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A distanza di due settimane è possibile valutare il risultato referendario sulla separazione già con il necessario distacco per poterne trarre delle utili indicazioni per ciò che questa vicenda ci ha consegnato come lezione da apprendere. Anzi lezioni. Utili per il futuro. Sulla nostra pagina l’ha fatto Lorenzo Colovini a poche ore dalla chiusura delle urne e quindi la sua è una lettura del dato presente. Poi altri articoli ruotano attorno al tema con proiezione anche futura. Ora siccome LUMINOSI GIORNI s’è speso in questa battaglia a favore dell’unione del Comune, dando ampio spazio alle ragioni di fondo e ricevendo per altro anche riconoscimenti pubblici del ruolo svolto, desidero ringraziare le persone che si sono impegnate scrivendo e rendere un servizio conclusivo cercando di mettere in fila non solo i temi, ma soprattutto appunto quali lezioni da portare a casa. La lunghezza mi si perdonerà è d’obbligo ( quasi 4000 parole e 25.000 caratteri), ma se si ha voglia lo si legga a pezzi che volutamente sono anche indicati da titoletti tematici. Per me era un atto dovuto.

ASTENSIONE Ha vinto l’astensione che ha avuto in occasione di questo referendum una rivalutazione come gesto politico consapevole come mai era accaduto prima, almeno in Italia, circondato com’era da un’opinione negativa frutto di una stucchevole retorica della partecipazione. Il significato del gesto in questo caso è stato chiarissimo fin dall’inizio e di peso: delegittimare alla radice il quesito non tanto giuridicamente quanto politicamente, non accettando nemmeno di doversi contrapporre. E in questo modo assegnare a posteriori il primo dicembre quel giudizio, politico, di immeritevolezza che il Consiglio Regionale non ha avuto a suo tempo il coraggio di dare: non merita. Occupiamoci di cose meritevoli che non mancano.

Da questo punto di vista, nonostante le differenze territoriali del dato, il successo è stato rilevante e arrivo a dire se ci fosse stato solo e plebiscitario il 14%, dei SI, praticamente appena quasi un quarto del necessario, e senza neanche un NO che fosse uno, il successo sarebbe stato ancor più grande deflagrante e l’isolamento dei separatisti ancor maggiore e umiliante, come dire: ve la siete suonata e cantata interamente da soli, siete veramente in un altro mondo. Era impossibile pretenderlo ovviamente e tutto sommato i NO hanno anche espresso qualche altra verità di rilievo come la vittoria in terraferma. Certo l’astensione è stata possibile per il Quorum con cui è stato indetto il Referendum e che ha una sua logica. Per una scelta distruttiva di dimensioni del genere, di fatto una possibilità concessa ma del tutto anti storica, o mi presenti una maggioranza qualificata inoppugnabile che mi metta a tacere oppure non se ne fa niente. In definitiva sei tu che mi devi dimostrare il consenso per il cambiamento e non lo puoi imporre da parte di una oggettiva minoranza quand’anche fosse rilevante. Sappiamo che non se la son messa via e che continueranno ad inquinarci con i ricorsi, ma mi pare che la situazione che si è creata è tale da renderla praticamente irreversibile.

L’astensione dunque. E bè questo veneziano è un precedente e una lezione che mette in un’altra luce il fenomeno sociale del non voto sempre più in crescita in tutto il mondo occidentale in un contesto deideologizzato. Una parte della popolazione non gradisce l’alternativa radicale e le contrapposizioni della politica, una guerra civile permanente che mette contro le persone e che mina la coesione sociale. Non votare è un gesto di ribellione silenziosa che assume una sua dignità e si avvicina alla più esplicita scelta astensionista operata a Venezia che pure ha un segno più consapevole. Ma quando nello scaffale dell’ipermercato della politica non ci si riconosce nei prodotti senza nemmeno il conforto di un ‘meno peggio’ che non si trova, quando non si ha praticamente nessuna possibilità concreta per il cittadino che non si riconosce nei prodotti di autocandidarsi per riempire il vuoto nello scaffale, la scelta assume un significato con una sua eticità. E semmai del ‘meno peggio’ il cittadino si accontenterà a cose fatte quando alcune scelte gli pioveranno addosso e valuterà che alcune fanno meno male delle altre o, chissà, fanno anche bene.

