi messi in discussione.

Sotto processo è posta tutta l’Unione Europea perché considerata incapace di raggiungere quegli obiettivi che avevano originato lo spirito Europeo.

Alcune delle cause che spingono i più, a muovere queste accuse all’Unione Europea, sono tra le altre: la crescita delle diseguaglianze negli e tra gli Stati, il ritrarsi della spesa sociale causata anche dall’aumento di forme di evasione fiscale e la generale sensazione di incapacità da parte delle Istituzioni Comunitarie di dare risposte efficienti ai tanti problemi reali e/o percepiti dai cittadini (leggasi su tutti oggi il tema delle migrazioni). Una parte dei cittadini insieme a qualche Stato (UK Polonia e Ungheria), tra quelli che compongono oggi l’Europa unita tendono a dare proprio a questa Unione la colpa di tutti i mali citati.

I moti d’indignazione, in ordine sparso denunciano: deficit democratico, vocazione eccessivamente economica dell’Unione, abusi tecnocratici e molto altro ancora, senza mai però offrire soluzioni migliorative percorribili, salvo giungere alla più drastica delle scelte: separarsi.

In una Comunità, è evidente che i problemi possano essere oltre che complessi, radicalmente diversi, ma non è questo che dovrebbe spaventare o spingere a scegliere scorciatoie geopolitiche (modello Democratura Sino-Russa), amministrative (Brexit, Comune di Venezia) e/o finanziarie (Via dall’Euro e ritorno alla Lira), dipinte come panacea dei tanti mali da cui siamo afflitti.

Forse, oltre ad alcuni dei problemi elencati, esiste un tema di classi dirigenti (ad es. Cameron in Uk, amministratori a Venezia) più o meno all’altezza di risolvere e affrontare le molte questioni aperte, a prescindere dalla forma istituzionale scelta (UE allargata, Piccolo Comune).

In tal senso, è difficile non vedere come a Venezia esista un problema di classi dirigenti, salvo alcune rare e brillanti eccezioni. Dovrebbe preoccupare, l’assenza di voci capaci ad esempio di chiedere non tanto un rimpicciolimento del Comune (le cui conseguenze negative sono state ben spiegate su questa testata), quanto la stesura di un piano urgente e non rinviabile attraverso il quale richiedere al Governo che molte delle grandi aziende da esso partecipate inizino a “okkupare” i tanti spazi vuoti o destinati ad alberghi, tramite l’apertura di centri ricerche, sedi di Fondazioni in grado di far diventare Venezia capitale del dibattito nazionale su temi quali: energia, rinnovabili, i.a., nuove tecnologie applicate all’industria e molto altro ancora, così da far diventare la città, non solo centrale nel dibattito italiano ed europeo, ma anche fonte di lavoro.

Concludendo, appare consentito mettere in evidenza, citando l’approfondito lavoro di Costanza Margiotta (“Perché la secessione fa paura?”, Governare la paura, novembre 2017), il carattere essenzialmente conservatore dei movimenti secessionisti che non ambiscono alla costruzione di sistemi amministrativi innovativi e più efficaci (qui si collocano le vere sfide) ma, in sintesi, a riproporre costruzioni già esistenti che, in molti casi, meriterebbero solo lungimiranti e utili restauri e non di avventate demolizioni.

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Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.