UNA E UNICA DA RICOSTRUIRE I referendari hanno sempre sostenuto, e in tutti e cinque i referendum non solo in questo, che alla base della loro proposta, come prerequisito, c’era l’evidenza di due città totalmente diverse con nulla in comune a cominciare dal punto di vista identitario; determinato questo, a sentir loro, da struttura urbana, stili di vita, frequentazioni, temi urbani e relativi problemi da risolvere separati e senza alcun rapporto reciproco (sic). Un’evidenza, la loro, figlia di una semplicistica percezione empirica (un po’ ingenua e un po’ voluta), simile alle tesi dei terrapiattisti basati su evidenze antiscientifiche, a cominciare dal fatto che la terra ‘si vede’ piatta e che il sole lo ‘si vede’ muovere. Non sono certo però che questa istanza sia stata affossata per sempre come le dimensioni del risultato dimostrerebbero, perché anch’essa si aggrappa ad un grumo di dati di fatto che la sorreggono. Affossata forse (forse) per sempre sul piano del mero progetto dei due comuni, ma gli elementi soprattutto strutturali che sorreggono la pseudoevidenza mantengono l’equivoco senza invece affossarlo, tenendolo lì sospeso. Sarebbe ora perciò di cominciare a plasmare anche visivamente una città unica, perché la percezione è anch’essa un dato reale che non si può ignorare: l’uomo ha bisogno di simboli che rimandano a fenomeni complessi e se il fenomeno ha astrazione visiva, oltre che fattuale come può essere la lunghezza di un trasferimento, continua ad essere astratto a dispetto della sua concretezza che sanno leggere solo gli addetti ai lavori. Se a fronte di centinaia di fusioni comunali negli ultimi vent’anni, una delle tre separazioni attuate è avvenuta a Venezia con il Cavallino e per cinque volte se n’è riproposta la quarta con un referendum vuol dire che questo territorio qualche deficit di immagine ma anche di fattualità unitaria ce l’ha.

LA RILEVANZA DEI SI IN LAGUNA I commenti a caldo hanno sostenuto che la maggior partecipazione al SI in città d’acqua è un dato politico da considerare perché certifica il disagio profondo dei residenti di fronte alle note emergenze che l’affliggono, residenzialità, turismo in tutti i suoi effetti perversi, Grandi Navi comprese, ed emergenza ambientale nella sua accezione ampia che investe i cambiamenti climatici e l’equilibrio lagunare. Pur nella persistente incomprensione del nesso tra queste emergenze e la necessità di istituire un comune solo lagunare per risolverle, si può dire che, certo, il segnale è stato dato. Ma in tutti i sensi è stato dato, soprattutto un segnale nel senso di dover, si, rispondere con urgenza e nettezza a queste emergenze ‘sentite’, ma di farlo auspicabilmente non nella direzione che quel popolo del SI auspicava egemonizzando politicamente il comune solo di laguna, cioè con una linea solo difensiva e conservatrice, ma all’opposto con scelte propositive e soprattutto innovative. Questo sarà il discrimine per la partita politica che si è aperta per conquistare il Comune in primavera.

IDENTITA’ DELLA CITTA’ DI TERRAFERMA Con partecipazione bassissima e vittoria del NO, ha subito un duro colpo, questa si forse per sempre, l’identità mestrina, intesa, si badi, come identità forte estesa a tutta la città di terraferma, ciò chi i separatisti davano come dato acquisito scontato: una delle tante evidenze terrapiattiste sorretta dalla clamorosa bufala del ripristino, che non sarebbe stato tale, dell’antico comune; attraverso cui Mestre avrebbe compiuto una vera e propria ri-annessione, storicamente mai avvenuta, degli ex comuni della terraferma, copia gemella della stessa annessione che denunciavano ai loro danni e che a suo tempo aveva avuto un senso ben maggiore.

Dunque questa identità semplicemente non c’è o è nettamente minoritaria tale da non fare testo, e non solo nelle cosiddette periferie, lì non c’è storia, ma in modo piuttosto netto anche nel cuore della narrazione separatista, attorno a piazza Ferretto e nella Mestre centrale. La lettura a caldo dei separatisti di terraferma verso i loro concittadini è stata la prova provata della loro miopia e della mancanza di quella obiettività che di solito chi ha perso mette in campo di fronte a dati schiaccianti: indifferenza e menefreghismo dei cittadini di terraferma, ecco la loro lettura cialtrona e offensiva, basata su una inconsapevole disonestà intellettuale, anche se l’aggettivo è parola grossa me ne rendo conto. Sarebbe sufficiente per alienare per sempre le simpatie nei loro confronti da parte dei loro ‘cari’ concittadini.

Tuttavia la lettura come in tutte le cose contiene anche un nocciolo di verità. La terraferma nel suo insieme vive comunque un’incertezza di identità che fa operare ai suoi abitanti per ora scelte solo in negativo a cominciare da quella della bandiera mestrina rifiutata di netto, anche a fronte, e con un certo apprezzabile pragmatismo, dei ‘casini’ amministrativi e gestionali del trapasso di cui si sarebbe pagato il prezzo da subito. Da subito e da parte di gente con mentalità aperta e concreta abituata invece da sempre, a differenza dei residui residenti lagunari, a muoversi, cercando efficienza, in tutte le direzioni. Dentro ad una terraferma senza ‘un’ centro e con tanti centri e attraverso il ponte translagunare anche due volte al giorno. L’identità che meriterebbe questa maturità, dimostrata nella scelta referendaria, è quella di una dimensione metropolitana vera di cui i cittadini di terraferma sarebbero primi portatori in questo caso anche ‘identitariamente’. Una dimensione che non può prescindere certo dalla città madre, ma non può prescindere anche da una riqualificazione urbana in terraferma, che pur avviata da tempo procede a rilento. La grande città ha anch’essa bisogno di simboli visivi di grande scala, e non dell’umiliazione di una dimensione urbanistica ancora in buona parte strutturata sul minimalismo abitativo degli anni ’50 e ’60; oltre al fatto di allargarsi con consapevolezza ad un hinterland metropolitano che dovrebbe aver base sull’istituzione Città Metropolitana, la vera araba fenice di questi anni.

SINISTRA DESTRA CENTRO Il fatto che la contrapposizione referendaria sia risultata abbondantemente trasversale alle forze politiche e soprattutto ai loro elettori è una prova in più dell’inadaguatezza delle categorie storiche sinistra destra centro, che ingessano di solito le appartenenze e questa non è una considerazione intellettuale fatta a tavolino. Succede puntualmente in tutti i referendum, anche abrogativi, a cominciare da quello lontanissimo del divorzio per continuare su su fino al recente sulle riforme istituzionali. Si badi che non è tanto quel che si sente la gente (“io mi sento di…sinistra, destra etc, un sentire ancora presente, seppure in discesa) ma di come il ‘sentirsi di’ sia un dato abbondantemente irrazionale se poi lo si confronta con le singole scelte su ‘cose’ dove prevale la concretezza. ‘Cose’ valutate anch’esse in buona parte di pancia, ma comunque con quella maggior concretezza che hanno le ‘cose’ rispetto a quelle astratte appartenenze, partiti compresi, in cui ‘laggente’, quella che non si ‘sente di’, si riconosce sempre meno, astensione docet. Nei giorni precedenti il Referendum gli unionisti di ‘Una e Unica’, associazione a cui andava la nostra simpatia, e in cui chi scrive si riconosce, hanno provato a far di conto per prefigurare, con la logica delle appartenenze, i risultati sulla base delle indicazioni o non indicazioni dei partiti. Boom: saltati anche questi conti, a cominciare dall’indicazione del votare NO da parte del Partito Democratico e di LEU, disattesa da almeno tre quarti dei loro elettori, due terzi dei quali hanno interpretato il NO correttamente, a mio parere, come ‘astensione’ e in modo determinante per il risultato. Su sinistra destra centro impariamo la lezione una buona volta.

SINISTRA DEI SEI SESTIERI Esce invece con un identikit più preciso e getta però la maschera un’appartenenza storica che è quella della sinistra radicata nel centro storico di Venezia. Proprio solo quella ristretta nel perimetro dei sei sestieri, essendo isole ed estuario storicamente di appartenenze non sinistrorse. A dispetto della categoria obsoleta quella sinistra, per quanto stagionata come un buon Vezzena, esiste ancora. Ha optato con cinica e consapevole coscienza per il SI infatti quella sinistra che a livello nazionale è stata definita la sinistra delle “zetatielle” e che da noi senz’auto circolanti è la ‘sinistra pedonale’.

E’ sempre stata una sinistra dura e pura molto ideologizzata, sia nella versione popolare ‘di classe’, in estinzione oggi con i trasferimenti in terraferma, sia soprattutto nella versione egemone della sinistra colta e benestante, che avendo i soldi per restare in città storica non ha neppure molti legami di là del ponte:  evaporate le ideologie classiche questa sinistra ne ha trovata in laguna una di nuova nel ‘pensiero unico’ della venezianità conservatrice da difendere e riproporre; una venezianità promossa da garrule associazioni sorte proprio con questo preciso obiettivo di fondo, al di là di alcune loro proposte concrete che in più di un caso sono anche apprezzabili e da utilizzare. Prese con cura una per una però e non il disegno urbano che le sottende e che mantiene l’istanza culturale separatista di una città d’acqua speciale e irriducibile a qualsiasi tentativo di omologazione. Il che nel mondo globalizzato per Venezia è semplicemente un futuro di irrilevanza. La conquista del Comune lagunare separato era per questa sinistra chic un disegno politico ben preciso e sarebbe un errore sottovalutare il suo peso soprattutto per le alleanze nazionali e internazionali che è in grado di mettere in campo. E in questo momento è un avversario politico ben preciso e delineato.

LEGA La Lega, a livello di chi la dirige nel Veneto, su tutta questa vicenda ha tenuto un profilo istituzionale, a cominciare dalla chiarezza istitutiva del Quorum. Non l’ha tenuto fin dall’inizio perché in tutta la lunga fase dell’incubazione del Referendum, probabilmente sulla pressione della base presente anche nel Consiglio Regionale, ha assecondato la sua natura, quella di appoggiare sempre e comunque istanze autonomistiche e identitarie. Ne è prova la ‘doppia’ meritevolezza data al Referendum in due legislature diverse con il supporto determinante dei consiglieri leghisti. Essendo un giudizio anche e soprattutto politico, per affossarlo sul nascere c’era abbondante materia a cominciare dalla quinta volta che si poneva lo stesso identico quesito per finire ai conflitti evidenti con la legge Delrio. Non tanto conflitti giuridici (e su questo i referendari avevano probabilmente ragione come s’è visto con la sentenza del Consiglio di Stato) quanto piuttosto su quello politico-realizzativo per cui con la separazione del Comune si sarebbe creato un ircocervo, un non sense che avrebbe affossato definitivamente l’applicazione concreta dell’Istituzione ‘Città Metropolitana’, rendendola nella migliore delle ipotesi un grazioso arredamento inutile, quella cornice solo formale che i referendari avrebbero visto bene per dar corpo ad una vera separazione di fatto. Dunque la Lega versione ‘uno’ è stata quella che senza guardare in faccia nessuno ci ha regalato la quinta convocazione alla urne.

La lega versione ‘due’ è stata quella istituzionale di Zaia e Forcolin che si è tenuta prudentemente neutrale e che a urne chiuse ha finalmente detto la sua soprattutto su un andazzo di continui fallimenti referendari che alla lunga nuoce, anche economicamente, sull’immagine di chi regge la Regione coinvolta nolente e o volente in questa impresa. Non c’è alcun dubbio che la versione ‘due’ è figlia legittima di un accordo sotterraneo con il Sindaco Brugnaro, il che assegna alla veste istituzionale una finalità meno nobile e più d’interesse. Ma il dato finale non è da sottovalutare e cioè che questo partito che è il più longevo d’Italia sa ‘anche’ leggere le proposte di retroguardia e valutarle per quel che sono quando occorre. Piaccia o no questo significa che la Lega ha al suo interno facce diverse un po’ come avveniva per la DC dei bei tempi. Assegnarle ‘solo’ la faccia dura e truce del salvinismo è un errore clamoroso. Il suo agire va valutato anche in questo caso ‘cosa’ per ‘cosa’ senza farsi condizionare dalla sua livrea ideologica e combattendola duramente semmai, quando c’è, solo quella. Ma se avesse prevalso nella bagarre referendaria la faccia ideologica con una Lega scatenata per il SI, beh, conoscendo la sua capacità di mobilitazione, nonostante il trasversalismo della contesa, avremmo visto sicuramente un film diverso e non così scontato. Rallegriamoci allora.

BRUGNARO A scuola di profilo istituzionale dovrebbe invece andare Luigi Brugnaro che forse l’ha imparato solo recentemente, ma non basta, nella breve campagna referendaria, tenendosi per l’occasione prudentemente fuori dalla bagarre e mostrandosi di tanto in tanto come sindaco di tutti, specie in occasione della marea eccezionale dell’11 novembre. Nei quattro anni precedenti, al di là del buono o non buono che ha fatto, è stato invece divisivo per carattere e per scelta ‘politica’ e la politica, anche per sua ostentazione, non è il suo forte. Quando ti insedi, bisognerebbe ricordargli, sei fin dall’inizio e per tutto il mandato sindaco di tutti e non solo quando ti conviene. In una città come questa con la sua storia, ti piaccia o no, di secolare radicamento laico e democratico, con cinque municipalità su sei di colore diverso dal tuo, con una tradizione di servizi sociali ( di strada, di decentramento, di cultura) come lascito migliore delle amministrazioni precedenti, anche per una questione di solo rispetto devi tenerne comunque conto e andare con i piedi di piombo e far accettare anche le tue scelte comunicandole in modio adeguato, cosa che non ha mai fatto affossando nell’immagine anche le cose buone. Soprattutto se vuoi farti rieleggere.

Tuttavia. Tuttavia bisogna dare atto a Brugnaro di essere stato il difensore più strenuo del Comune unito e che senza la sua azione difensiva il risultato sarebbe stato ben più difficile da raggiungere. L’avrà fatto pure per il brand Venezia, come dicono i detrattori, ma in ogni caso lui ha sposato in tempi non sospetti la visione metropolitana, seppure nel suo intimo con un baricentro sin troppo spostato in terraferma. E’ quindi da ritenere assolutamente legittima e altrettanto istituzionale la sua richiesta di non considerare, astenendosi, un quesito che attentava all’unità appunto istituzionale. E che cosa avrebbe dovuto dire chi è ai vertici dell’istituzione, vinca il migliore? Ora però il Comune unito non è una cosetta secondaria e nelle valutazioni politiche a suo favore va messo bene in evidenza e non derubricato a un passaggio obbligato per andare oltre. La Separazione sarebbe stata un disastro istituzionale gigantesco e averla evitata è un risultato istituzionale di rilievo e quindi anche ‘politico’ in senso alto. Siccome si può star sicuri che sotto altre spoglie la separazione verrà riproposta come programma elettorale, se Brugnaro continuerà a rimanere sul pezzo del Comune unito, in quel caso, magari solo in quel caso, sarà da considerare ancora un potenziale alleato e ci si dividerà su altre cose. Anche se il problema è ‘come’ mantenere insieme questo fronte dal momento che la rigidità dello schema maggioranza opposizione non dà alternative ad una posizione pragmatica che valuta le cose una per una per come si presentano, a prescindere da chi le propone.

INTELLETTUALI E FONDAZIONI CULTURALI Il SI è stato sostenuto in città ma soprattutto fuori città da alcuni intellettuali paludati, altezzosi e riveriti del calibro per capirci di quelli che partecipano ai festival culturali e politici estivi, dove parlano, a volte sproloquiano, solo loro e la gente, di solito colta, benestante e riposata alla sei del pomeriggio feriale, tace estasiata in religioso silenzio. L’immagine della città che hanno maturato questi intellettuali del SI è quella che non si schioda dal mito romantico di Venezia e dalla sua immobilità artistica, la città come opera d’arte e non a caso sono spesso critici d’arte, penso a Settis e Montanari per esempio. Ma anche intellettuali di formazione naturalista e ambientalista e qui il mito è invece il conservatorismo ambientale. Per gli intellettuali ‘foresti’ l’irriducibilità di Venezia a modello omologato nasce poi dall’essere un archetipo urbano antimoderno a dispetto della sua modernità nei secoli, l’unico modello antimoderno concreto rimasto loro e ciò la dice lunga su quale sia la linea condivisa del pensiero alto emergente in Italia, non so in Europa, che sta trovando nella modernità un nemico; tutto il contrario di ciò che è stata nei secoli per gli intellettuali che l’hanno sempre considerata un valore, anzi ‘il’ valore. Non sarà un caso che tra gli intellettuali che si sono espressi per il SI non ce n’è stato uno che sia uno ‘del mestiere’, cioè un competente di storia contemporanea e di geografia urbana in grado di leggere qual è stata la città reale che tra terra e acqua si è conformata nel novecento pur con tutte le sue contraddizioni. Tra gli intellettuali ‘del mestiere’ semmai c’è stato un imbarazzato sostegno alla causa unionista. Imbarazzato non nel merito ben s’intende ma per il dover abbassarsi a rilevazioni ovvie, anche se poi s’è visto che tanto ovvie non sono per la loro complessità. Da questo punto di vista è stata magistrale l’opinione espressa pochi giorni prima del Referendum del prof. Mario Isnenghi, storico contemporaneista, soprattutto di storia veneta, che in un video di pochi minuti ha tracciato la vicenda del rapporto stretto tra Venezia e la sua terraferma.

Ma l’aver visto queste prime donne intellettuali schierarsi per la causa persa ci dice molto anche sul ridimensionamento che dovremmo mettere in atto per queste figure, capaci in queste occasioni di mostrare tutti i loro limiti celati da una patina di consenso non sempre adeguato. Non che si chieda agli intellettuali di non schierarsi e di rimanere nella torre d’avorio, ma di farlo appunto secondo le proprie competenze e a favore di una verità scientifica che non ha mai certezze definitive e che si basa su dati certi e misurabili.

La stessa cosa si potrebbe dire per le altrettanto paludate fondazioni e associazioni culturali come il FAI e ITALIA NOSTRA che, incuranti del pluralismo dei loro iscritti, si sono espresse senza se e ma per il SI e non da ora come se fosse una naturale e conseguente espressione della loro mission. Che non per caso è conservativa e non solo a Venezia. Certo nel campo conservativo alcuni loro meriti sono indiscussi ma per loro vale ciò che si è detto per gli intellettuali. E’ un conservatorismo spesso antimoderno, incapace di mediare esigenze diverse e che puntualmente sacrificherebbero l’efficienza di scelte urbanistiche e territoriali con certificate finalità  di facilitazione sociale e di accesso ai diritti di base per un puntiglio sul loro impatto ambientale nocivo, a loro dire, per il paesaggio inteso come un bel quadro dei vedutisti.

NUOVO INIZIO E CITTA’ MATROPOLITANA Può essere questa vittoria referendaria foriera di un nuovo inizio per la città? La cautela è d’obbligo perché s’è detta la stessa cosa anche le altre volte. La città sconta delle difficoltà oggettive, un deficit come dappertutto di classe dirigente adeguata e un immobilismo decennale in contrasto con la sua storia precedente, ma non solo quella della gloriosa Repubblica, anche quella dell’otto novecento fino al dopoguerra.

Come hanno detto in molti dopo il Referendum i problemi sono ancora tutti lì e appunto questi mesi e questi anni sono stati sprecati anche in un dibattito fuorviante come quello della divisione del Comune. Resto persuaso che qualsiasi soluzione dei problemi debba muoversi tra realismo e visione in avanti. Il rilancio della città storica ha come cardine la rifondazione di una rinnovata funzione urbana nella residenza e nella pluralità dei lavori, cercando una difficile compatibilità con il turismo che puoi disciplinare ma non certo eliminare; ma il rilancio sta anche nella fine del suo isolamento che è ostacolo oggettivo ad una integrazione metropolitana di cui già la terraferma è invece un artefice da rafforzare ulteriormente con un riempimento di funzioni, possibilmente diffuse e non accentrate attorno a una piazza.

Della cornice istituzionale metropolitana s’è detto. Sarebbe stata affossata da una separazione ma anche così è difficilmente utilizzabile come soggetto politico istituzionale della grande città. Una possibile missione è dunque quella della riforma della legge Delrio nei poteri, negli automatismi e nei perimetri stessi delle aree interessate. Comincia ad affiorare un’esigenza forte anche nei comuni di cintura, termine pessimo ma per capirci, di cui Davide Meggiato ci dà eloquente testimonianza a partire da quell’insofferenza dei tanti comuni della sua Riviera che in realtà sono un ‘unicum’ e che un’istituzione metropolitana riconoscerebbe come tale assegnandogli il rilievo che merita. E in effetti con questo tormentone referendario ci si è dimenticati dell’altra metà della piccola grande mela, quei trecentomila veneziani fuori dal Comune, ma dentro la Grande Città.

Ma questa è un’altra storia tutta da scrivere.

 

 

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.